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CAPITOLO PRIMO

Presentazione della regione.

1.1 La geografia.

 

Esteso tra il 76° e il 104° meridiano est e, in senso latitudinale tra il 28° e il 40° parallelo nord, il Tibet ( Bod, in Tibetano; Xizang, in Cinese) risulta racchiuso tra la Cina ed il sub-continente indiano.

La regione vanta una lunghezza di 2.600 km, mentre la larghezza massima, tra le catene del Nan shan e l’Himalaya orientale è di 1.300 km, l’estensione territoriale è di circa 2.100.000 kmq[1], all’incirca la stessa dell’Europa occidentale.

Politicamente confina a nord e ad est con le regioni cinesi di Xinjiang, Qinghai, Sichuan e Yunnan, a sud con il Myanmar, l’India, il Bhutan ed il Nepal, ad ovest ancora con l’India.

Il Tibet è contraddistinto da una struttura morfologica molto particolare, l’insieme di alte terre e catene montuose che lo costituiscono, fanno si che esso sia una delle regioni più isolate del pianeta. I tre quinti dell’altopiano sono situati ad oltre 3.500 metri di altitudine, circondati da massicci sistemi montuosi che generalmente superano i 6.000 metri[2]. La regione è orlata da potenti catene montuose, le maggiori della terra: a sud l’Himalaya, ed anche il Karakoram nella parte più occidentale, a nord il K’un lun, con le sue rughe più settentrionali dell’Altin-tagh e del Nan shan[3].

Ad oriente e a sud-est il grande altipiano manca di un orlo rilevato continuo, e scende bruscamente verso i bacini e le bassure della Cina[4]. Convenzionalmente si è soliti dividere la zona in tre macro-regioni: l’alto Tibet, il Tibet orientale ed il Tibet meridionale.

L’alto Tibet, costituito prevalentemente dalla regione dell’Amdo, copre la maggior parte dell’altopiano (circa 800.000 kmq.), estendendosi tra il K’un lun e la catena montuosa del Transhimalaya, a sud.

Questo spazio è occupato da una successione di catene sedimentarie corrugate (fino a 6.000 metri di altitudine), orientate generalmente in direzione ovest-est, dai pendii appesantiti da detriti e da colate di soliflusso[5], tra le quali si aprono ampie vallate situate tra i 4.500 ed i 4.800 metri di altitudine, con alcuni laghi, il più esteso dei quali è il Nam tso (lago celeste) che ha una superficie di 2.000 kmq[6].

Il sistema del K’un lun inizia con una sola imponente catena ad ovest (dal Pamir, in Tagikistan), andando ad allargarsi verso oriente diramandosi in numerose catene, che racchiudono il Tibet a nord del 35° parallelo[7]. Le catene settentrionali scendono ripidamente sui bacini dei fiumi Tarim e Han-hai; nella parte centrale assumono il nome di Altin-tagh e in quella orientale di Nan-shan.

Passando dalla zona occidentale verso quella orientale, si nota facilmente una diminuzione dell’altezza delle catene montuose, (da 7.500 metri a 5.500 metri).

Le condizioni bioclimatiche del Tibet settentrionale sono tra le più difficili e rigorose del globo, la temperatura media annua è di -5° C, la stagione invernale dura più di sei mesi ed è caratterizzata da venti molto forti. Durante la stagione estiva si misurano ingenti variazioni termiche (+20° C di giorno e -10° C di notte).

Le rigide temperature e l’aridità (non più di 100 mm di precipitazioni l’anno) determinano la presenza di prati alpini, papaveracee, ombrellifere, muschi e licheni; qui sono diffuse piante nane che raggiungono l’altezza di 2-5 cm. Ai prati alpini segue il deserto alpino pietroso[8].

Il Tibet orientale è costituito da parte della regione storica del Kham (che comprendeva anche parte del Sichuan e dello Yunnan), esso presenta una rilevante diminuzione dell’altezza media rispetto al resto dell’altopiano. E’ composto di un insieme di valli a 1.000 metri di altitudine che si inoltra tra cordoni di altipiani (3.500-5.000 metri di altitudine) dominati da catene di 6.000 metri, le catene dei Nan-shan e dei Ningjing shan, che separano le valli del Salween, del Mekong e dello Yangtze Jiang[9]. La zona, a causa della posizione più meridionale, dell’orientamento meridiano e dell’assenza di ostacoli insormontabili, è interessata dall’attività del monsone[10] estivo proveniente dall’Assam[11]. Questo sistema di venti porta numerose piogge, soprattutto nel periodo tra Giugno e Settembre e fa sì che le nevicate inizino ad Ottobre[12]. Di conseguenza i versanti di questa regione sono interamente ricoperti da una ricca vegetazione forestale (querce, cedri, pini), sostituita da savane cespugliose nelle valli più calde e meno soggette alle piogge[13].

Essendo il Kham la zona più calda e umida del Tibet, essa è contraddistinta da una serie di nicchie biologiche che celano la più alta concentrazione di piante ed animali rari dell’intero altopiano.

Per quanto concerne la fauna, sono presenti tra gli altri: panda rossi, antilopi indiane, fagiani e tragopani (o fagiani cornuti); relativamente alla flora, la regione vanta ben 190 specie di rododendri, 110 tipi di genziane e 120 specie di primule, per non parlare della presenza di fiori rari quali il papavero blu. Di questa zona sono originari anche molti rododendri ed azalee commercializzati in occidente[14].

La catena montuosa del Nan shan invece, presenta caratteri desertici con una vegetazione steppica[15] costituita da leguminose, graminacee e varie piante erbacee, in grado di adattarsi alla siccità.

Il Kham presenta un’ampia varietà di paesaggi, che spaziano dalle giungle sub-tropicali, delle aree più a bassa quota, ai picchi innevati del Namche Barwa (7756 metri), fino alle praterie d’alta montagna del Tibet nord-orientale. Ai confini orientali si trovano poi le sorgenti di alcuni dei più grandi fiumi del continente asiatico, come il Mekong, il Salween e lo Yangtze, i quali precipitano dall’altopiano tibetano scavando gole profonde, sviluppando microclimi e insinuandosi in valli remote[16].

