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CAPITOLO SECONDO.
La
religione.
2.1 Il Buddhismo.
La
dottrina buddhista, esiste da circa 25 secoli, durante i quali ha
subìto numerose e profonde trasformazioni, rappresentando uno dei
massimi eventi culturali nella storia dell’umanità, e ciò non deve
essere circoscritto al mero ambito religioso, bensì deve essere
esteso al pensiero umano nella sua totalità.
Gli elementi che
maggiormente caratterizzano la dottrina buddhista sono due:
innanzitutto la mancanza di interventi divini o sovraumani per la
salvezza dell’uomo, il quale può compierla soltanto per mezzo del
proprio sforzo; in secondo luogo la grande tolleranza nei confronti
delle altre religioni, questo perché, per il Buddhismo, gli dèi non
sono concepiti come entità reali e concrete, bensì come proiezioni
fondamentalmente illusorie di elementi noetici e psichici
appartenenti alla coscienza.
Non esiste nemmeno
la tipica figura, propria delle religioni monoteiste, di un dio sul
quale proiettare tutti i sentimenti più puri e sacri, questo perché
l’idea di un dio lontano dall’essere umano, non è contemplata dalla
dottrina buddhista. Tutto ciò porta ad evitare che il dio sia una
figura estremamente vulnerabile ed attaccabile dai nemici, perché
colpendolo si colpiscono i sentimenti migliori dei fedeli; tutto
questo è testimoniato dal fatto che, in nome del Buddhismo, non sono
mai state combattute guerre.
Come per la maggior
parte delle religioni, il fine del Buddhismo è la liberazione
dell’uomo, tale liberazione la si intende quale emancipazione dal
dolore (duhkha) e dalle illusioni proprie della vita terrena,
la quale si protrae a lungo in una serie continua di nascite e
rinascite (samsāra). Il dolore esiste perché c’è un Io che lo
raffigura, in una serie di passioni, tendenze, brame, desideri ecc.
Il compito dell’uomo
è quello di scardinare questo Io illusorio sperimentando la sua
non-essenza (an-attā), staccandosi da ogni
attaccamento si giunge ad un’illuminazione interiore (bodhi)
che conduce alla liberazione, che nel Buddhismo viene indicata con
il termine di “estinzione” (nirvāna).
Abbiamo visto come
nel Buddhismo non esista un dio distante dall’uomo, così come la
salvezza sia frutto dello sforzo dell’uomo, ma allora, quale
importanza viene data alla figura del Buddha? e, soprattutto, chi
era Buddha?
Innanzitutto Buddha
non è il nome proprio di una persona, bensì un appellativo dato ad
un essere umano che abbia conseguito la Liberazione, Buddha
significa, infatti, “risvegliato”.
Ciononostante, con
il termine Buddha, si indica generalmente (almeno nel mondo
occidentale), Siddhārta Gautama, figlio di Śuddhodana, principe (raja)
del paese degli Śākya (i Potenti), situato nel nord dell’India; è
con riferimento al proprio ceppo familiare che egli viene
identificato anche come Śākyamuni, ovvero “il Saggio degli Śākya”.
Un’esatta collocazione cronologica della nascita di Siddhārta
Gautama, non è possibile, tuttavia si ritiene che venne al mondo tra
il 563 ed il 570 a.C..
La religione
buddhista non conferisce un’importanza eccessiva alla figura storica
del Buddha Śākyamuni, il suo merito maggiore è quello di aver
trasmesso gli insegnamenti spirituali relativi al Dharma,
con l’individuo Gautama coesisteva il principio spirituale di Buddha,
quindi il suo corpo fisico viene visto come una sorta di “veicolo”
del Dharma, tanto è vero che i buddhisti hanno sempre
combattuto la tendenza dei non-risvegliati a riporre la propria fede
in una persona reale, limitando al massimo l’importanza del Buddha
storico. Ciò che conta è quindi il principio spirituale del quale il
corpo fisico di Siddharta era un semplice portatore.
In quanto
incarnazione di un tipo trascendente, il “Buddha storico”, non è un
qualcosa di isolato ed irripetibile, ma semplicemente una delle
numerose manifestazioni di una serie di Buddha che appaiono in
questo mondo terreno di età in età per aiutare gli uomini a trovare
la via per la Liberazione. La tradizione riconosce sei predecessori
di Gautama (Vipaśyin, Śikhin, Viśvabhu, Krakuccanda, Kanakamuni e Kaśyapa)
ed allorché iniziò a diffondersi un certo pessimismo riguardante la
vitalità del messaggio di Śākyamuni, andò diffondendosi con sempre
maggior vigore il culto del Buddha del futuro, Maitreya.
