|
CAPITOLO PRIMO
Presentazione della regione.
1.1 La geografia.
Esteso tra il 76° e il 104° meridiano
est e, in senso latitudinale tra il 28° e il 40° parallelo nord, il
Tibet ( Bod, in Tibetano; Xizang, in Cinese) risulta racchiuso tra
la Cina ed il sub-continente indiano.
La regione vanta una lunghezza di
2.600 km, mentre la larghezza massima, tra le catene del Nan shan e
l’Himalaya orientale è di 1.300 km, l’estensione territoriale è di
circa 2.100.000 kmq,
all’incirca la stessa dell’Europa occidentale.
Politicamente confina a nord e ad est
con le regioni cinesi di Xinjiang, Qinghai, Sichuan e Yunnan, a sud
con il Myanmar, l’India, il Bhutan ed il Nepal, ad ovest ancora con
l’India.
Il Tibet è contraddistinto da una
struttura morfologica molto particolare, l’insieme di alte terre e
catene montuose che lo costituiscono, fanno si che esso sia una
delle regioni più isolate del pianeta. I tre quinti dell’altopiano
sono situati ad oltre 3.500 metri di altitudine, circondati da
massicci sistemi montuosi che generalmente superano i 6.000 metri.
La regione è orlata da potenti catene montuose, le maggiori della
terra: a sud l’Himalaya, ed anche il Karakoram nella parte più
occidentale, a nord il K’un lun, con le sue rughe più settentrionali
dell’Altin-tagh e del Nan shan.
Ad oriente e a sud-est il grande
altipiano manca di un orlo rilevato continuo, e scende bruscamente
verso i bacini e le bassure della Cina.
Convenzionalmente si è soliti dividere la zona in tre macro-regioni:
l’alto Tibet, il Tibet orientale ed il Tibet meridionale.
L’alto Tibet, costituito
prevalentemente dalla regione dell’Amdo, copre la maggior parte
dell’altopiano (circa 800.000 kmq.), estendendosi tra il K’un lun e
la catena montuosa del Transhimalaya, a sud.
Questo spazio è occupato da una
successione di catene sedimentarie corrugate (fino a 6.000 metri di
altitudine), orientate generalmente in direzione ovest-est, dai
pendii appesantiti da detriti e da colate di soliflusso,
tra le quali si aprono ampie vallate situate tra i 4.500 ed i 4.800
metri di altitudine, con alcuni laghi, il più esteso dei quali è il
Nam tso (lago celeste) che ha una superficie di 2.000 kmq.
Il sistema del K’un lun inizia con una
sola imponente catena ad ovest (dal Pamir, in Tagikistan), andando
ad allargarsi verso oriente diramandosi in numerose catene, che
racchiudono il Tibet a nord del 35° parallelo.
Le catene settentrionali scendono ripidamente sui bacini dei fiumi
Tarim e Han-hai; nella parte centrale assumono il nome di Altin-tagh
e in quella orientale di Nan-shan.
Passando dalla zona occidentale verso
quella orientale, si nota facilmente una diminuzione dell’altezza
delle catene montuose, (da 7.500 metri a 5.500 metri).
Le condizioni bioclimatiche del Tibet
settentrionale sono tra le più difficili e rigorose del globo, la
temperatura media annua è di -5° C, la stagione invernale dura più
di sei mesi ed è caratterizzata da venti molto forti. Durante la
stagione estiva si misurano ingenti variazioni termiche (+20° C di
giorno e -10° C di notte).
Le rigide temperature e l’aridità (non
più di 100 mm di precipitazioni l’anno) determinano la presenza di
prati alpini, papaveracee, ombrellifere, muschi e licheni; qui sono
diffuse piante nane che raggiungono l’altezza di 2-5 cm. Ai prati
alpini segue il deserto alpino pietroso.
Il Tibet orientale è costituito da
parte della regione storica del Kham (che comprendeva anche parte
del Sichuan e dello Yunnan), esso presenta una rilevante diminuzione
dell’altezza media rispetto al resto dell’altopiano. E’ composto di
un insieme di valli a 1.000 metri di altitudine che si inoltra tra
cordoni di altipiani (3.500-5.000 metri di altitudine) dominati da
catene di 6.000 metri, le catene dei Nan-shan e dei Ningjing shan,
che separano le valli del Salween, del Mekong e dello Yangtze Jiang.
La zona, a causa della posizione più meridionale, dell’orientamento
meridiano e dell’assenza di ostacoli insormontabili, è interessata
dall’attività del monsone
estivo proveniente dall’Assam.
Questo sistema di venti porta numerose piogge, soprattutto nel
periodo tra Giugno e Settembre e fa sì che le nevicate inizino ad
Ottobre.
Di conseguenza i versanti di questa regione sono interamente
ricoperti da una ricca vegetazione forestale (querce, cedri, pini),
sostituita da savane cespugliose nelle valli più calde e meno
soggette alle piogge.
Essendo il Kham la zona più calda e
umida del Tibet, essa è contraddistinta da una serie di nicchie
biologiche che celano la più alta concentrazione di piante ed
animali rari dell’intero altopiano.
Per quanto concerne la fauna, sono
presenti tra gli altri: panda rossi, antilopi indiane, fagiani e
tragopani (o fagiani cornuti); relativamente alla flora, la regione
vanta ben 190 specie di rododendri, 110 tipi di genziane e 120
specie di primule, per non parlare della presenza di fiori rari
quali il papavero blu. Di questa zona sono originari anche molti
rododendri ed azalee commercializzati in occidente.
La catena montuosa del Nan shan
invece, presenta caratteri desertici con una vegetazione steppica
costituita da leguminose, graminacee e varie piante erbacee, in
grado di adattarsi alla siccità.