Il Tibet meridionale è composto di tre province, da ovest ad est: Ngari, Tsang e Ü.

Questa zona corrisponde alla valle dello Zangbo (alto Brahmaputra) che occupa un solco tettonico aperto a 3.500-4.000 metri di altitudine tra la catena del Transhimalaya, a nord, e l’arco himalayano, a sud[17].

Lo Ngari, è particolarmente spoglio, sebbene le valli fluviali offrano tratti erbosi sfruttati dai nomadi che vi pascolano il bestiame[18].

In questa regione, ed esattamente dalla catena del monte Kailash[19](6.714 metri, in tibetano: Kang Rinpoche, ovvero “prezioso gioiello di neve”), nell’estremità occidentale, nascono i quattro più grandi fiumi del sub-continente, il Gange, l’Indo, il Sutlej, e il Brahmaputra. I primi tre scendono a cascata dal Tibet alla sua estremità occidentale, mentre il Brahmaputra serpeggia lungo il versante settentrionale dell’Himalaya per 2.000 km prima di defluire in India non lontano dal confine con il Myanmar[20].

Il Transhimalaya non è una catena unica, bensì un complesso sistema di tronchi più o meno allungati, le cui massime cime raggiungono i 7.000 metri, mentre i passi si trovano intorno ai 5.500 metri, risultando così ad un’altezza maggiore rispetto a quelli himalayani[21].

Questa catena è costituita da sedimenti marini sollevati a grandi altezze, inoltre la falda tibetana è contraddistinta da diversi altopiani, tra i quali quello attorno al lago Manasarowar[22] (tra i 4.000 ed i 4.800 metri di altitudine), tuttavia, nell’estremità occidentale gli altopiani spariscono, ed accanto al Grande Himalaya si trova la massa montuosa del Karakoram, la quale culmina con il monte K2 che, con i suoi 8.611 metri, è la seconda vetta del mondo[23]

Il Transhimalaya è contraddistinto da terreni molto ricchi, nei quali le foreste si sviluppano solo al di sopra dei 3.000 metri. A circa 5.000 metri inizia la zona delle nevi perenni, poco al di sotto di tale limite si trovano i ghiacciai[24].

A sud della catena del Transhimalaya, si trova l’Himalaya, la più alta catena di montagne del mondo, che segna il confine fisico tra il Tibet e l’India. La catena, il cui nome deriva dal Sanscrito[25] “hima alaya” ovvero “luogo delle nevi”, è costituito da un arco montuoso di direzione nord-ovest – sud-est, che si estende per 2.800 km, la sua larghezza, variabile, raggiunge i 280 km tra la pianura gangetica[26] e la catena transhimalayana del Kailash.

I primi contrafforti sono quelli dei Siwālik o catene prehimalayane, si tratta di creste strette e basse, particolarmente erose che circondano le vallate chiamate dūn. Successivamente si trova il Medio Himalaya, una zona dal rilievo scosceso, le cui creste sono appiattite dall’erosione e che raggiungono circa i 3.000 metri, superando i 4.000 solo nell’Himalaya occidentale.

Infine si trova il Grande Himalaya, l’asse più elevato delle catene, che normalmente supera i 6.000 metri di altitudine, con un certo numero di vette di oltre 8.000 metri, tra i quali l’Annapurna (8.078 metri), il Dhaulagiri (8.221 metri), il Kanchenjunga (8.598 metri) ed il monte Everest[27] che con i suoi 8.848 metri è la vetta più alta della terra[28].

L’unicità delle caratteristiche fisiche della regione, si accompagnano ad una particolare posizione geografica, che contribuisce attivamente ad un insieme di contrasti bioclimatici. Bisogna, infatti, tenere presente che la catena montuosa è compresa tra il 27° ed il 35° parallelo nord, in una zona soggetta a condizioni tropicali; a ciò bisogna aggiungere la disposizione a piani, queste peculiarità determinano una serie di climi che variano da condizioni tropicali a quelle proprie dell’alta montagna.

L’Himalaya occidentale ha un clima secco, nel quale le piogge monsoniche sono abbastanza tenui, mentre prevalgono le precipitazioni di tipo mediterraneo (inverno e primavera). Nei bassi pendii predominano le foreste xerofite[29] mentre al di sopra dei 1.000 metri si trovano foreste di pini, oltre i 2.000 metri vi sono foreste di cedri e varie conifere e betulle.

L’Himalaya centrale appartiene all’area dei paesi monsonici, con stagione secca molto accentuata, qui, tra i 1.000 ed i 2.000 metri si distingue una zona temperata calda, caratterizzata da foreste di pini o di latifoglie come i castagni orientali; oltre i 2.000 metri si incontra una zona fredda con caducifoglie[30]e, nella parte superiore, una vegetazione costituita da conifere e betulle.

L’Himalaya orientale gode di un clima più umido, grazie all’influenza del monsone indiano, mentre la stagione secca (inverno) è breve. Al di sotto dei 1.000 metri si trovano foreste molto umide ed anche la zona montuosa è ricoperta da una foresta sempreverde, che si spinge fino ai 3.900 metri di altitudine[31].

Complessivamente il Tibet meridionale gode di condizioni climatiche eccezionali se rapportate all’altitudine, la temperatura del mese di Luglio raggiunge i 17° C e l’inverno è meno freddo a Lhasa[32] (3.630 metri di altitudine) che a Pechino.

Sebbene siano molti i fattori che condizionano e differenziano il clima del Tibet, questo è globalmente marcato da una forte escursione termica e da una certa rigidità nelle temperature.

Ad esempio, nell’area centrale, a 5.000 metri, la temperatura può salire di giorno fino a 25° C, scendendo sotto lo zero durante le ore notturne. Perfino nei mesi di Luglio ed Agosto, si sono registrate temperature pari a -10° C. Nella stagione invernale il Tibet è una delle regioni più fredde della Terra, poiché si sono osservate temperature di -40°, laddove le medie si assestano intorno ai -15°.