Importante è anche
la tradizione secondo cui egli, oltre al normale corpo fisico con
cui si rendeva visibile alla gente comune, aveva anche un corpo
“etereo” che soltanto gli eletti potevano scorgere con l’occhio
della fede. Tale corpo, presentava i 32 “contrassegni del
superuomo”, quali le ruote segnate nei piedi, membrane che univano
tra loro le dita, un alone o aureola intorno al viso, una
protuberanza alla sommità del capo, un piccolo ciuffo di capelli fra
le sopracciglia, le orecchie allungate ed altri ancora. Parti di
questa tradizione possono essere fatte risalire addirittura a
credenze di epoca prebuddhista, concernenti i canoni di bellezza
maschile, l’arte di predire il destino basandosi su segni e
pronostici vari, ecc.
Gli elementi davvero
importanti relativi alla vita di Śākyamuni, sono il raggiungimento
dell’Illuminazione e la decisione di diffondere la Dottrina,
decisione presa sulla base del sentimento della compassione verso
tutti gli esseri viventi.
A Benares tenne il
sermone detto “la messa in moto della Ruota della Legge (Dharma-cakra-pravartana),
mediante il quale rivelò la Dottrina ai primi cinque discepoli,
detti “beato gruppo”.
Ciò che il Buddha
intuì, per mezzo della meditazione, fu innanzitutto la dipendenza di
tutte le creature da sentimenti come gioia, brama, dolore ed altri
ancora, che si basano sulla ignoranza, intesa come forza cosmica,
dalla quale nasce l’attaccamento a sé stessi.
L’idea di un Io
esistente, è da attribuirsi alla mancanza di conoscenza di come sono
esattamente le cose, e questa ignoranza è la causa prima di tutte le
afflizioni. La persona entra in contatto con il mondo esterno per
mezzo dei sei ricettacoli (vista, udito, odorato, gusto, tatto e
mente ricettiva), da questo contatto si genera il desiderio
dell’oggetto e l’attaccamento alla vita, quest’ultimo è la base
dell’esistenza stessa intesa come divenire karmico, ovvero una serie
di nascite, contraddistinte da diversi destini, sulla base delle
azioni (karman) commesse nelle vite precedenti.
Questo ciclo di
esistenze, o esistenza ciclica, ha le proprie radici nelle
afflizioni e nelle azioni contaminate, le afflizioni sono dei
fattori mentali che quando diventano manifesti, influenzano la
mente, spingendo l’essere ad accumulare un’azione negativa.
Le azioni sono
solitamente suddivise in: meritorie, non meritorie e invariabili. Le
azioni meritorie, spingono a rinascite felici, come quelle degli
uomini, dei semidèi e degli dèi. Le azioni non meritorie spingono
verso rinascite infelici, come gli animali e gli abitanti degli
inferi; infine le azioni invariabili portano ai regni superiori.
Come abbiamo visto,
a causa del principio di causa-effetto (karma), ogni azione
si ripercuote nella nostra vita, determinando delle conseguenze
buone o cattive, ma le ripercussioni possono manifestarsi anche
nelle nascite successive.
L’esistenza ciclica è un processo al di fuori del controllo
dell’uomo, il quale può indirizzarlo con il proprio comportamento e
le proprie azioni, però la natura di questo ciclo di esistenze è
l’infelicità.
Onde potersi
liberare da questo ciclo di vite, il samsāra, il Buddha ha
indicato le cosiddette “4 Nobili Verità”, che sono:
1-
La vita è sofferenza ed imperniata sul dolore (duhkha);
2-
La sofferenza è generata dall’attaccamento, dall’egoismo, dal
desiderio;
3-
Vi è la possibilità di liberarsi da tale attaccamento;
4-
Il cammino verso la liberazione da questo stato di sofferenza è
indicato dall’Ottuplice Sentiero verso la retta via.
La prima Nobile
Verità, indica che l’esistenza terrena è sostanzialmente imperfetta
e permeata di dolore e sofferenza per sua stessa natura; nascita e
morte implicano sofferenza, così come tutta l’esistenza compresa fra
questi due momenti.
Esistono anche i
momenti di gioia, tuttavia la sofferenza è una costante della vita,
dettata dal fatto che laddove l’uomo brama attaccamento alle
circostanze, alle persone o alle cose, la vita è contraddistinta dal
mutamento e dalla caducità.
Perciò è proprio
l’attaccamento a generare il dolore, perché se questo sentimento non
esistesse, non ci sarebbe sofferenza di fronte ai mutamenti. Ora,
dal momento che non è possibile opporsi allo svolgimento del flusso
della vita, è necessario riuscire a raggiungere una posizione di
distacco dalle cose terrene, riconoscendole per quello che sono,
ovvero senza una reale importanza e consistenza.
La seconda Nobile
Verità indica che l’uomo si trova a vivere sulla Terra a causa del
suo attaccamento, in pratica l’uomo è sulla Terra perché vuole
starci. Questo attaccamento alle cose, siano esse materiali, come la
ricchezza, o spirituali, come la bramosia del potere, l’avidità, il
possesso di ideali politici, idee religiose ed altre ancora, è una
forza che non si distrugge con la morte, ma cerca nuove forme per
continuare a vivere, ed infatti è la causa del ciclo di nascite
contrassegnato dal proprio karma.