Il Kham presenta un’ampia varietà di
paesaggi, che spaziano dalle giungle sub-tropicali, delle aree più a
bassa quota, ai picchi innevati del Namche Barwa (7756 metri), fino
alle praterie d’alta montagna del Tibet nord-orientale. Ai confini
orientali si trovano poi le sorgenti di alcuni dei più grandi fiumi
del continente asiatico, come il Mekong, il Salween e lo Yangtze, i
quali precipitano dall’altopiano tibetano scavando gole profonde,
sviluppando microclimi e insinuandosi in valli remote.
Il Tibet meridionale è composto di tre
province, da ovest ad est: Ngari, Tsang e Ü.
Questa zona corrisponde alla valle
dello Zangbo (alto Brahmaputra) che occupa un solco tettonico aperto
a 3.500-4.000 metri di altitudine tra la catena del Transhimalaya, a
nord, e l’arco himalayano, a sud.
Lo Ngari, è particolarmente spoglio,
sebbene le valli fluviali offrano tratti erbosi sfruttati dai nomadi
che vi pascolano il bestiame.
In questa regione, ed esattamente
dalla catena del monte Kailash(6.714
metri, in tibetano: Kang Rinpoche, ovvero “prezioso gioiello di
neve”), nell’estremità occidentale, nascono i quattro più grandi
fiumi del sub-continente, il Gange, l’Indo, il Sutlej, e il
Brahmaputra. I primi tre scendono a cascata dal Tibet alla sua
estremità occidentale, mentre il Brahmaputra serpeggia lungo il
versante settentrionale dell’Himalaya per 2.000 km prima di defluire
in India non lontano dal confine con il Myanmar.
Il Transhimalaya non è una catena
unica, bensì un complesso sistema di tronchi più o meno allungati,
le cui massime cime raggiungono i 7.000 metri, mentre i passi si
trovano intorno ai 5.500 metri, risultando così ad un’altezza
maggiore rispetto a quelli himalayani.
Questa catena è costituita da
sedimenti marini sollevati a grandi altezze, inoltre la falda
tibetana è contraddistinta da diversi altopiani, tra i quali quello
attorno al lago Manasarowar
(tra i 4.000 ed i 4.800 metri di altitudine), tuttavia,
nell’estremità occidentale gli altopiani spariscono, ed accanto al
Grande Himalaya si trova la massa montuosa del Karakoram, la quale
culmina con il monte K2 che, con i suoi 8.611 metri, è la seconda
vetta del mondo
Il Transhimalaya è contraddistinto da
terreni molto ricchi, nei quali le foreste si sviluppano solo al di
sopra dei 3.000 metri. A circa 5.000 metri inizia la zona delle nevi
perenni, poco al di sotto di tale limite si trovano i ghiacciai.
A sud della catena del Transhimalaya,
si trova l’Himalaya, la più alta catena di montagne del mondo, che
segna il confine fisico tra il Tibet e l’India. La catena, il cui
nome deriva dal Sanscrito
“hima alaya” ovvero “luogo delle nevi”, è costituito da un arco
montuoso di direzione nord-ovest – sud-est, che si estende per 2.800
km, la sua larghezza, variabile, raggiunge i 280 km tra la pianura
gangetica
e la catena transhimalayana del Kailash.
I primi contrafforti sono quelli dei
Siwālik o catene prehimalayane, si tratta di creste strette e basse,
particolarmente erose che circondano le vallate chiamate dūn.
Successivamente si trova il Medio Himalaya, una zona dal rilievo
scosceso, le cui creste sono appiattite dall’erosione e che
raggiungono circa i 3.000 metri, superando i 4.000 solo nell’Himalaya
occidentale.
Infine si trova il Grande Himalaya,
l’asse più elevato delle catene, che normalmente supera i 6.000
metri di altitudine, con un certo numero di vette di oltre 8.000
metri, tra i quali l’Annapurna (8.078 metri), il Dhaulagiri (8.221
metri), il Kanchenjunga (8.598 metri) ed il monte Everest
che con i suoi 8.848 metri è la vetta più alta della terra.
L’unicità delle caratteristiche
fisiche della regione, si accompagnano ad una particolare posizione
geografica, che contribuisce attivamente ad un insieme di contrasti
bioclimatici. Bisogna, infatti, tenere presente che la catena
montuosa è compresa tra il 27° ed il 35° parallelo nord, in una zona
soggetta a condizioni tropicali; a ciò bisogna aggiungere la
disposizione a piani, queste peculiarità determinano una serie di
climi che variano da condizioni tropicali a quelle proprie dell’alta
montagna.
L’Himalaya occidentale ha un clima
secco, nel quale le piogge monsoniche sono abbastanza tenui, mentre
prevalgono le precipitazioni di tipo mediterraneo (inverno e
primavera). Nei bassi pendii predominano le foreste xerofite
mentre al di sopra dei 1.000 metri si trovano foreste di pini, oltre
i 2.000 metri vi sono foreste di cedri e varie conifere e betulle.
L’Himalaya centrale appartiene
all’area dei paesi monsonici, con stagione secca molto accentuata,
qui, tra i 1.000 ed i 2.000 metri si distingue una zona temperata
calda, caratterizzata da foreste di pini o di latifoglie come i
castagni orientali; oltre i 2.000 metri si incontra una zona fredda
con caducifogliee,
nella parte superiore, una vegetazione costituita da conifere e
betulle.
L’Himalaya orientale gode di un clima
più umido, grazie all’influenza del monsone indiano, mentre la
stagione secca (inverno) è breve. Al di sotto dei 1.000 metri si
trovano foreste molto umide ed anche la zona montuosa è ricoperta da
una foresta sempreverde, che si spinge fino ai 3.900 metri di
altitudine.
Complessivamente il Tibet meridionale
gode di condizioni climatiche eccezionali se rapportate
all’altitudine, la temperatura del mese di Luglio raggiunge i 17° C
e l’inverno è meno freddo a Lhasa
(3.630 metri di altitudine) che a Pechino.