Tali rigide condizioni, sono rese ancora più estreme dai potenti venti che spesso si presentano sotto forma di violente tempeste, resi ancora più pericolosi in quanto frequentemente accompagnati da neve o grandine[33].

Per quanto concerne l’idrografia, il Tibet è una regione molto ricca,

qui nascono alcuni dei più grandi fiumi dell’Asia.

Tra i tanti, si possono ricordare il Brahmaputra, l’Indo, il Mekong, lo Yangtze, il Fiume Giallo, il Sutlej ed il Salween. Questi fiumi, una volta lasciato il Tibet bagnano l’India, la Cina, il Pakistan, il Nepal, il Buthan, il Bangladesh, il Myanmar, la Tailandia, il Laos e la Cambogia, assicurando, insieme ai loro tributari, il fabbisogno idrico necessario a milioni di persone. Tali paesi sono tra i più popolosi della Terra, ed è stato calcolato che i fiumi che nascono in Tibet, assicurano la vita al 47% della popolazione mondiale ed all’85% della popolazione del continente asiatico[34].

La grande ricchezza idrografica del Tibet, si deve anche all’alto numero di laghi presenti nel territorio. Alcuni di questi sono considerati sacri dai tibetani, come lo Yamdrok tso (tso in tibetano significa lago), il Lhamo La tso, il Nam tso ed il Manasarowar.

Per quanto concerne il lago Manasarowar, è già stata trattata in precedenza la sua importanza sotto l’aspetto religioso[35]; di uguale importanza secondo il profilo spirituale è lo Yamdrok tso (lago turchese), che si trova a circa 120 km a sud di Lhasa a 4.400 metri di altezza e caratterizzato dall’essere un lago d’acqua dolce.

I Tibetani credono che il lago sia la residenza di alcune delle forze vitali (bLa gnas) della nazione tibetana[36].

Il Lhamo La tso è situato a circa 115 km di distanza dalla città di Tsetang, nella provincia dello Ü. Il “la” della parola La tso significa “anima” o “spirito vitale”, questo spirito vitale risiede tanto negli esseri viventi quanto nelle cose inanimate (alberi, laghi, montagne), nel caso di questo lago il “la” è identificato con lo stesso Tibet. Da sempre i Dalai bLa ma[37] hanno compiuto pellegrinaggi al Lhamo La tso per osservare le visioni che appaiono sulla superficie di questo lago oracolo[38].

 

 

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Il Nam tso, si trova a circa 190 km a nord-ovest da Lhasa, si tratta di un lago salato di dimensioni enormi, con una lunghezza che supera i 70 km e una larghezza di 30 km. A sud del lago svetta la catena del Nyenchen Tanglha, con vette che superano i 7.000 metri.

L’importanza del lago dal punto di vista religioso è data dalla presenza del monastero di Tashi Dor, eretto su una lingua di terra che si protende verso il lago. All’interno del piccolo monastero è custodita la statua di una divinità locale, Nyenchen Tanglha, che affonda le proprie radici nelle credenze bön[39], e abita la vicina montagna che porta lo stesso nome[40].

Oltre a questi, che rivestono un importante ruolo anche dal punto di vista spirituale, vi  sono molti altri laghi, come il Draksum tso, il Rawok tso, il Puma Yum tso, il Tengri nor, il Kuku nor; si tratta prevalentemente di laghi salati, non profondi e privi di emissario.

In realtà quasi tutti i laghi hanno un certo valore spirituale per i tibetani, ed è facile trovarvi pellegrini che vi compiono il kora[41].

Il patrimonio naturale dell’altopiano tibetano è molto abbondante anche per quanto attiene alla flora e alla fauna. Il fatto di essere rimasto pressoché isolato fino alla prima metà del ventesimo secolo, ha fatto sì che il Tibet divenisse un enorme giardino pullulante di animali. Si trattava di un ecosistema unico ed equilibrato, spalleggiato dal più efficace sistema di protezione ambientale di tutte le zone abitate della Terra[42]. Parchi naturali e riserve, a tutela della flora e fauna, non erano necessari, in quanto il Buddhismo[43], insegnava alla gente l’interdipendenza di tutti gli elementi, viventi e non viventi, presenti sul pianeta; questa credenza era ulteriormente rafforzata dalla stretta osservanza di una norma di “autoregolamentazione”, comune a tutti i buddhisti tibetani, in base alla quale l’ambiente deve essere sfruttato solo per soddisfare le proprie necessità e non per pura cupidigia[44].

Questa particolare situazione, ha portato numerosi scienziati a comparare la biodiversità dell’Altopiano a quella della foresta Amazzonica[45]. Fino alla metà del ventesimo secolo, le foreste ricoprivano un’area di 25 milioni di ettari.

I dati sono impressionanti, sono state riconosciute 12.000 specie di piante vascolari[46], 5.000 specie di funghi e più di 100.000 specie di piante ad alto fusto[47]. Si sono rilevate più di 2.000 varietà di piante medicinali, usate non solo in Tibet, ma anche in India ed in Cina, per preparare medicamenti secondo i sistemi tradizionali. Molto diffuse erano anche lo zafferano, l’elleboro ed il rododendro, di cui esistevano, sull’altopiano tibetano, ben 400 specie diverse, quasi il 50% delle varietà esistenti sulla terra[48].

Il patrimonio faunistico è altrettanto ricco, sono state identificate 532 specie di uccelli raggruppate in 57 famiglie, vi sono cicogne, cigni selvatici, martin pescatori, oche, anatre, uccelli pigliamosche della giungla, pappagalli e molti altri, inoltre è presente un uccello particolarmente raro, la gru dal collo nero (in tibetano “trung trung kaynak”). Ingente anche il numero di animali selvatici rari ed in via d’estinzione, quali il leopardo delle nevi, il leopardo maculato, l’orso nero himalayano, il burdocade tibetano (un ruminante tipico del Tibet), lo yak selvatico, il cervo muschiato, la gazzella tibetana, l’antilope tibetana, la lepre dell’Himalaya, il panda gigante, il panda rosso, il montone blu[49].