La terza Nobile
Verità, sostiene che è possibile liberarsi dalla sofferenza, quindi
sottrarsi al continuo ciclo di vita e morte, che viene visto come
una forma di schiavitù.
Se si eliminano le
basi delle afflizioni, e non si accumulano nuove azioni, le cause
del ciclo karmico di esistenza vengono meno, in questo modo l’uomo
si libera da tale schiavitù.
Dal momento che la
causa dei mali risiede nell’uomo, quest’ultimo può, con il proprio
sforzo distruggere tale causa, ma solo se sa come procedere.
A tal fine il Buddha,
alla stregua di un medico, ha indicato il modo per eliminare la
causa della sofferenza, ma questo sistema è inutile senza il reale
sforzo personale.
L’idea
dell’indispensabilità dello sforzo umano, sottolinea ancora una
volta la lontananza dall’idea cristiana di enorme distanza tra Dio e
l’uomo, anzi, il fine ultimo del percorso intrapreso dai buddhisti è
colmare tale distanza, giungendo ad esprimere il Buddha potenziale
che è insito in ogni individuo.
La Liberazione
consiste in uno stato trascendente, oltre l’esperienza ordinaria,
dove tutti i mali cessano, insieme alle loro cause ed ai loro
effetti, questo prende il nome di nirvāna.
La quarta Nobile
Verità, asserisce che per raggiungere la Liberazione alcuni sistemi
sono più proficui rispetto ad altri, questi vengono descritti
nell’Ottuplice Sentiero verso la retta via (astānga-marga).
Quest’ultimo è
articolato in una serie di consigli pratici, relativi al come
occorre comportarsi al fine di raggiungere la liberazione, le otto
componenti sono: retta visione (samyag-drsti), retta
rappresentazione concettuale o retto proposito (samyak-sankalpa),
retta parola (samyag-vāc), retta azione (samyak-karmānta),
retto metodo di vita (samyag-ājīva), retta
applicazione o retto sforzo (samyak-vyāyāma), retta
consapevolezza (samyak-smrti) e retta meditazione (samyak-samādi).
Con “retta visione”,
s’intende che è necessario vedere le cose nel modo più oggettivo
possibile, sforzandosi di rimuovere gli elementi di soggettività,
che sono ingannevoli.
Retto proposito significa che occorre essere pienamente coscienti
dei motivi che spingono ad agire, analizzando le motivazioni e
purificando i pensieri, questo porta ad agire per intima convinzione
e ritenendo giusto farlo.
Queste due regole iniziali attengono al pensiero, perché ciò che
motiva l’azione, ovvero i suoi preparativi, hanno per il buddhista
notevole importanza. “Retta parola” sottintende un modo di
esprimersi che non semini sentimenti malsani quali odio, inimicizia,
discordia, rancore, ma vuol dire anche non perdersi nei
pettegolezzi, non seminare zizzania. E’ necessario invece esprimersi
in modo benevolo, onesto e pacato, avendo cura di non essere
fraintesi.
La quarta regola, “retta azione”, impone che l’azione non deve
nuocere ad alcuno, non bisogna agire con superficialità né con
avventatezza, allo stesso modo non bisogna sottomettersi, dal
momento che la sottomissione non è di alcuna utilità, anzi, la retta
azione è impavida. Il significato di retta azione è integrato anche
dai cinque precetti morali indicati dal Buddha, in base ai quali
occorre ordinare la propria esistenza, smettendo di uccidere,
rubare, fornicare illecitamente, mentire e fare uso di sostanze
inebrianti. Questi ammonimenti non devono essere presi alla lettera,
perché ciò che conta è lo spirito con il quale le azioni si
compiono, ad esempio, anche bevendo si uccidono numerosi
microrganismi presenti nell’acqua, senza per questo divenire degli
assassini.
Le norme morali sono utili per “orientarsi”, tuttavia ognuno è
responsabile davanti a se stesso per il proprio comportamento che,
infatti, si ripercuoterà nel proprio karma. La cieca
obbedienza quindi non ha valore in sé, ma anzi ostacola la
responsabilità soggettiva e lo sviluppo individuale.
La quinta
indicazione, ovvero “retti mezzi di sostentamento”, suggerisce che
vi sono dei modi di procurarsi da vivere che sono in contrasto con
l’intenzione di abbandonare il ciclo di esistenze.
Tra queste si
possono ricordare il commercio con armi, il commercio con sostanze
inebrianti e che creano assuefazione, l’uccisione di animali e tutte
quelle azioni come frodi o diffamazioni, che arrecano danni a terzi
e compiute al fine di arricchirsi. In assoluto l’attività più
fruttifera per il bene della propria spiritualità è, ovviamente,
quella di monaco (bhiksu).
