IL MIO INCONTRO CON SS DALAI LAMA

di Fabrizio Bucciarelli

Non sono il tipo che si genuflette con facilità ma quando ho salutato il Dalai Lama in occasione di una sua visita in Italia nella località di Votigno dove c'è un "rifugio" di profughi del Tibet, l'ho fatto.
Avevo contribuito a fargli da "scorta" dato che i "Compagni" cinesi avevano lasciato intendere che morto lui del Tibet si sarebbe parlato ben poco e quindi quando è arrivato dall'aeroporto di Bologna fino a una sperduta località semi segreta di Reggio Emilia, si è badato bene nel non metterlo troppo in mostra ma la gente è accorsa comunque per sentirlo parlare, per percepirne l'elevata dimensione spirituale e l'ampissima aura umana.
Difficile non rimanerne affascinati e sconcertati ma quello che ancora di più lo rende quasi irraggiungibile a noi "umani" è questa sua assenza di odio, questo suo rifiuto della rabbia nonostante fin dalla fine degli anni '50 il suo Tibet sia stato invaso, stravolto, demolito, massacrato.
Annientato il suo minuscolo esercito composto dai guerrieri con archi e scudi della tribù Kampa, abbandonati da quasi tutte le nazioni, falliti i tentativi di continuare la guerriglia da parte di alcuni uomini della CIA, il Tibet ha dovuto piegare la testa e offirsi a un abominio.
Se esiste qualcosa di peggio dell'eliminazione fisica, questa è lo sterminio spirituale.
Cosa hanno fatto i rossi con gli occhi a mandorla?
Innanzitutto hanno sterminato l' intellighenzia tibetana, poi hanno demolito i templi e gli Stupa e i monumenti e i manoscritti testimonianza di millenni di storia e di devozione, poi hanno iniziato un progetto a lunga scadenza dove grazie ad un' emigrazione forzata, si sarebbero portati centinaia di migliaia di cittadini cinesi di altre zone nel territorio tibetano e per ultimo, cosa terribile, avrebbero cercato di demolire soprattutto nei giovani il mito del Dalai Lama.
Ma i Tibetani sono duri a morire e nella loro diaspora in India e in mezzo mondo hanno continuato a sentirsi parte di un'unica comunità, un unica entità spirituale che ha alla sua sommità un Buddha fattosi uomo, un uomo che da millenni torna in nuovi corpi per apparire quando è necessario.
Ma se nel 1959 al Tibet non gliene calava alcunchè a nessuno, oggi è uno dei pochi simboli spirituali che ci rimangono e a una buona parte del mondo pare non vada bene barattarlo con la chincaglieria a buon prezzo o alle imitazioni delle Nike "Made in China".
E allora ecco che, ciclicamente, emerge in alcuni, anche in me, il desiderio di combattere con le armi in pugno anche se so perfettamente che KUndum, il Dalai Lama, non approverebbe ma io sono io e non un illuminato santo che non torcerebbe un capello al più feroce degli assassini.
Ma mentre in Olanda si incendia l'ambasciata cinese e si issa sul pennone la bandiera con i colori del Tibet, a Lahsa antica capitale si versa il sangue dei rivoltosi, molti dei quali pacifici monaci.
Poliziotti e truppe in assetto di guerra sono state scatenate contro inermi manifestanti, nè più nè meno come ai tempi di Piazza Tien ammen e bastonano e sparano mentre i cronisti e i turisti presenti sono costretti a "non vedere nè sentire" mentre i soliti comunicati ufficiali parlano di "azioni controrivoluzionari e", di "provocatori esterni", di "sabotaggio" , con quei toni vecchi e putridi che sanno di agit prop e di libretti rossi.
"Si parla di una decina di morti", stando alle notizie di agenzia ma agli occhi tornano le immagini di quei ragazzi che a migliaia sono stati uccisi, di quello studente che si ergeva eroicamente contro un carro armato in quella stramaledetta piazza.
E i vi dico, che la causa del Tibet è santa e giusta perchè non appartiene al Dalai Lama o alle sue genti perchè è qualcosa che varca le montagne e gli oceani, sfida lo squallore del mondo moderno e il suo vivere mercanteggiante, ci riporta in una dimensione dove il possedere la Mercedes ultimo modello o il costosissimo capo firmato non significano nulla.
E a me quella dimensione serve, e tanto.

Quel giorno, in quella piccola roccaforte medioevale trasformata in monastero e museo Tibetano tra le montagne dell'Appennino, avevo terminato il compito che mi ero prefissato e il piccolo convoglio di auto con Sua Santità stava per mettersi in marcia.
Io mi ero discostato dagli ultimi presenti, autorità locali e artisti e giornalisti, che desideravano un ultimo saluto e quando Kundum è uscito mi sono semplicemente inchinato e giunto le mani nel tipico saluto tibetano.
Lui ha ricambiato rivolto agli altri e si è diretto alla sua auto ma poi, con mia estrema sorpresa, si è voltato dalla mia parte e si è fermato.
Mentre era bonariamente inseguito dai suoi funzionari, mi ha raggiunto e dopo aver ricambiato il mio gesto mi ha dato una specie di piccolo schiaffo sulle mani prendendomi la destra e salutandomi con la sua, a mò di vecchi amici.
Con quel viso e quegli occhi da cui traspariva una saggezza e un dolore inimmaginabili mi ha rivolto una parola e un sorriso poi si è girato e se ne è andato.
Mentre aprivo la mia mano, con le lacrime agli occhi, vedevo che nel mio palmo aveva lasciato i petali di un fiore...