Il Tibet è altresì ricco di risorse minerali, nel sottosuolo vi sono 126 tipi di minerali, tra i quali cromite, litio, borace, ferro e oro. Ci sono anche risorse di gas, argento, zinco, titanio, vanadio, rame e cesio[50].

Il Tibet possiede inoltre i maggiori giacimenti d’uranio del mondo, mentre i giacimenti di petrolio della regione dell’Amdo[51]consentono l’estrazione annuale di più di un milione di tonnellate di greggio[52].

 

 

 

 

1.2 Le città.

 

Il Tibet è una regione scarsamente popolata, soprattutto mettendo in relazione il numero di abitanti (6 milioni di tibetani e 8 milioni di cinesi), con l’estensione territoriale, che supera i 2 milioni di kmq[53]. La popolazione tibetana è distribuita in modo molto irregolare, gran parte del Tibet settentrionale si può ritenere deserto, meno che ad oriente; deserte sono generalmente anche le catene che si elevano nella zona centrale, mentre le larghe vallate a sud del 35° parallelo sono percorse da pastori nomadi che hanno pochissimi insediamenti fissi[54].

La massima parte del popolo tibetano si accentra nelle regioni periferiche e particolarmente nella valle dello Tsang po (sotto i 4.000 metri di altezza), la quale può essere considerata la culla del popolo del Tibet, il suo fulcro culturale ed economico.

In questa zona, della provincia dello Ü-Tsang, i centri abitati ed i grandi monasteri sono numerosi, basti pensare a Lhasa, Gyantse, Shigatse, Tsetang, città contraddistinte dalle case disposte in gradinata sui fianchi delle montagne.

La maggiore densità di popolazione nella zona è causata dalle migliori condizioni climatiche e dalla maggiore possibilità di sfruttamento del terreno per fini agricoli.

Anche la zona di sud-est, ovvero nelle grandi valli fluviali, la popolazione è abbastanza densa e sedentaria[55].

Lhasa, capitale del Tibet, è situata a circa 3.600 metri di altitudine, e vanta circa 200.000 abitanti[56].

La città, è dominata dalla storica residenza del Dalai bLa ma, il Potala, punto di riferimento spirituale e politico per tutti i tibetani.

Lhasa divenne capitale del Tibet sotto il regno di Sron btsan sgam po (620-649), il quale con l’aiuto del suo grande ministro mGar sTon brtsan, completò l’opera di suo padre gNam ri sron brtsan, assorbendo le tribù Qiang sotto il comune dominio del Tibet centrale; grazie a tale unificazione il Tibet uscì dall’oscuramento e, forte di un regno che lambiva il confine con l’India, entrò nella grande politica asiatica di quel tempo[57]. Nello stesso periodo in cui la famiglia regnante (originaria della valle dello Yarlung), spostò la capitale a Lhasa, fu fatto erigere un palazzo sul sito ove oggi sorge la fortezza del Potala. A quell’epoca risalgono anche i templi di Ramoche e del Jokhang, eretti per ospitare le effigi del Buddha portate in dote dalle due mogli di Sron-btsan-sgam-po, una cinese, Wencheng (rgya bza’), ed una nepalese, Bhrikuti Devi (sulla cui reale esistenza molti studiosi nutrono dei dubbi)[58].

Con lo smembramento dell’impero Yarlung (che durò circa 250 anni), la città assunse un ruolo di secondo piano, tanto che non fu più la capitale del Tibet, fino a quando il V Dalai bLa ma (1617-1682), riportò la capitale a Lhasa e fece erigere la fortezza del Potala, sulle rovine del vecchio palazzo di Sron btsan sgam po[59].

La città si è notevolmente ingrandita negli ultimi 50 anni, prima del 1950 contava appena 20.000 abitanti, ora sono dieci volte tanto, e i cinesi sono più numerosi dei tibetani[60]. Questa differenziazione è resa evidente dalla recente divisione della città in una zona occidentale (cinese), ed una orientale (tibetana)[61], che è anche la zona più vecchia, laddove la zona cinese è stata costruita a partire dagli anni sessanta[62]. La zona che sta conoscendo le più profonde trasformazioni è il centro storico, dove gli abitanti sono stati forzati ad abbandonare le proprie case ricevendo dei risarcimenti minimi (intorno ai 3.000 Euro), mentre il prezzo di riacquisto delle case ricostruite è estremamente inflazionato[63]. Le caratteristiche strutture di legno sono state sostituite da quelle in cemento, che si è ben presto rivelato di cattiva qualità e inadatto a fronteggiare i fenomeni sismici[64].

I principali punti di riferimento della città sono indubbiamente il Potala, il Jokhang ed il suo circuito di pellegrinaggio, il Barkhor.

 

 

 

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Il palazzo del Potala, segue il canonico stile architettonico tibetano, il quale merita di essere menzionato soprattutto per l’architettura militare e per quella religiosa. Numerose tra castelli e monasteri, sono le costruzioni potenti, arroccate solitamente sulle cime di pareti rocciose e difficili a salire, con mura che partono quasi sempre da basamenti di pietra e fatte di mattoni di terra essiccata al sole[65].

L’elemento più affascinante di queste costruzioni, consiste nel fatto che esse sembrano continuare la roccia sulla quale sono edificate.

Un altro elemento tipico dell’architettura religiosa tibetana riscontrabile nel Potala, consiste nel fatto che si tratta di una vera e propria città monacale, comprensiva di innumerevoli spazi adibiti agli usi più svariati[66].

Il Potala sorge sulla collina di Marpo Ri (o collina rossa), ha un’altezza di 117 metri, una larghezza di 360 metri, ed occupa un’area di circa 90.000 m², risultando così la maggiore struttura monumentale dell’intero Tibet[67]. Questo spazio è occupato da circa 1.000 sale, lunghi corridoi, scale ed antiche cappelle[68]. Il nome viene fatto risalire al monte Potala, mitologica montagna del sud dell’India, abitazione del Bodhisattva Spyan ras gzig[69], di cui Sron btsan sgam po ed i Dalai bLa ma, sono considerati una reincarnazione[70].

