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Per la prima
volta, in più di cinquanta anni di oppressione cinese, il Tibet
si trova al centro dell’attenzione della comunità
internazionale.
A prima vista
dovrebbe trattarsi di un fatto positivo, ma non lo è; questo
perché le notizie che giungono dal “Tetto del mondo” non fanno
presagire nulla di buono.
Solo adesso
infatti ci si scandalizza degli avvenimenti luttuosi in Tibet,
come se per la prima volta il Governo cinese avesse usato la
forza per ridurre al silenzio un’intera popolazione, si è
portati a pensare che le rivolte e la repressione violenta siano
un fatto del tutto nuovo, ma la reale drammaticità degli ultimi
avvenimenti sta proprio nel fatto che questi si sono susseguiti
ininterrottamente per oltre cinquant’anni.
Dov’è la
differenza rispetto agli anni scorsi? È molto semplice, nelle
olimpiadi.
Il fatto che
la Cina si troverà, nella prossima estate, con gli occhi puntati
addosso da parte dell’intero pianeta, ha fatto sì che ora tutti
si sentono quasi in dovere di chiedere al Governo di Pechino
precise risposte riguardo ai diritti umani violati, alle
torture, alle esecuzioni sommarie (la Cina ne detiene il triste
primato al mondo), alla totale mancanza di libertà civili e
politiche.
E’ evidente
l’ipocrisia dei governi occidentali (e spesso dei media) che
hanno sempre ignorato le grida di dolore delle numerose
minoranze etniche che popolano il territorio cinese e di quella
tibetana in particolare.
Non
descriviamo qui le grandi sofferenze del popolo tibetano (le
trovate in altre pagine di questo sito), ma vogliamo
sottolineare il fatto che l’Occidente ha barattato i valori ed i
principi che dovrebbero costituire l’essenza stessa di una
società civile in cambio dell’apertura del mercato economico da
parte delle autorità di Pechino.
Questo
atteggiamento è doppiamente deplorevole, perché non solo non
tiene conto delle libertà calpestate, ma ignora anche le
condizioni del lavoratore in Cina.
Più volte Sua
Santità il Dalai Lama ha cercato di attirare l’attenzione degli
organismi internazionali sulle misere condizioni cui il suo
popolo era costretto ma, a parte sporadiche dichiarazioni di
facciata, l’Occidente non è mai intervenuto in suo sostegno; è
fin troppo evidente il fatto che le lievi aperture in senso
capitalistico hanno fatto e fanno gola alla politica dei
mercanti.
Non è
possibile autoelevarsi a difensori del mondo civile solo in base
al proprio tornaconto economico, stendendo veli di silenzio
sulle angherie perpetrate da chi può offrire di più
Capiamo la
posizione di S.S. il Dalai Lama, quando sostiene che la Cina non
deve essere isolata ed i giochi olimpici non devono essere
boicottati, ma crediamo che un gesto forte sia assolutamente
necessario, anche perché se le olimpiadi sono basate sui valori
di De Coubertin, ovvero rispetto e lealtà, allora la Cina è
senza dubbio uno dei posti meno indicati per il loro
svolgimento.
Non sappiamo
cosa abbia portato il Comitato Olimpico Internazionale ad
assegnare questi giochi a Pechino, forse la speranza che, così
facendo, la Cina avrebbe riveduto e corretto alcuni suoi
atteggiamenti liberticidi, tuttavia è ormai evidente che le sue
speranze sono state vane, anzi, presumibilmente questa
assegnazione ha causato un ulteriore inasprimento della politica
interna cinese.
Nell’antica
Roma si sosteneva che, per tenere tranquillo il popolo, erano
sufficienti il pane ed i giochi (panem et circenses); ma
a parte il fatto che il popolo tibetano non ha il pane, di
questi giochi in cui i cinque anelli olimpici sembrano
simboleggiare più una catena da carcerato che la fratellanza fra
i popoli, non sappiamo che farcene.
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