Sebbene siano molti i fattori che
condizionano e differenziano il clima del Tibet, questo è
globalmente marcato da una forte escursione termica e da una certa
rigidità nelle temperature.
Ad esempio, nell’area centrale, a
5.000 metri, la temperatura può salire di giorno fino a 25° C,
scendendo sotto lo zero durante le ore notturne. Perfino nei mesi di
Luglio ed Agosto, si sono registrate temperature pari a -10° C.
Nella stagione invernale il Tibet è una delle regioni più fredde
della Terra, poiché si sono osservate temperature di -40°, laddove
le medie si assestano intorno ai -15°.
Tali rigide condizioni, sono rese
ancora più estreme dai potenti venti che spesso si presentano sotto
forma di violente tempeste, resi ancora più pericolosi in quanto
frequentemente accompagnati da neve o grandine.
Per quanto concerne l’idrografia, il
Tibet è una regione molto ricca,
qui nascono alcuni dei più grandi
fiumi dell’Asia.
Tra i tanti, si possono ricordare il
Brahmaputra, l’Indo, il Mekong, lo Yangtze, il Fiume Giallo, il
Sutlej ed il Salween. Questi fiumi, una volta lasciato il Tibet
bagnano l’India, la Cina, il Pakistan, il Nepal, il Buthan, il
Bangladesh, il Myanmar, la Tailandia, il Laos e la Cambogia,
assicurando, insieme ai loro tributari, il fabbisogno idrico
necessario a milioni di persone. Tali paesi sono tra i più popolosi
della Terra, ed è stato calcolato che i fiumi che nascono in Tibet,
assicurano la vita al 47% della popolazione mondiale ed all’85%
della popolazione del continente asiatico.
La grande ricchezza idrografica del
Tibet, si deve anche all’alto numero di laghi presenti nel
territorio. Alcuni di questi sono considerati sacri dai tibetani,
come lo Yamdrok tso (tso in tibetano significa lago), il Lhamo La
tso, il Nam tso ed il Manasarowar.
Per quanto concerne il lago
Manasarowar, è già stata trattata in precedenza la sua importanza
sotto l’aspetto religioso;
di uguale importanza secondo il profilo spirituale è lo Yamdrok tso
(lago turchese), che si trova a circa 120 km a sud di Lhasa a 4.400
metri di altezza e caratterizzato dall’essere un lago d’acqua dolce.
I Tibetani credono che il lago sia la
residenza di alcune delle forze vitali (bLa gnas)
della nazione tibetana.
Il Lhamo La tso è situato a circa 115
km di distanza dalla città di Tsetang, nella provincia dello Ü. Il
“la” della parola La tso significa “anima” o “spirito vitale”,
questo spirito vitale risiede tanto negli esseri viventi quanto
nelle cose inanimate (alberi, laghi, montagne), nel caso di questo
lago il “la” è identificato con lo stesso Tibet. Da sempre i Dalai
bLa ma
hanno compiuto pellegrinaggi al Lhamo La tso per osservare le
visioni che appaiono sulla superficie di questo lago oracolo.

Yamdrok tso, in
www.tibet-tour.com.
Il Nam tso, si trova a circa 190 km a
nord-ovest da Lhasa, si tratta di un lago salato di dimensioni
enormi, con una lunghezza che supera i 70 km e una larghezza di 30
km. A sud del lago svetta la catena del Nyenchen Tanglha, con vette
che superano i 7.000 metri.
L’importanza del lago dal punto di
vista religioso è data dalla presenza del monastero di Tashi Dor,
eretto su una lingua di terra che si protende verso il lago.
All’interno del piccolo monastero è custodita la statua di una
divinità locale, Nyenchen Tanglha, che affonda le proprie radici
nelle credenze bön,
e abita la vicina montagna che porta lo stesso nome.
Oltre a questi, che rivestono un
importante ruolo anche dal punto di vista spirituale, vi sono molti
altri laghi, come il Draksum tso, il Rawok tso, il Puma Yum tso, il
Tengri nor, il Kuku nor; si tratta prevalentemente di laghi salati,
non profondi e privi di emissario.
In realtà quasi tutti i laghi
hanno un certo valore spirituale per i tibetani, ed è facile
trovarvi pellegrini che vi compiono il kora.
Il patrimonio naturale dell’altopiano
tibetano è molto abbondante anche per quanto attiene alla flora e
alla fauna. Il fatto di essere rimasto pressoché isolato fino alla
prima metà del ventesimo secolo, ha fatto sì che il Tibet divenisse
un enorme giardino pullulante di animali. Si trattava di un
ecosistema unico ed equilibrato, spalleggiato dal più efficace
sistema di protezione ambientale di tutte le zone abitate della
Terra.
Parchi naturali e riserve, a tutela della flora e fauna, non erano
necessari, in quanto il Buddhismo,
insegnava alla gente l’interdipendenza di tutti gli elementi,
viventi e non viventi, presenti sul pianeta; questa credenza era
ulteriormente rafforzata dalla stretta osservanza di una norma di
“autoregolamentazione”, comune a tutti i buddhisti tibetani, in base
alla quale l’ambiente deve essere sfruttato solo per soddisfare le
proprie necessità e non per pura cupidigia.
Questa particolare situazione, ha
portato numerosi scienziati a comparare la biodiversità
dell’Altopiano a quella della foresta Amazzonica.
Fino alla metà del ventesimo secolo, le foreste ricoprivano un’area
di 25 milioni di ettari.
I dati sono impressionanti, sono state
riconosciute 12.000 specie di piante vascolari,
5.000 specie di funghi e più di 100.000 specie di piante ad alto
fusto.