L’edificazione della fortezza iniziò durante il regno del quinto Dalai bLa ma, Blo bzan rgya mts’o (1617-1682), sulle basi del palazzo che fu fatto erigere da Sron btsan sgam po; da quel momento divenne la sede invernale dei Dalai bLa ma, e Lhasa tornò ad essere la capitale del Tibet[71].

L’edificio comprende un Palazzo Bianco (Potrang Karpo) ed un Palazzo Rosso (Potrang Marpo), la sua costruzione richiese l’opera di 7.000 lavoratori e 1.500 tra artisti ed artigiani[72].

Come accennato in precedenza, si trattava di una città monacale multifunzionale, difatti oltre ad essere sede del Dalai bLa ma e del suo numeroso seguito, era anche sede del governo tibetano, ospitava una scuola per monaci buddhisti ed era (ed è), una delle più importanti mete di pellegrinaggio, poiché in esso sono conservate le tombe dei vecchi Dalai bLa ma[73]. Ma oltre all’importanza religiosa, la costruzione ricopre anche un ruolo di primo piano sotto l’aspetto storico; nelle sue stanze erano custoditi numerosissimi e preziosi rotoli di pergamena, alcuni dei quali antichi di dieci secoli, oggetti appartenuti ai primi re del Tibet, regali di imperatori cinesi e mongoli, armi ed armature usate per secoli. Nelle biblioteche erano conservati gli annali della cultura e della religione tibetana, per un totale di circa 7.000 volumi, alcuni vergati con inchiostri d’oro e d’argento, rame in polvere, madreperla e corallo finemente macinati, ogni riga un colore diverso[74].

Ai giorni nostri, il Potala non è più la sede del Dalai bLa ma e del suo staff, poiché il capo spirituale e politico del popolo tibetano fuggì dal Tibet il 31 Marzo del 1959, in seguito all’invasione del Tibet da parte dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese avvenuta nel 1950[75]. In seguito a ciò, il palazzo è stato adibito ad una nuova funzione, quella di museo e di sede di governo della TAR, la Regione Autonoma Tibetana[76]. Dal 1984, il Potala fa parte dell’elenco dei monumenti considerati “patrimonio mondiale dell’umanità” dell’UNESCO[77], in tale elenco vennero successivamente inseriti anche il tempio del Jokhang ed il Nor bu glin k’a (residenza estiva dei Dalai bLa ma), ma questo non ha impedito ai cinesi di erigere, nella primavera del 2002, un monumento beffardamente dedicato alla “pacifica liberazione del Tibet” proprio di fronte al Potala[78].

Il Barkhor è il più interessante kora (circuito di pellegrinaggio) di Lhasa, e comprende un quadrilatero di strade che circondano lo Jokhang[79]. Esso è il cuore della città sia sotto l’aspetto religioso che sotto quello commerciale[80]. I pellegrini provengono da ogni regione del Tibet, e la maggior parte di loro si prostrano numerosissime volte; accanto ai pellegrini pulsa il mercato, con bancarelle che vendono qualsiasi genere di merce. Il circuito del Barkhor è segnato alle quattro estremità da altrettanti incensieri di pietra (sangkang);     dietro quello situato a nord è posta una stele, nella quale sono riportate le clausole del trattato sino-tibetano dell’822, che garantisce il reciproco rispetto dei confini delle due nazioni[81]. Seguendo il circuito del Barkhor, si incontrano numerose cappelle, come il Mani Lhakhag ed il Gongkar Chöde, nonché templi, come il Jamkhang[82].

Il tempio del Jokhang (in tibetano Tsuglhagkhang), è l’edificio sacro più venerato in Tibet[83]. Fu costruito sotto il regno di Srong btsan sgam po, nel VII secolo, al fine di ospitare la statua portata in dote al Re dalla sua sposa nepalese Bhrikuti[84]. Alla luce degli eventi che si sono susseguiti a partire dal 1949 (l’occupazione cinese), risulta ancora più carica di significati la stele in pietra, posta all’ingresso del tempio, le cui iscrizioni in cinese ed in tibetano, testimoniano la pace sino-tibetana dell’822[85].

La struttura del tempio ha subito numerose modifiche nel corso dei secoli, le più significative sono quelle apportate durante il regno del V Dalai bLa ma, mediante le quali il tempio fu ampliato[86].

 

 

 

Jokhang, in jan.ucc.nau.edu

L’edificio consta di due piani, ed al suo interno si trovano 33 cappelle e numerose statue, la più importante delle quali è indubbiamente la statua portata in dote dalla principessa Wencheng allorché si unì in matrimonio con il re Sron btsan sgam po.

Tale statua era inizialmente conservata nel tempio di Ramoche (che si trova anch’esso a Lhasa), ma dopo la morte di Sron btsan sgam po fu trasferita nello Jokhang. Si tratta della statua del Buddha Jowo Sakyamuni all’età di dodici anni; alta un metro e mezzo, coperta di seta e gioielli, la statua dà il nome alla cappella che la contiene ed è il santuario più venerato del Tibet[87]. L’insieme di opere racchiuse entro le mura del Jokhang, costituisce un percorso a tappe che permette di arrivare al cuore del sentimento più profondo che anima il popolo tibetano, quello religioso. Sono, infatti, presenti raffigurazioni di Spyan ras gzig, Maitreya (il Buddha del futuro), bTson k’a pa[88], ‘Od dpag med (il Buddha della luce infinita), Guru Rinpoche[89], Tsepame (il rosso Buddha della longevità), Atīśa[90], Drölma (divinità femminile della meditazione, è una manifestazione della mente illuminata di tutti i Buddha) e di alcuni Dalai bLa ma, ovvero alcune delle figure più rappresentative della secolare tradizione tibetana[91].