Con “retto sforzo”, si intende uno sforzo prettamente spirituale,
che comprenda emozioni, pensieri, sentimenti, con i quali riempire
il proprio spirito, cercando di educare se stessi a disposizioni di
animo buone e positive, eliminando invece quelle negative.
Questo atteggiamento è reso necessario dal fatto che i piaceri
materiali sono contraddistinti dalla caducità, e l’eventuale
felicità che da essi scaturisce, è effimera e passeggera.
A ciò si deve
aggiungere che piacere e dolore, non sorgono esclusivamente da
fattori esterni, bensì hanno anche delle cause interne, viste come
latenze delle azioni (virtuose e non), presenti nella mente e che si
risvegliano per opera di cause esterne, generando così sensazioni
piacevoli o meno.
Data questa importanza allo spirito, è facile intuire quanto sia
importante allenarlo a coltivare sentimenti e pensieri positivi, si
tratta di una sorta di “pulizia spirituale” da compiersi con
costanza ed abnegazione. Queste ultime quattro regole, fanno
riferimento al cosiddetto comportamento morale, mentre le ultime due
riguardano l’approccio nei confronti della dimensione spirituale.
Difatti “retta
consapevolezza” e “retta meditazione”, fanno riferimento
all’allenamento della coscienza, con il quale si cerca di rendere
consapevoli i processi emotivi e mentali, aprendosi ad una
dimensione superiore.
L’esercizio spirituale pratico, ovvero la meditazione, è l’essenza
stessa del Buddhismo, il quale annovera numerosissime tecniche che
hanno però un obiettivo in comune, vale a dire il raggiungimento
della condizione di “arhat”, ossia “il degno” del nirvāna.
Per raggiungere tale condizione, si deve realizzare uno stato dello
spirito che sia pura coscienzialità, in cui ogni tensione ed ogni
passione svaniscano completamente, in modo che la realtà appaia così
come realmente è, ovvero “vuoto di essenza” (śūnya). Le linee
basilari, relative all’esperienza meditativa sono due, la prima è la
“samatha-bhāvanā”, e prevede una intensa focalizzazione del pensiero
su un supporto meditativo, come ad esempio le fasi del respiro, che
permette di giungere ad uno stato di concentrazione in grado di
condurre il meditante ad una purificazione della mente (citta-visuddhi)
dai cosiddetti “cinque ostacoli”, che sono: brama dei sensi (kāmacchanda),
avversione (vyāpāda), torpore (thīnamiddha),
irrequietezza della coscienza (uddhacca-kukkuca) ed
infine il dubbio scettico (vicikicchā).
A questa condizione
detta “di accesso” (upacāra-samādhi), segue una nuova
condizione, detta “piena concentrazione” (appanā-samadhi),
la quale è composta da vari passaggi sino a giungere alla “sfera di
là da percezione e non percezione”, in cui ogni attività percettiva
cessa di sostenere la concentrazione. A questo punto si prova una
condizione di accesso virtuale al nirvāna, che però sarà
effettivamente raggiungibile solo dopo la morte.
La seconda via prende il nome di “vipassanā”, che significa
“contemplazione intuitiva”, e si fonda sulla consapevolezza di
qualunque fenomeno che emerge nella coscienza, in rapporto a ciò che
si fa o si sente, mantenendo sempre una coscienza vigile e senza mai
distrarsi. Ovviamente questa attenzione si applica non solo ai
processi fisici, bensì anche a quelli mentali. Si cerca di giungere
ad una serie di “prese di coscienza” o “purificazioni” (visuddhi),
iniziando da una purificazione morale, e passando attraverso la
purificazione della mente, dell’opinione, la purificazione inerente
alla visione noetica di sentiero e non-sentiero, la purificazione
dovuta alla visione noetica del progresso nella pratica, la presa di
coscienza relativa all’equanimità di fronte ai fenomeni
reciprocamente condizionati, giungendo fino alla purificazione della
visione noetica, con cui si consegue una doppia visione, quella del
percorso che si è compiuto, e quella del frutto delle azioni che
hanno portato a questa presa di coscienza, in pratica pur risiedendo
nel nirvāna, si è in grado di vedere ciò che è avvenuto prima di
giungere alla realizzazione.
Le “Quattro Nobili
Verità”, l’”Ottuplice Sentiero”, la meditazione, sono le componenti
principali della dottrina Buddhista, e quest’ultima è, a sua volta,
uno dei cosiddetti “tre gioielli” nei quali il buddhista si
“rifugia”, ovvero il Buddha, il Dharma (cioè la Dottrina), ed
il Sangha (la comunità spirituale).