Si sono rilevate più di 2.000 varietà di piante medicinali, usate
non solo in Tibet, ma anche in India ed in Cina, per preparare
medicamenti secondo i sistemi tradizionali. Molto diffuse erano
anche lo zafferano, l’elleboro ed il rododendro, di cui esistevano,
sull’altopiano tibetano, ben 400 specie diverse, quasi il 50% delle
varietà esistenti sulla terra.
Il patrimonio faunistico è altrettanto
ricco, sono state identificate 532 specie di uccelli raggruppate in
57 famiglie, vi sono cicogne, cigni selvatici, martin pescatori,
oche, anatre, uccelli pigliamosche della giungla, pappagalli e molti
altri, inoltre è presente un uccello particolarmente raro, la gru
dal collo nero (in tibetano “trung trung kaynak”).
Ingente anche il numero di animali selvatici rari ed in via
d’estinzione, quali il leopardo delle nevi, il leopardo maculato,
l’orso nero himalayano, il burdocade tibetano (un ruminante tipico
del Tibet), lo yak selvatico, il cervo muschiato, la gazzella
tibetana, l’antilope tibetana, la lepre dell’Himalaya, il panda
gigante, il panda rosso, il montone blu.
Il Tibet è altresì ricco di risorse
minerali, nel sottosuolo vi sono 126 tipi di minerali, tra i quali
cromite, litio, borace, ferro e oro. Ci sono anche risorse di gas,
argento, zinco, titanio, vanadio, rame e cesio.
Il Tibet possiede inoltre i maggiori
giacimenti d’uranio del mondo, mentre i giacimenti di petrolio della
regione dell’Amdoconsentono
l’estrazione annuale di più di un milione di tonnellate di greggio.
1.2 Le città.
Il Tibet è una regione scarsamente
popolata, soprattutto mettendo in relazione il numero di abitanti (6
milioni di tibetani e 8 milioni di cinesi), con l’estensione
territoriale, che supera i 2 milioni di kmq.
La popolazione tibetana è distribuita in modo molto irregolare, gran
parte del Tibet settentrionale si può ritenere deserto, meno che ad
oriente; deserte sono generalmente anche le catene che si elevano
nella zona centrale, mentre le larghe vallate a sud del 35°
parallelo sono percorse da pastori nomadi che hanno pochissimi
insediamenti fissi.
La massima parte del popolo tibetano
si accentra nelle regioni periferiche e particolarmente nella valle
dello Tsang po (sotto i 4.000 metri di altezza), la quale può essere
considerata la culla del popolo del Tibet, il suo fulcro culturale
ed economico.
In questa zona, della provincia dello
Ü-Tsang, i centri abitati ed i grandi monasteri sono numerosi, basti
pensare a Lhasa, Gyantse, Shigatse, Tsetang, città contraddistinte
dalle case disposte in gradinata sui fianchi delle montagne.
La maggiore densità di popolazione
nella zona è causata dalle migliori condizioni climatiche e dalla
maggiore possibilità di sfruttamento del terreno per fini agricoli.
Anche la zona di sud-est, ovvero nelle
grandi valli fluviali, la popolazione è abbastanza densa e
sedentaria.
Lhasa, capitale del Tibet, è situata a
circa 3.600 metri di altitudine, e vanta circa 200.000 abitanti.
La città, è dominata dalla storica
residenza del Dalai bLa ma, il Potala, punto di riferimento
spirituale e politico per tutti i tibetani.
Lhasa divenne capitale del Tibet sotto
il regno di Sron btsan sgam po (620-649), il quale con l’aiuto del
suo grande ministro mGar sTon brtsan, completò l’opera di suo padre
gNam ri sron brtsan, assorbendo le tribù Qiang sotto il
comune dominio del Tibet centrale; grazie a tale unificazione il
Tibet uscì dall’oscuramento e, forte di un regno che lambiva il
confine con l’India, entrò nella grande politica asiatica di quel
tempo.
Nello stesso periodo in cui la famiglia regnante (originaria della
valle dello Yarlung), spostò la capitale a Lhasa, fu fatto erigere
un palazzo sul sito ove oggi sorge la fortezza del Potala. A quell’epoca
risalgono anche i templi di Ramoche e del Jokhang, eretti per
ospitare le effigi del Buddha portate in dote dalle due mogli di
Sron-btsan-sgam-po, una cinese, Wencheng (rgya bza’), ed una
nepalese, Bhrikuti Devi (sulla cui reale esistenza molti studiosi
nutrono dei dubbi).
Con lo smembramento dell’impero
Yarlung (che durò circa 250 anni), la città assunse un ruolo di
secondo piano, tanto che non fu più la capitale del Tibet, fino a
quando il V Dalai bLa ma (1617-1682), riportò la capitale a Lhasa e
fece erigere la fortezza del Potala, sulle rovine del vecchio
palazzo di Sron btsan sgam po.
La città si è notevolmente ingrandita
negli ultimi 50 anni, prima del 1950 contava appena 20.000 abitanti,
ora sono dieci volte tanto, e i cinesi sono più numerosi dei
tibetani.
Questa differenziazione è resa evidente dalla recente divisione
della città in una zona occidentale (cinese), ed una orientale (tibetana),
che è anche la zona più vecchia, laddove la zona cinese è stata
costruita a partire dagli anni sessanta.
La zona che sta conoscendo le più profonde trasformazioni è il
centro storico, dove gli abitanti sono stati forzati ad abbandonare
le proprie case ricevendo dei risarcimenti minimi (intorno ai 3.000
Euro), mentre il prezzo di riacquisto delle case ricostruite è
estremamente inflazionato.
Le caratteristiche strutture di legno sono state sostituite da
quelle in cemento, che si è ben presto rivelato di cattiva qualità e
inadatto a fronteggiare i fenomeni sismici.
I principali punti di riferimento
della città sono indubbiamente il Potala, il Jokhang ed il suo
circuito di pellegrinaggio, il Barkhor.

Il Potala, in www.tibet-tour.com.