Nel 2002, lo Jokhang è stato ancora di più al centro dell’attenzione, in seguito alla decisione, da parte delle autorità cinesi, di eliminare dal tempio le caratteristiche lampade alimentate con il burro di Yak[92] (chömay). A tal fine, è stata costruita una nuova struttura in grado di contenere le centinaia di lampade, che però possono essere accese solo per feste ed offerte particolari[93].

La seconda città del Tibet è Shigatse (Xigaze), si trova a 250 km ad ovest da Lhasa, è situata a 3.900 metri di altitudine e consta di circa 70.000 abitanti[94]. La città è la storica sede del Pan c’en bLa ma[95], che risiede nel monastero di bKra šis lhun po, il principale centro di attrazione della città[96]. Come la capitale Lhasa, anche Shigatse è ormai divisa in una zona tibetana ed una zona cinese, di costruzione più recente. La zona tibetana si trova raccolta ai piedi delle macerie del forte (dzong), di Shigatse, che un tempo era la residenza dei re di Tsang e dei governatori della provincia, ma fu distrutto durante una sommossa popolare contro i cinesi nel 1959[97].

Questa città ha sempre avuto un importante ruolo economico, anche perché aiutata da un clima mitigato dalle numerose giornate soleggiate, che permettono una buona resa agricola[98].

Tsetang si trova a 3.550 metri di altezza, ed è situata a 189 km a sud-est di Lhasa, è la seconda città della regione dello Ü e la terza del Tibet[99]. La città è il capoluogo della prefettura dello Shannan nonché un importante centro amministrativo e base militare cinese[100].

Anche Tsetang si compone di un nuovo quartiere cinese e di un vecchio quartiere tibetano, situato nella parte orientale della città e stretto attorno al Ganpo Ri[101], una delle quattro montagne sacre della provincia dello Ü[102]. Nel quartiere tibetano si trovano alcuni monasteri di una certa importanza, uno di questi è il monastero di Tsetang, una costruzione del XIV secolo, che era inizialmente un’istituzione della scuola bKa’ brgyud pa, salvo divenire nel XVIII secolo un monastero dell’ordine dGe lugs pa[103]. Un altro monastero di una certa importanza è quello di Ngachö, che in una cappella fa riferimento ad un elemento culturale molto importante della società tibetana, la medicina[104].

Inoltre, nella città di Tsetang, si trova un monastero femminile, quello di Sang-ngag Zimche, nel quale è conservata un’immagine di un Spyan ras gzig con 1.000 braccia risalente al tempo del re Sron btsan sgam po, che, secondo alcuni, modellò personalmente la statua[105].

La città di Gyantse si trova nello Tsang, a circa 254 km a sud-ovest da Lhasa ed a 3.950 metri di altezza, nella valle del Nyangchu[106].

La città si affermò tra il XIV ed il XV secolo come centro di un feudo legato all’ordine Sa skya pa, ma perse la sua importanza alla fine dello stesso secolo XV, pur rimanendo un centro importante per il commercio della lana e del legno tra l’India ed il Tibet[107].

La città è sovrastata dal monastero di Pelkor Chöde, che si trova al confine settentrionale della città. Questo monastero fu fondato nel 1418, ed un tempo era costituito da 15 diversi monasteri che appartenevano a tre ordini diversi, nove appartenevano alla tradizione dGe lugs pa, tre a quella Sa skya pa ed altri tre al sotto ordine Bűton, dando vita ad un notevole esempio di tolleranza religiosa[108].

Come la maggior parte dei conventi del Tibet, anche questo è estremamente ricco di opere d’arte intrise di storia.

Lo dzong, o forte, di Gyantse è reso interessante soprattutto dall’Anti-British Imperialists Museum, che ricorda la spedizione militare britannica del 1904[109].

Gyantse è però generalmente identificata con il suo Kumbum, che letteralmente significa “100.000 immagini”, e si tratta di un edificio sacro particolare, è un mc’od rten[110] contenente statue e dipinti[111].

Questo kumbum risale al 1427, la struttura del mc’od rten è alta 35 metri ed è composta da quattro piani simmetrici. L’edificio è sormontato da una cupola d’oro che si trova sopra quattro occhi che guardano ai punti cardinali. All’interno dei sei piani che compongono l’edificio, vi sono 77 cappelle affrescate risalenti al XIV secolo, che permettono di intraprendere un percorso all’interno dell’evoluzione della pittura e della scultura tibetana[112].

 

 Le cappelle, sono dedicate alle maggiori figure della religiosità tibetana, come ‘Od dpag med, Śākyamuni, Spyan ras gzig, Vairocana, Drölma ed altre ancora.

Come le altre maggiori città, anche Gyantse si divide in un quartiere tibetano, a nord, con case prevalentemente di pietra, ed un quartiere cinese, più moderno, che comprende anche gli edifici governativi e la maggior parte delle attività commerciali[113].

Kumbum di Gyantse, in kimbriggs.onza.net

 

1.3 L’economia.

 

L’economia tibetana, è caratterizzata da una prevalenza pressoché assoluta dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame.

Si tratta di una realtà economica che per secoli non ha conosciuto sussulti verso una reale modernizzazione.

Tradizionalmente, la proprietà terriera spettava al Dalai bLa ma ed all’aristocrazia clericale e laica. Non bisogna dimenticare che una grossa parte della popolazione è nomade, e sostanzialmente lega la propria esistenza agli yak[114].

E’ un errore, considerare la società tradizionale tibetana come una sorta di dittatura esercitata dalle autorità religiose;  difatti, al momento dell’invasione cinese, il Tibet usciva favorevolmente dalla comparazione con  gran parte dei paesi asiatici del tempo, sia per quanto concerne la mobilità sociale, sia in termini di distribuzione della ricchezza[115].

Il sistema politico tibetano, che prendeva il nome di “choesi-sungdrel”, era basato sui principi buddhisti della pietà, integrità morale e uguaglianza; secondo questo sistema, il governo deve essere fondato su elevati modelli morali e servire il popolo con amore e compassione, così come i genitori si occupano dei loro figli. Il principio essenziale di questo sistema è la convinzione nel fatto che tutti gli esseri viventi abbiano il seme della buddhità al proprio interno e, conseguentemente, debbono essere rispettati[116].