Della figura del
Buddha si è già trattato, e si è visto come la sua importanza è data
prevalentemente dalla enorme forza spirituale del Dharma che
scorreva dentro di lui. Il Dharma, è il potere impersonale
presente in ogni cosa, l’intero universo è personificazione e
rivelazione del Dharma. In genere sono attribuiti al
Dharma quattro significati principali:
1-
Il significato di “Realtà suprema”, una realtà presente in tutto ciò
che è percepibile. Essa si oppone alle cose illusorie del mondo
materiale, dalle quali bisogna allontanarsi per volgersi
esclusivamente alla Realtà suprema, poiché solo essa può appagare in
modo davvero esaustivo. Il Dharma non è esterno alle cose del
mondo, bensì immanente in esse.
2-
Il significato soggettivo di Realtà suprema rivelata
dall’insegnamento del Buddha Śākyamuni, ed in questa accezione ha il
significato di “dottrina” o “verità”.
3-
Il significato di “virtù”, allorché intendendo il Dharma nei
due sensi precedenti, esso si riflette nella vita nella misura in
cui si agisce in accordo con esso.
Vivere seguendo il Dharma vuol dire seguire il cammino che
porta alla liberazione. Il Dharma è sia individuale sia
relativo all’intero universo, perciò è necessario trovare anche la
propria via, perché ognuno deve seguire, oltre alla legge
universale, anche una propria legge, che permetta di trovare il
proprio compito nel “Tutto”; così facendo, impegnandosi per il
proprio bene, si fa anche il bene del “Tutto”.
4-
Il significato scientifico, che deriva dal considerare le cose e gli
accadimenti nelle loro relazioni col Dharma inteso nella
prima delle quattro accezioni, ovvero dallo studiarli quali sono
nella propria realtà ultima.
In questo caso, si fa riferimento alla teoria scientifica dell’atomismo,
secondo la quale dietro le apparenze della natura, esiste un altro
mondo, composto di atomi più o meno invisibili, individuabile
unicamente tramite formule matematiche. Secondo l’atomismo, gli
atomi sono ciò che è veramente reale, e dal loro comportamento si
può controllare l’universo materiale e dedurre le proprietà fisiche
percepite dai sensi. Allo stesso modo, i buddhisti ritengono che il
mondo che l’individuo scorge, è irrimediabilmente deformato
dall’ignoranza e dalla brama, ma è in realtà privo di reale
consistenza. Ciò che per i fisici sono gli atomi, per i buddhisti
sono i dharma, che sono stati spesso indicati come i sei campi dei
sensi esterni ed interni, ovvero occhi, orecchie, lingua, naso,
organi del tatto e mente, con i corrispettivi oggetti della vista,
dell’udito, del gusto, dell’olfatto, del tatto e del pensiero. Il
dharma è slegato da ogni cosa o essere, ed è dotato di una propria
forza oggettiva.
Il terzo “gioiello”,
la comunità o ordine buddhista, si suddivide in una chiesa
“visibile” ed una “invisibile”. Quella visibile è composta dai
monaci e dalle monache regolarmente ordinati, nonché dai laici che
danno sostegno ai monaci, prendono rifugio nei tre gioielli e
osservano i cinque precetti propri dell’etica buddhista.
La chiesa invisibile è la comunità, elitaria, costituita dagli
Ārya, ovvero i “nobili” o “santi”, ben distinti dalla massa dei
comuni mortali. La dottrina buddhista pone queste due categorie di
esseri su due piani di esistenza diversi, quello “mondano” e quello
“sovramondano”, non solo, ma solamente gli Ārya sono
considerati davvero vivi. Questi ultimi si sono staccati da tutto
ciò che è condizionato in modo da procedere lungo la via che porta
al nirvāna. Anche il comune mortale può intraprendere il cammino che
porta al raggiungimento del nirvāna, tuttavia deve impegnarsi con
costanza nella meditazione, al fine di conseguire la “nascita
spirituale” che contraddistingue gli Ārya.
Il rifugio nei tre
gioielli
(Tri-ratna), è quindi la via per giungere alla
Liberazione, ovvero il nirvāna. Per spiegare il concetto di
nirvāna, si utilizza spesso il termine “estinzione”, questo
perché in esso si annullano tutti gli attaccamenti alle cose
terrene, sia negative che positive, generatrici di karman e,
quindi, del ciclo samsarico di esistenze, il quale viene così
sciolto, per il venir meno della legge di causa-effetto.
Con il
raggiungimento del nirvāna, ci si risveglia alla universale
coscienza della “non-sussistenza” di tutte le cose; il nirvāna è uno
stato di quiete immota al di là dell’essere e dell’esistere, è una
coscienza che non viene turbata nemmeno dalla conoscenza, perché
tutte le cose hanno cessato di esistere, compreso il Dharma.
Così come i
buddhisti danno una importanza quasi marginale alla figura storica
di Śākyamuni, essi si preoccupano meno di definire il nirvāna che
non di realizzarlo in se stessi.
La comunità
buddhista, non rimase unita molto a lungo, ben presto si suddivise
in numerose sètte, inoltre il buddha Śākyamuni non nominò un proprio
successore, cosicché il buddhismo non ha mai conosciuto una figura
guida paragonabile al Papa cristiano cattolico o ai califfi islamici.