Il palazzo del Potala, segue il
canonico stile architettonico tibetano, il quale merita di essere
menzionato soprattutto per l’architettura militare e per quella
religiosa. Numerose tra castelli e monasteri, sono le costruzioni
potenti, arroccate solitamente sulle cime di pareti rocciose e
difficili a salire, con mura che partono quasi sempre da basamenti
di pietra e fatte di mattoni di terra essiccata al sole.
L’elemento più affascinante di queste
costruzioni, consiste nel fatto che esse sembrano continuare la
roccia sulla quale sono edificate.
Un altro elemento tipico
dell’architettura religiosa tibetana riscontrabile nel Potala,
consiste nel fatto che si tratta di una vera e propria città
monacale, comprensiva di innumerevoli spazi adibiti agli usi più
svariati.
Il Potala sorge sulla collina di Marpo
Ri (o collina rossa), ha un’altezza di 117 metri, una larghezza di
360 metri, ed occupa un’area di circa 90.000 m², risultando così la
maggiore struttura monumentale dell’intero Tibet.
Questo spazio è occupato da circa 1.000 sale, lunghi corridoi, scale
ed antiche cappelle.
Il nome viene fatto risalire al monte Potala, mitologica montagna
del sud dell’India, abitazione del Bodhisattva Spyan ras gzig,
di cui Sron btsan sgam po ed i Dalai bLa ma, sono considerati una
reincarnazione.
L’edificazione della fortezza iniziò
durante il regno del quinto Dalai bLa ma, Blo bzan rgya mts’o
(1617-1682), sulle basi del palazzo che fu fatto erigere da Sron
btsan sgam po; da quel momento divenne la sede invernale dei Dalai
bLa ma, e Lhasa tornò ad essere la capitale del Tibet.
L’edificio comprende un Palazzo Bianco
(Potrang Karpo) ed un Palazzo Rosso (Potrang Marpo), la sua
costruzione richiese l’opera di 7.000 lavoratori e 1.500 tra artisti
ed artigiani.
Come accennato in precedenza, si
trattava di una città monacale multifunzionale, difatti oltre ad
essere sede del Dalai bLa ma e del suo numeroso seguito, era anche
sede del governo tibetano, ospitava una scuola per monaci buddhisti
ed era (ed è), una delle più importanti mete di pellegrinaggio,
poiché in esso sono conservate le tombe dei vecchi Dalai bLa ma.
Ma oltre all’importanza religiosa, la costruzione ricopre anche un
ruolo di primo piano sotto l’aspetto storico; nelle sue stanze erano
custoditi numerosissimi e preziosi rotoli di pergamena, alcuni dei
quali antichi di dieci secoli, oggetti appartenuti ai primi re del
Tibet, regali di imperatori cinesi e mongoli, armi ed armature usate
per secoli. Nelle biblioteche erano conservati gli annali della
cultura e della religione tibetana, per un totale di circa 7.000
volumi, alcuni vergati con inchiostri d’oro e d’argento, rame in
polvere, madreperla e corallo finemente macinati, ogni riga un
colore diverso.
Ai giorni nostri, il Potala non è più
la sede del Dalai bLa ma e del suo staff, poiché il capo spirituale
e politico del popolo tibetano fuggì dal Tibet il 31 Marzo del 1959,
in seguito all’invasione del Tibet da parte dell’esercito della
Repubblica Popolare Cinese avvenuta nel 1950.
In seguito a ciò, il palazzo è stato adibito ad una nuova funzione,
quella di museo e di sede di governo della TAR, la Regione Autonoma
Tibetana.
Dal 1984, il Potala fa parte dell’elenco dei monumenti considerati
“patrimonio mondiale dell’umanità” dell’UNESCO,
in tale elenco vennero successivamente inseriti anche il tempio del
Jokhang ed il Nor bu glin k’a (residenza estiva dei Dalai bLa ma),
ma questo non ha impedito ai cinesi di erigere, nella primavera del
2002, un monumento beffardamente dedicato alla “pacifica liberazione
del Tibet” proprio di fronte al Potala.
Il Barkhor è il più interessante
kora (circuito di pellegrinaggio) di Lhasa, e comprende un
quadrilatero di strade che circondano lo Jokhang.
Esso è il cuore della città sia sotto l’aspetto religioso che sotto
quello commerciale.
I pellegrini provengono da ogni regione del Tibet, e la maggior
parte di loro si prostrano numerosissime volte; accanto ai
pellegrini pulsa il mercato, con bancarelle che vendono qualsiasi
genere di merce. Il circuito del Barkhor è segnato alle quattro
estremità da altrettanti incensieri di pietra (sangkang);
dietro quello situato a nord è posta una stele, nella quale sono
riportate le clausole del trattato sino-tibetano dell’822, che
garantisce il reciproco rispetto dei confini delle due nazioni.
Seguendo il circuito del Barkhor, si incontrano numerose cappelle,
come il Mani Lhakhag ed il Gongkar Chöde, nonché templi, come il
Jamkhang.
Il tempio del Jokhang (in tibetano
Tsuglhagkhang), è l’edificio sacro più venerato in Tibet.
Fu costruito sotto il regno di Srong btsan sgam po, nel VII secolo,
al fine di ospitare la statua portata in dote al Re dalla sua sposa
nepalese Bhrikuti.
Alla luce degli eventi che si sono susseguiti a partire dal 1949
(l’occupazione cinese), risulta ancora più carica di significati la
stele in pietra, posta all’ingresso del tempio, le cui iscrizioni in
cinese ed in tibetano, testimoniano la pace sino-tibetana dell’822.
La struttura del tempio ha subito
numerose modifiche nel corso dei secoli, le più significative sono
quelle apportate durante il regno del V Dalai bLa ma, mediante le
quali il tempio fu ampliato.