I contadini, godevano di una propria identità legale, spesso con documenti comprovanti i loro diritti, tra i quali quello di poter citare in giudizio, presso le corti di giustizia, i propri padroni. Il maltrattamento e l’oppressione dei contadini da parte dei proprietari terrieri erano proibiti dalla legge[117].

I contadini pagavano il proprio reddito direttamente allo Stato, e questo contribuiva a formare la maggiore fonte degli stock alimentari che il governo distribuiva ai monasteri[118], i quali si facevano carico di tutte le spese per i loro allievi[119].

Le zone tradizionalmente dedite all’agricoltura sono le grandi valli meridionali e orientali, nelle quali risiedono la maggioranza dei tibetani[120]. La maggior parte dei campi, sono adibiti alla coltivazione di una particolare tipologia di orzo resistente al freddo. Questo perché esso rappresenta il fulcro della tipica dieta tibetana; l’orzo, dopo essere stato tostato e macinato, assume il nome di “tsampa”, che è la componente principale di quasi tutti i piatti tibetani[121]. Il modo più comune di consumarla, consiste nell’amalgamarla con un liquido (come acqua, tè, latte o yogurt) e farne delle palline, oppure la si fa fermentare per ottenere la birra d’orzo (c’an)[122]. Oltre all’orzo, vengono coltivati ortaggi, legumi, mais, miglio, alberi da frutto, riso ed altro ancora[123].

L’allevamento del bestiame, assume un ruolo diverso secondo la zona che si considera, laddove esso è un’attività complementare nelle zone dedite all’agricoltura, assume invece un ruolo preponderante tra le popolazioni nomadi[124] tipiche dell’alto Tibet e delle zone più occidentali[125]. L’industrializzazione, è un processo che il Tibet ha conosciuto a partire dall’invasione cinese, infatti, fino ad allora, l’unica attività manifatturiera presente era quella domestica e del piccolo artigianato, che consisteva prevalentemente nella fabbricazione di stoffe, oggetti di rame, oro e argento, con una particolare attenzione verso gli oggetti rituali propri delle pratiche religiose[126]. Alla luce di queste considerazioni, si può parlare di un paese a due facce, culturalmente avanzato ma economicamente e tecnologicamente arretrato.

In seguito all’invasione cinese del 1950, la realtà economica ed infrastrutturale del Tibet, è notevolmente cambiata.

Alla base di ciò, vi è il fatto che tutti gli affari relativi all’amministrazione della madrepatria cinese (della quale, secondo i cinesi, anche il Tibet fa parte), sono controllati direttamente da Pechino, come rilevato sin dall’instaurazione del Comitato Preparatore della Regione Autonoma Tibetana, il 22 Aprile 1956[127].

L’impegno economico profuso in Tibet dalla Cina, ha un valore politico strategico.

Infatti, la Cina è “uno Stato plurinazionale unitario”, come sancito dall’ articolo 3 della Costituzione cinese approvata dal Congresso nazionale del popolo cinese il 20 Settembre del 1954[128], e nonostante

la popolazione di etnia Han rappresenti da sola ben il 94% della popolazione, vivono entro i confini del paese numerosi altri gruppi etnici, le cosiddette “minoranze nazionali”[129]. Tali popolazioni (come gli Uighur, gli Zhuang, i Miao, i Mongoli ed appunto i Tibetani),  sono economicamente e tecnologicamente arretrati rispetto agli Han, che tendono a considerarsi culturalmente superiori, dando luogo a ciò che Mao Zedong[130] definì il “nazionalismo grande Han[131]. Le forti differenze culturali, unite a quelle economiche, tendono a generare un nazionalismo locale che il governo di Pechino teme parecchio, anche perché queste popolazioni abitano per lo più lungo le frontiere continentali della Cina, agitando lo spettro di una parcellizzazione del Paese, sulla falsariga di quanto accadde in Jugoslavia negli anni ’90[132].

E’ indubbio che negli ultimi cinquanta anni, il Tibet abbia conosciuto una forte innovazione e modernizzazione tecnologica ed infrastrutturale, ma è altresì vero che il prezzo pagato per questo è elevatissimo. Secondo la lettura del governo di Pechino, il Tibet “primitivo e barbaro” pre-comunista, si sta trasformando sotto il “benevolente” governo cinese[133]. Le innovazioni consistono principalmente nella costruzione di autostrade, dighe, centrali idroelettriche, ponti, aeroporti, ospedali nonché l’introduzione di nuovi sistemi di lavoro soprattutto in campo agricolo.

Questi sforzi però, sono tesi più a collegare il Tibet con il resto della Cina ed a sfruttarne le risorse naturali, che ad agevolare le condizioni di vita del popolo tibetano.

In campo agricolo, il 1964 segnò l’istituzione delle comuni agricole popolari, ponendo l’accento sulla produzione intensiva di riso e grano, più redditizi e graditi ai coloni cinesi, a scapito del tradizionale orzo che, come visto in precedenza, costituisce la base dell’alimentazione dei tibetani[134].

Parallelamente furono introdotte le macchine, i fertilizzanti chimici, gli impianti di irrigazione e nuove sementi.

La rete delle comunicazioni fu notevolmente potenziata e dopo il quarto forum di lavoro sul Tibet, del giugno 2001, il governo cinese annunciò tra le altre cose, l’imminente costruzione di una nuova ferrovia da Lhasa a Gormo (nella provincia di Admo), reclamizzandola come un benevolo regalo al Tibet, per andare incontro al desiderio di modernità della popolazione himalayana.

Il documento governativo scaturito da questo forum, esalta anche le migliaia di miglia coperte dalla rete di strade ed altre ferrovie che collegano il Tibet alla Cina, ma se davvero il fine ultimo di queste vie di comunicazione fosse la modernizzazione del Tibet, la loro meta non dovrebbe essere la Cina, ma più probabilmente, il porto più vicino, che dista appena 600 km dal confine tibetano[135].