Le varie sètte si
mantennero però costantemente in contatto, a prescindere dalle
divisioni di carattere dottrinario e dalle distanze geografiche, e
questo diede vita, da una parte ad una continua mescolanza delle
varie scuole, e dall’altra al fatto che gli appartenenti alle varie
scuole continuarono a capirsi e, spesso, a convivere in armonia. Le
linee di congiunzione fra le varie scuole interpretative, erano
costituite dall’avere come base comune lo stesso Dharma,
ammettendo che allo stesso fine si poteva pervenire per mezzo di
strade diverse, e dalla dipendenza economica dell’Ordine nei
confronti dei laici.
L’ordine buddhista escludeva che un laico potesse giungere alla
salvezza nella vita presente, ma poteva conseguirla acquisendo un
“merito” sufficiente per dargli la forza di abbandonare la vita
sociale e di passare alla vita monastica in una esistenza futura.
Quindi, nella vita presente, il compito del laico è quello di
accumulare la maggiore quantità possibile di “merito”, e la
religione buddhista prescrive che, per conseguire tale scopo, è
necessario conformarsi a quattro condizioni: osservare i cinque
precetti,
venerare i “Tre Gioielli”,
essere generosi, specialmente con i monaci, sia per il loro
mantenimento che per la costruzione di edifici religiosie
venerare le reliquie del Buddha.
A prescindere dalle
numerose sètte, che contraddistinguono il Buddhismo, esso viene
solitamente suddiviso in due grandi scuole: lo Hīnayāna ed il
Mahāyāna.
Abitualmente, si
suole suddividere il Buddhismo in quattro periodi storici, il primo
periodo va dal 500 A. C. sino al principio dell’èra cristiana, il
secondo periodo intercorre tra l’inizio dell’èra cristiana ed il 500
D. C., il terzo periodo giunge fino all’anno 1000 e successivamente
non si è più rinnovato, arrivando ai giorni nostri con quello che
rappresenta il quarto periodo della sua storia.
Il Buddhismo antico
coincide con ciò che venne successivamente chiamato Hīnayāna
o Theravāda, ovvero la “Dottrina degli anziani” o “Piccolo
Veicolo”.
Lo Hīnayāna è indubbiamente la forma più vicina alla Legge
predicata dal Buddha Śākyamuni, o almeno alla forma praticata nel
periodo a lui immediatamente successivo.
Il Buddhismo del
primo periodo, vide nell’imperatore Aśoka,
che governò tra il 274 ed il 236 A. C., il fautore della propria
diffusione.
Durante questo
periodo, l’insegnamento fu trasmesso solo oralmente, solo verso la
fine venne redatto in scritture, per fare in modo che il Dharma
durasse, e la lingua adottata fu il Pāli, dando vita al
cosiddetto canone-Pāli.
Uno degli eventi più importanti, relativamente allo Hīnayāna,
è senz’altro la conversione dell’isola di Ceylon, ad opera di
Mahinda, figlio di Aśoka, l’importanza di tale evento è data dal
fatto che, grazie anche alla propria insularità, l’Isola mantenne
nei secoli l’attaccamento alla dottrina Hīnayāna delle
origini, agevolata in questo anche dai rapporti tra i Re ed il
Sangha, rapporti che diedero al Buddhismo singhalese
uno spirito nazionalistico, tanto che sin dall’epoca di Mahinda,
fino ai giorni nostri, il Buddhismo Hīnayāna è la religione
di stato dell’Isola.
Da un punto di vista
geografico, il Buddhismo Hīnayāna restò quasi completamente
circoscritto all’India e si incentrò su problemi psicologici,
difatti l’analisi psicologica fu il mezzo mediante il quale si cercò
di realizzare un controllo su sé stessi. Per quanto attiene al tipo
di uomo che si cerca di realizzare, nel buddhismo del primo periodo
questo è l’Arhat, cioè un essere che ha conseguito il
distacco, ha spento ogni brama e non intende rinascere né in questo
né in un altro mondo.
In pratica il percorso che si prefigge un seguace della dottrina
Hīnayāna, consiste nello stabilire come base comportamentale,
una delle forme di etica per monaci o per laici, a seconda del
proprio stato, utilizzare il percorso meditativo per rendersi conto
della non-essenza di tutte le cose, liberandosi così dalle
afflizioni e giungendo quindi alla Liberazione, che rappresenta lo
stadio ultimo dell’hinayanista.
Intorno all’inizio
dell’èra cristiana, si forma nel Buddhismo una nuova corrente,
quella Mahāyāna, che fu propiziata dall’indebolirsi
dell’impulso originario, che ebbe come effetto l’apparire di un
sempre più esiguo numero di Arhat; inoltre si verificarono
altri due fattori, cioè l’insorgere di tensioni interne tra le varie
dottrine, e la richiesta di parificazione avanzata dalla componente
laica dei seguaci del Dharma.