Jokhang, in
jan.ucc.nau.edu
L’edificio consta di due piani, ed al
suo interno si trovano 33 cappelle e numerose statue, la più
importante delle quali è indubbiamente la statua portata in dote
dalla principessa Wencheng allorché si unì in matrimonio con il re
Sron btsan sgam po.
Tale statua era inizialmente
conservata nel tempio di Ramoche (che si trova anch’esso a Lhasa),
ma dopo la morte di Sron btsan sgam po fu trasferita nello Jokhang.
Si tratta della statua del Buddha Jowo Sakyamuni all’età di dodici
anni; alta un metro e mezzo, coperta di seta e gioielli, la statua
dà il nome alla cappella che la contiene ed è il santuario più
venerato del Tibet.
L’insieme di opere racchiuse entro le mura del Jokhang, costituisce
un percorso a tappe che permette di arrivare al cuore del sentimento
più profondo che anima il popolo tibetano, quello religioso. Sono,
infatti, presenti raffigurazioni di Spyan ras gzig, Maitreya (il
Buddha del futuro), bTson k’a pa,
‘Od dpag med (il Buddha della luce infinita), Guru Rinpoche,
Tsepame (il rosso Buddha della longevità), Atīśa,
Drölma (divinità femminile della meditazione, è una manifestazione
della mente illuminata di tutti i Buddha) e di alcuni Dalai bLa ma,
ovvero alcune delle figure più rappresentative della secolare
tradizione tibetana.
Nel 2002, lo Jokhang è stato ancora di
più al centro dell’attenzione, in seguito alla decisione, da parte
delle autorità cinesi, di eliminare dal tempio le caratteristiche
lampade alimentate con il burro di Yak
(chömay). A tal fine, è stata costruita una nuova struttura
in grado di contenere le centinaia di lampade, che però possono
essere accese solo per feste ed offerte particolari.
La seconda città del Tibet è Shigatse
(Xigaze), si trova a 250 km ad ovest da Lhasa, è situata a 3.900
metri di altitudine e consta di circa 70.000 abitanti.
La città è la storica sede del Pan c’en bLa ma,
che risiede nel monastero di bKra šis lhun po, il principale centro
di attrazione della città.
Come la capitale Lhasa, anche Shigatse è ormai divisa in una zona
tibetana ed una zona cinese, di costruzione più recente. La zona
tibetana si trova raccolta ai piedi delle macerie del forte (dzong),
di Shigatse, che un tempo era la residenza dei re di Tsang e dei
governatori della provincia, ma fu distrutto durante una sommossa
popolare contro i cinesi nel 1959.
Questa città ha sempre avuto un
importante ruolo economico, anche perché aiutata da un clima
mitigato dalle numerose giornate soleggiate, che permettono una
buona resa agricola.
Tsetang si trova a 3.550 metri di
altezza, ed è situata a 189 km a sud-est di Lhasa, è la seconda
città della regione dello Ü e la terza del Tibet.
La città è il capoluogo della prefettura dello Shannan nonché un
importante centro amministrativo e base militare cinese.
Anche Tsetang si compone di un nuovo
quartiere cinese e di un vecchio quartiere tibetano, situato nella
parte orientale della città e stretto attorno al Ganpo Ri,
una delle quattro montagne sacre della provincia dello Ü.
Nel quartiere tibetano si trovano alcuni monasteri di una certa
importanza, uno di questi è il monastero di Tsetang, una costruzione
del XIV secolo, che era inizialmente un’istituzione della scuola
bKa’ brgyud pa, salvo divenire nel XVIII secolo un
monastero dell’ordine dGe lugs
pa.
Un altro monastero di una certa importanza è quello di Ngachö, che
in una cappella fa riferimento ad un elemento culturale molto
importante della società tibetana, la medicina.
Inoltre, nella città di Tsetang, si
trova un monastero femminile, quello di Sang-ngag Zimche, nel quale
è conservata un’immagine di un Spyan ras gzig con 1.000 braccia
risalente al tempo del re Sron btsan sgam po, che, secondo alcuni,
modellò personalmente la statua.
La città di Gyantse si trova nello
Tsang, a circa 254 km a sud-ovest da Lhasa ed a 3.950 metri di
altezza, nella valle del Nyangchu.
La città si affermò tra il XIV ed il
XV secolo come centro di un feudo legato all’ordine Sa
skya pa, ma perse la sua importanza alla fine dello
stesso secolo XV, pur rimanendo un centro importante per il
commercio della lana e del legno tra l’India ed il Tibet.
La città è sovrastata dal monastero di
Pelkor Chöde, che si trova al confine settentrionale della città.
Questo monastero fu fondato nel 1418, ed un tempo era costituito da
15 diversi monasteri che appartenevano a tre ordini diversi, nove
appartenevano alla tradizione dGe lugs pa, tre
a quella Sa skya pa ed altri tre al sotto
ordine Bűton, dando vita ad un notevole esempio di tolleranza
religiosa.
Come la maggior parte dei conventi del
Tibet, anche questo è estremamente ricco di opere d’arte intrise di
storia.
Lo dzong, o forte, di Gyantse è reso
interessante soprattutto dall’Anti-British Imperialists Museum, che
ricorda la spedizione militare britannica del 1904.
Gyantse è però generalmente
identificata con il suo Kumbum, che letteralmente significa “100.000
immagini”, e si tratta di un edificio sacro particolare, è un mc’od
rten
contenente statue e dipinti.
Questo kumbum risale al 1427, la
struttura del mc’od rten è alta 35 metri ed è composta
da quattro piani simmetrici. L’edificio è sormontato da una cupola
d’oro che si trova sopra quattro occhi che guardano ai punti
cardinali. All’interno dei sei piani che compongono l’edificio, vi
sono 77 cappelle affrescate risalenti al XIV secolo, che permettono
di intraprendere un percorso all’interno dell’evoluzione della
pittura e della scultura tibetana.
