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PECHINO (Reuters)
- Nel giorno in cui la fiaccola olimpica è giunta a Pechino,
la Cina è tornata ad attaccare il Dalai Lama, capo
spirituale dei tibetani, accusandolo di abusare della
religione, di provocare le proteste in Tibet e di prepararsi
all'indipendenza della regione.
I toni
assunti dalle autorità cinesi contro il Dalai Lama indicano
che Pechino intende puntare i piedi contro la crescente
spinta dell'opinione pubblica internazionale a dialogare
invece col vincitore del premio Nobel per la pace, dopo
settimane di proteste e di repressione in Tibet e nelle
regioni cinesi a forte presenza tibetana.
Un
dispaccio della Xinhua, l'agenzia di stampa ufficiale
cinese, dice che il governo ha la prova che il Dalai Lama e
i suoi sostenitori hanno organizzato l'esplosione della
rivolta anti-cinese dei giorni scorsi.
L'ufficio
del Dalai Lama ha respinto l'accusa e ha chiesto alla Cina
di consentire l'ingresso di ispettori indipendenti.
"L'auto-proclamatosi leader spirituale ha ovviamente
dimenticato la propria identità, ha abusato della sua
religione e ha fatto un po' troppa politica", ha scritto
l'agenzia Xinhua, aggiungendo che il Dalai Lama starebbe
costruendo una "infrastruttura pro-indipendenza".
Se il Dalai
Lama "desiderasse realmente essere un semplice monaco
buddista è il momento giusto per lui per smettere di fare
politica e imbrogliare la gente, soprattutto gli
occidentali, con la sua ipocrita richiesta di 'autonomia'",
ha detto ancora la Xinhua.
Numerosi
leader stranieri, tra cui il presidente Usa George W. Bush,
hanno invitato Pechino ad avviare colloqui col Dalai Lama
per risolvere la questione. La Cina ha risposto che lo farà
soltanto se il religioso respingerà l'idea dell'indipendenza
del Tibet e di Taiwan e userà la propria influenza per porre
fine alla rivolta. |