La scuola Mahāyāna ( il Grande Veicolo), riuscì ad affermarsi
prevalentemente nel nord-ovest e nel sud dell’India, ovvero in
quelle regioni maggiormente esposte alle influenze non hindu, dando
vita ad una serie di incroci che saranno l’elemento che permetterà a
tale scuola di estendersi oltre i confini indiani, infatti per poter
essere accettato da altre civiltà, dovette prima riceverne
l’impronta.
A poco a poco il Grande Veicolo si espanse nell’emisfero
settentrionale dell’area di influenza buddhista, cioè in Nepal,
Tibet, Cina, Corea, Mongolia e Giappone.
L’oggetto principale
dello studio mahayanico, fu l’analisi della natura (svabhāva)
della vera realtà, considerando il realizzare in sé stessi tale vera
realtà delle cose come fattore decisivo per la salvezza.
A differenza dell’Hīnayāna, per il quale l’ideale di uomo è
l’Arhat, nel Mahāyāna l’ideale è il Bodhisattva,
ovvero un uomo che mira alla Liberazione ma non solo per sé, bensì
per tutti gli uomini, dunque la differenza di base fra i due veicoli
poggia sulla motivazione, infatti laddove l’Arhat si propone
di conseguire la Liberazione per sé; il Bodhisattva mira alla
Liberazione di tutti gli esseri viventi, al fine di divenire un
Buddha onnisciente.
In altri termini, la
scuola del Grande Veicolo intende estendere i grandi benefici del
Dharma oltre la ristretta schiera degli Arhat.
Il Bodhisattva
è un Buddha in potenza, il quale rimanda la propria liberazione
finché tutti gli esseri non siano stati redenti nel Dharma,
oppure fintanto che egli non abbia portato a termine la missione
affidatagli per quel prestabilito periodo cosmico.
La missione consiste nel preparare la necessaria atmosfera
spirituale alla predicazione della Dottrina da parte di un
particolare Buddha; quindi il Bodhisattva è una sorta di
precursore del Buddha umano, il quale sceglie di discendere sul
piano corporeo (nirmāna-kāya, o “corpo di
apparizione”) sottostando a tutte le limitazioni che questo piano
comporta.
La figura del Bodhisattva è mossa dal desiderio di pervenire
alla perfetta illuminazione di un Buddha, tuttavia è mosso in eguale
misura da altre due forze, la compassione e la sapienza; la
compassione lo spinge a ritardare l’entrata nel nirvāna, al
fine di aiutare le creature sofferenti a causa delle passioni,
mentre invece la sua sete di sapienza lo spinge a cercare la visione
del “vuoto”, che rappresenta una delle grandi innovazioni del
Mahāyāna.
La distanza che
sussiste fra un Buddha ed un Bodhisattva è pressoché infinita
e per colmarla servono numerose esistenze, tuttavia l’ostacolo da
superare è uno solo, cioè il credere, da parte del Bodhisattva,
in un Io personale nonché il considerare tutto in funzione di “io” e
“mio”.
Liberarsi dell’io è possibile percorrendo due vie, quella dell’opera
e quella della conoscenza. La via dell’opera consiste nel servire,
scevri da interessi, gli altri; la via della conoscenza si
intraprende realizzando l’effettiva inesistenza dell’io. Azione e
conoscenza devono però andare di pari passo, e questa condizione si
realizza tramite le “Sei perfezioni” o pāramitā, che debbono
essere praticate dal Bodhisattva per eoni, prima di poter assurgere
alla condizione di Buddha vero e proprio.
Le “Sei perfezioni”
sono: perfezione nel dare, moralità, pazienza, forza,
contemplazione, sapienza. Perfezione nel dare concerne la
disponibilità a dare tutto ciò che si possiede, compreso il proprio
corpo, moralità attiene alla rigorosa osservanza dei principi etici,
anche a scapito della propria vita, la pazienza sottintende la
capacità di sopportare qualsiasi azione ostile del prossimo ed il
dolore, eliminando collera, irritazione, scontentezza, non solo, ma
fa riferimento anche alla capacità di non avere reazioni emotive al
cospetto di alcune dottrine proprie del Mahāyāna, prima fra
tutte quella relativa alla non-esistenza di ogni essere.
La quarta
“perfezione”, la forza, designa l’instancabilità del Bodhisattva
nella sua opera di aiuto verso tutti gli esseri, che si protrae per
numerose epoche senza che esso si perda d’animo.
La contemplazione è
quella che permette di procedere in forme di trance di numero
incalcolabile, ed infine la sapienza consiste nell’abilità di
comprendere le proprietà di tutti i fenomeni, le loro mutue
relazioni, le condizioni della loro nascita e morte fino alla
irrealtà in cui consiste la loro essenza ultima.