Le cappelle, sono dedicate alle
maggiori figure della religiosità tibetana, come ‘Od dpag med, Śākyamuni,
Spyan ras gzig, Vairocana, Drölma ed altre ancora.
Come le altre maggiori città, anche
Gyantse si divide in un quartiere tibetano, a nord, con case
prevalentemente di pietra, ed un quartiere cinese, più moderno, che
comprende anche gli edifici governativi e la maggior parte delle
attività commerciali.

Kumbum di Gyantse, in
kimbriggs.onza.net
1.3 L’economia.
L’economia tibetana, è caratterizzata
da una prevalenza pressoché assoluta dell’agricoltura e
dell’allevamento del bestiame.
Si tratta di una realtà economica che
per secoli non ha conosciuto sussulti verso una reale
modernizzazione.
Tradizionalmente, la proprietà
terriera spettava al Dalai bLa ma ed all’aristocrazia clericale e
laica. Non bisogna dimenticare che una grossa parte della
popolazione è nomade, e sostanzialmente lega la propria esistenza
agli yak.
E’ un errore, considerare la società
tradizionale tibetana come una sorta di dittatura esercitata dalle
autorità religiose; difatti, al momento dell’invasione cinese, il
Tibet usciva favorevolmente dalla comparazione con gran parte dei
paesi asiatici del tempo, sia per quanto concerne la mobilità
sociale, sia in termini di distribuzione della ricchezza.
Il sistema politico tibetano, che
prendeva il nome di “choesi-sungdrel”, era basato sui
principi buddhisti della pietà, integrità morale e uguaglianza;
secondo questo sistema, il governo deve essere fondato su elevati
modelli morali e servire il popolo con amore e compassione, così
come i genitori si occupano dei loro figli. Il principio essenziale
di questo sistema è la convinzione nel fatto che tutti gli esseri
viventi abbiano il seme della buddhità al proprio interno e,
conseguentemente, debbono essere rispettati.
I contadini, godevano di una propria
identità legale, spesso con documenti comprovanti i loro diritti,
tra i quali quello di poter citare in giudizio, presso le corti di
giustizia, i propri padroni. Il maltrattamento e l’oppressione dei
contadini da parte dei proprietari terrieri erano proibiti dalla
legge.
I contadini pagavano il proprio
reddito direttamente allo Stato, e questo contribuiva a formare la
maggiore fonte degli stock alimentari che il governo distribuiva ai
monasteri,
i quali si facevano carico di tutte le spese per i loro allievi.
Le zone tradizionalmente dedite
all’agricoltura sono le grandi valli meridionali e orientali, nelle
quali risiedono la maggioranza dei tibetani.
La maggior parte dei campi, sono adibiti alla coltivazione di una
particolare tipologia di orzo resistente al freddo. Questo perché
esso rappresenta il fulcro della tipica dieta tibetana; l’orzo, dopo
essere stato tostato e macinato, assume il nome di “tsampa”,
che è la componente principale di quasi tutti i piatti tibetani.
Il modo più comune di consumarla, consiste nell’amalgamarla con un
liquido (come acqua, tè, latte o yogurt) e farne delle palline,
oppure la si fa fermentare per ottenere la birra d’orzo (c’an).
Oltre all’orzo, vengono coltivati ortaggi, legumi, mais, miglio,
alberi da frutto, riso ed altro ancora.
L’allevamento del bestiame, assume un
ruolo diverso secondo la zona che si considera, laddove esso è
un’attività complementare nelle zone dedite all’agricoltura, assume
invece un ruolo preponderante tra le popolazioni nomadi
tipiche dell’alto Tibet e delle zone più occidentali.
L’industrializzazione, è un processo che il Tibet ha conosciuto a
partire dall’invasione cinese, infatti, fino ad allora, l’unica
attività manifatturiera presente era quella domestica e del piccolo
artigianato, che consisteva prevalentemente nella fabbricazione di
stoffe, oggetti di rame, oro e argento, con una particolare
attenzione verso gli oggetti rituali propri delle pratiche religiose.
Alla luce di queste considerazioni, si può parlare di un paese a due
facce, culturalmente avanzato ma economicamente e tecnologicamente
arretrato.
In seguito all’invasione cinese del
1950, la realtà economica ed infrastrutturale del Tibet, è
notevolmente cambiata.
Alla base di ciò, vi è il fatto che
tutti gli affari relativi all’amministrazione della madrepatria
cinese (della quale, secondo i cinesi, anche il Tibet fa parte),
sono controllati direttamente da Pechino, come rilevato sin
dall’instaurazione del Comitato Preparatore della Regione Autonoma
Tibetana, il 22 Aprile 1956.
L’impegno economico profuso in Tibet
dalla Cina, ha un valore politico strategico.
Infatti, la Cina è “uno Stato
plurinazionale unitario”, come sancito dall’ articolo 3 della
Costituzione cinese approvata dal Congresso nazionale del popolo
cinese il 20 Settembre del 1954,
e nonostante
la popolazione di etnia Han
rappresenti da sola ben il 94% della popolazione, vivono entro i
confini del paese numerosi altri gruppi etnici, le cosiddette
“minoranze nazionali”.
Tali popolazioni (come gli Uighur, gli Zhuang, i
Miao, i Mongoli ed appunto i Tibetani), sono economicamente e
tecnologicamente arretrati rispetto agli Han, che tendono a
considerarsi culturalmente superiori, dando luogo a ciò che Mao
Zedong
definì il “nazionalismo grande Han”.
Le forti differenze culturali, unite a quelle economiche, tendono a
generare un nazionalismo locale che il governo di Pechino teme
parecchio, anche perché queste popolazioni abitano per lo più lungo
le frontiere continentali della Cina, agitando lo spettro di una
parcellizzazione del Paese, sulla falsariga di quanto accadde in
Jugoslavia negli anni ’90.