Collegando il Tibet con le città cinesi, la Cina ha raggiunto lo scopo prefissatosi, vale a dire la totale assimilazione del Tibet, attraverso il riversamento di migliaia di cinesi nell’Altopiano[136], tanto che, a fronte di circa 6.000.000 di tibetani, vi sono circa 7.500.000 cinesi in Tibet, in pratica i tibetani sono diventati una minoranza in casa propria[137].

La presenza di così tanti cinesi sul suolo tibetano, giustifica i notevoli investimenti che Pechino stanzia per le migliorie nella regione, e che vengono sfruttati per promuovere la propria immagine a livello internazionale e giustificare la propria presenza in Tibet, omettendo però, di pubblicizzare con la medesima enfasi il costo di tali investimenti, che si concretizzano nell’indiscriminato saccheggio di beni culturali, nei progetti di deforestazione e di intenso sfruttamento delle ricchezze naturali[138].

I cinesi sono attratti in Tibet dalla possibilità di ricevere ingenti incentivi governativi, volti a permettere loro di iniziare una propria attività economica, in una zona dove rappresenteranno una classe dominante e privilegiata. Questa situazione si può evincere anche visivamente, tramite la lampante differenza tra i nuovi quartieri cinesi ed i vecchi fatiscenti quartieri, abitati dai tibetani, nelle varie città dell’Altopiano.

Questa politica sta creando due economie e due società in Tibet, una società urbana e ricca, quella cinese, ed una prevalentemente rurale e povera, quella tibetana[139].

Gli investimenti stanziati dal governo cinese, non mirano ad alleviare la crescente condizione di povertà del Tibet, perché sono indirizzati verso progetti concernenti la costruzione di grandi infrastrutture, che  non incidono minimamente nella vita di tutti i giorni della massa degli indigenti[140].

Queste tesi, sono ampiamente sostenute dalle statistiche, secondo le quali, dal 1994 al 2000, il prodotto interno lordo (PIL) del Tibet è aumentato del 130%, con un aumento annuale del 12,4%. Il reddito pro capite disponibile al residente urbano e quello dell’abitante delle zone rurali, è aumentato rispettivamente del 62,9% e del 93,6%; la popolazione povera è diminuita da 480.000 agli inizi degli anni ’90, ad appena poco più di 70.000[141].

Ma queste statistiche sono state elaborate dalle autorità provinciali, che hanno tutto l’interesse a mantenere ad un alto livello le sovvenzioni di sostegno al Tibet, dato che i maggiori beneficiari di esse sono proprio i funzionari governativi.

Inoltre, l’accrescimento del PIL al 12,4%, è stato innescato dal settore terziario, che costituisce circa il 50% del PIL del Tibet, evidenziando una volta ancora chi trae beneficio dagli investimenti[142].

Un altro dato sul quale occorre soffermarsi, è quello riguardante la diminuzione della povertà, i numeri presentati dal governo sono stupefacenti, tuttavia occorre analizzarli più in profondità.

Uno studio della Banca mondiale, spiega che le statistiche cinesi non fanno riferimento al parametro di povertà accettato internazionalmente, di un dollaro al giorno, bensì all’indice di povertà “cinese”, che pone a circa 80 dollari annuali la soglia di povertà[143]. Da ciò consegue che, nonostante il Tibet conti un numero di province considerate “povere” tra i più bassi del paese; se si utilizza l’indice di sviluppo umano (HDI), che annovera tra i propri indicatori istruzione, reddito e salute, la T.A.R. si colloca in fondo alla classifica delle province cinesi. Non solo, ma se le zone tibetane fossero misurate come nazione indipendente, farebbero parte della categoria “basso sviluppo”, come Bangladesh, Gibuti e Haiti[144].

 

 

 

1] Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto della enciclopedia italiana fondato da Giovanni Treccani, 1950, p. 800, vol. 33.

[2] P. T., “Tibet”, in La grande enciclopedia, Milano, Alberto Peruzzo Editore, 1984, p. 12770, vol. 19.

[3] Enciclopedia Italiana, op. cit., p. 800, vol. 33.

[4] P. T., op. cit., p. 12770, vol. 19.

[5] Il fenomeno della soliflussione, consiste nello slittamento in massa, su un versante, della superficie del suolo impregnato d’acqua.

[6] P. T., op. cit., p. 12770, vol.19

[7] Enciclopedia Italiana,, op. cit., p. 800, vol. 33.

[8] Ivi, p. 802.

[9] P. T., op. cit., p. 12770, vol. 19.

[10] Il “monsone” è costituito da un insieme di venti stagionali che soffiano prevalentemente in una direzione per sei mesi e nella direzione opposta durante gli altri sei. L’origine ha una causa morfologica: l’area siberiana (nella Russia settentrionale), chiusa a sud dalle montagne, raffreddandosi nel periodo invernale e riscaldandosi in quello estivo, crea una variazione della pressione atmosferica. Generalmente si distinguono un monsone indiano, uno malese ed uno giapponese. Il clima del Tibet orientale è influenzato dal monsone indiano. Cfr. CORNA PELLEGRINI, Giacomo, L’Asia meridionale e sudorientale, Torino, UTET, 1993, p. 15, vol. 1.

[11] L’Assam è una regione nord-orientale della Repubblica Indiana.

[12] Tibet, Torino, EDT, 2002, p. 321.

[13] P. T., op. cit. p. 12770, vol. 19.

[14] Tibet, op. cit., p. 321.

[15] La “steppa” è una formazione erbacea costituita prevalentemente da piante vivaci di bassa taglia. Cfr. J. M. T., in La grande enciclopedia, op. cit., p. 12246, vol. 19.

[16] Tibet, op. cit., p. 318.

[17] P. T., op. cit., p. 12770, vol. 19.

[18] Tibet, op. cit., p. 21.

[19] Il monte Kailash è venerato dai fedeli di quattro religioni. Per gli hindu esso è il regno di Shiva, il distruttore e il Trasformator