E’ indubbio che negli ultimi cinquanta
anni, il Tibet abbia conosciuto una forte innovazione e
modernizzazione tecnologica ed infrastrutturale, ma è altresì vero
che il prezzo pagato per questo è elevatissimo. Secondo la lettura
del governo di Pechino, il Tibet “primitivo e barbaro” pre-comunista,
si sta trasformando sotto il “benevolente” governo cinese.
Le innovazioni consistono principalmente nella costruzione di
autostrade, dighe, centrali idroelettriche, ponti, aeroporti,
ospedali nonché l’introduzione di nuovi sistemi di lavoro
soprattutto in campo agricolo.
Questi sforzi però, sono tesi più a
collegare il Tibet con il resto della Cina ed a sfruttarne le
risorse naturali, che ad agevolare le condizioni di vita del popolo
tibetano.
In campo agricolo, il 1964 segnò
l’istituzione delle comuni agricole popolari, ponendo l’accento
sulla produzione intensiva di riso e grano, più redditizi e graditi
ai coloni cinesi, a scapito del tradizionale orzo che, come visto in
precedenza, costituisce la base dell’alimentazione dei tibetani.
Parallelamente furono introdotte le
macchine, i fertilizzanti chimici, gli impianti di irrigazione e
nuove sementi.
La rete delle comunicazioni fu
notevolmente potenziata e dopo il quarto forum di lavoro sul Tibet,
del giugno 2001, il governo cinese annunciò tra le altre cose,
l’imminente costruzione di una nuova ferrovia da Lhasa a Gormo
(nella provincia di Admo), reclamizzandola come un benevolo regalo
al Tibet, per andare incontro al desiderio di modernità della
popolazione himalayana.
Il documento governativo scaturito da
questo forum, esalta anche le migliaia di miglia coperte dalla rete
di strade ed altre ferrovie che collegano il Tibet alla Cina, ma se
davvero il fine ultimo di queste vie di comunicazione fosse la
modernizzazione del Tibet, la loro meta non dovrebbe essere la Cina,
ma più probabilmente, il porto più vicino, che dista appena 600 km
dal confine tibetano.
Collegando il Tibet con le città
cinesi, la Cina ha raggiunto lo scopo prefissatosi, vale a dire la
totale assimilazione del Tibet, attraverso il riversamento di
migliaia di cinesi nell’Altopiano,
tanto che, a fronte di circa 6.000.000 di tibetani, vi sono circa
7.500.000 cinesi in Tibet, in pratica i tibetani sono diventati una
minoranza in casa propria.
La presenza di così tanti cinesi sul
suolo tibetano, giustifica i notevoli investimenti che Pechino
stanzia per le migliorie nella regione, e che vengono sfruttati per
promuovere la propria immagine a livello internazionale e
giustificare la propria presenza in Tibet, omettendo però, di
pubblicizzare con la medesima enfasi il costo di tali investimenti,
che si concretizzano nell’indiscriminato saccheggio di beni
culturali, nei progetti di deforestazione e di intenso sfruttamento
delle ricchezze naturali.
I cinesi sono attratti in Tibet dalla
possibilità di ricevere ingenti incentivi governativi, volti a
permettere loro di iniziare una propria attività economica, in una
zona dove rappresenteranno una classe dominante e privilegiata.
Questa situazione si può evincere anche visivamente, tramite la
lampante differenza tra i nuovi quartieri cinesi ed i vecchi
fatiscenti quartieri, abitati dai tibetani, nelle varie città
dell’Altopiano.
Questa politica sta creando due
economie e due società in Tibet, una società urbana e ricca, quella
cinese, ed una prevalentemente rurale e povera, quella tibetana.
Gli investimenti stanziati dal governo
cinese, non mirano ad alleviare la crescente condizione di povertà
del Tibet, perché sono indirizzati verso progetti concernenti la
costruzione di grandi infrastrutture, che non incidono minimamente
nella vita di tutti i giorni della massa degli indigenti.
Queste tesi, sono ampiamente sostenute
dalle statistiche, secondo le quali, dal 1994 al 2000, il prodotto
interno lordo (PIL) del Tibet è aumentato del 130%, con un aumento
annuale del 12,4%. Il reddito pro capite disponibile al residente
urbano e quello dell’abitante delle zone rurali, è aumentato
rispettivamente del 62,9% e del 93,6%; la popolazione povera è
diminuita da 480.000 agli inizi degli anni ’90, ad appena poco più
di 70.000.
Ma queste statistiche sono state
elaborate dalle autorità provinciali, che hanno tutto l’interesse a
mantenere ad un alto livello le sovvenzioni di sostegno al Tibet,
dato che i maggiori beneficiari di esse sono proprio i funzionari
governativi.
Inoltre, l’accrescimento del PIL al
12,4%, è stato innescato dal settore terziario, che costituisce
circa il 50% del PIL del Tibet, evidenziando una volta ancora chi
trae beneficio dagli investimenti.
Un altro dato sul quale occorre
soffermarsi, è quello riguardante la diminuzione della povertà, i
numeri presentati dal governo sono stupefacenti, tuttavia occorre
analizzarli più in profondità.
Uno studio della Banca mondiale,
spiega che le statistiche cinesi non fanno riferimento al parametro
di povertà accettato internazionalmente, di un dollaro al giorno,
bensì all’indice di povertà “cinese”, che pone a circa 80 dollari
annuali la soglia di povertà.
Da ciò consegue che, nonostante il Tibet conti un numero di province
considerate “povere” tra i più bassi del paese; se si utilizza
l’indice di sviluppo umano (HDI), che annovera tra i propri
indicatori istruzione, reddito e salute, la T.A.R. si colloca in
fondo alla classifica delle province cinesi. Non solo, ma se le zone
tibetane fossero misurate come nazione indipendente, farebbero parte
della categoria “basso sviluppo”, come Bangladesh, Gibuti e Haiti.
|