Un altro elemento
dottrinario introdotto dal Mahāyāna, è il suo distinguere
dieci “terre” (bhūmi) che il Bodhisattva deve
attraversare prima di divenire un Buddha. Le prime sei terre
corrispondono alle pāramitā, e sono definite dalla intensa
pratica delle stesse, così facendo il Bodhisattva viene a
trovarsi “faccia a faccia” (abhimukhī) con la Realtà. E’ a
questo punto che esso ottiene la facoltà di sottrarsi ai dolori del
mondo, possibilità alla quale rinuncia per compassione allo scopo di
aiutarne gli abitanti.
Tuttavia, vi è una differenza sostanziale tra i diversi
Bodhisattva, difatti quelli che si trovano negli ultimi quattro
stadi, pur essendo nel mondo, non sono più del mondo, poiché hanno
conseguito la “sovranità sul mondo”, e sono divenuti degli esseri
sovrannaturali dotati di poteri miracolosi. Prendono il nome di “Bodhisattva
celesti”, per distinguerli da quelli ordinari delle prime sei terre,
e divengono oggetto di culto, tra essi è necessario ricordare
Avalokiteśvara, Mañjuśrī, Maitreya, Samantabhadra e molti altri
ancora.
Una ulteriore virtù propria dei Bodhisattva di ogni tempo, è
la cosiddetta “abilità nei mezzi”, che egli ottiene solo una volta
giunto alla “settima terra”, e consiste nella capacità di elevare le
capacità spirituali degli individui, per mezzo di azioni e parole
che si adattino alle loro capacità di comprensione.
L’abilità nei mezzi racchiude tutta la speculazione mahayanica, che
altro non è se non una serie di finzioni atte alla salvazione degli
esseri, infatti, la verità ultima è che non esistono né i Buddha, né
i Bodhisattva, né le perfezioni né le dieci terre, queste
sono tutte creazioni dell’immaginazione, semplici espedienti, creati
alle necessità delle masse ignoranti, con il solo scopo di condurre
nell’aldilà. Tutto ciò che si discosta dalla “Quiddità” o “Vuoto”,
vale a dire dall’essenza ultima delle cose, è totalmente privo di
effettiva esistenza.
Visto il discorso in
questi termini, sembrerebbe sbagliata l’intera speculazione
mahayanica, dal momento che si insegna un qualcosa che non esiste,
ma dal momento che effettivamente nulla esiste perché l’essenza di
tutte le cose è “vuota”, occorre guardare solo alla sua utilità, che
è enorme, dato che porta alla salvezza di tutti gli esseri. Gli
insegnamenti relativi alla natura ultima delle cose, costituiscono
il nucleo essenziale di tutta la dottrina mahayanica, però non sono
affermazioni su fatti precisi, e con essi non si intende spiegare
nulla, perché si ritiene che la verità ultima sfugga ad una
comprensione intellettualistica e non si lascia spiegare con le
parole, i punti fondamentali sono quattro:
1-
Tutti i dharma sono “vuoti” ed indistinguibili tra loro.
2-
Il “Vuoto” può essere chiamato anche “Quiddità”, ed essa è unica, a
differenza del mondo costruito dall’immaginazione umana, che è
molteplice.
3-
Riducendosi tutto ad un principio unico, l’Assoluto sarà uguale al
relativo, ciò che è incondizionato, sarà uguale al condizionato, ed
il nirvāna sarà uguale al samsāra.
4-
La conoscenza deve superare ogni dualità.
Il Mahāyāna
rappresenta il secondo periodo di diffusione della Dottrina, ovvero
il periodo che si protrae dal principio dell’èra cristiana sino al
500 d. C., e che fu contrassegnato dalla stesura di nuovi testi, in
grado di soddisfare le esigenze dei tempi che mutavano, evitando la
fossilizzazione della disciplina e donandole un nuovo impulso della
durata di circa cinque secoli.
Il Mahāyāna
come sistema speculativo si suddivide in due grandi scuole, la prima
è la scuola Mādhyamika, che fu fondata da un indiano, Nāgārjuna,
intorno al 150 d. C.; questa scuola ebbe importanti ramificazioni in
Cina ed in Tibet.
La scuola Mādhyamika
è improntata su un radicale scetticismo, che propugna
l’insostenibilità di ogni tesi, comprese quelle sull’Assoluto,
secondo tale scuola tutto ciò che si asserisce su di esso è falso, e
solamente il”silenzio da tuono” del Buddha, è adeguato.
La seconda scuola è
quella Yogācārin, ed il suo sistema venne formulato in
maniera chiara solo nel IV secolo, le figure principali di questa
scuola sono Vasubandhu e Asanga. La scuola Yogācārin,
asseriva che la mente è assolutamente capace di esistere senza
correlazioni con oggetti, l’Assoluto può essere definito come
“mente”, “coscienza”, ed i fedeli puntavano ad elevarsi sino a
“quell’atto del conoscere che non è più percezione o apprensione di
un oggetto”. La salvezza è conseguibile nel momento in cui si è in
grado di porre in essere un “atto del pensiero puro”, che sia aldilà
della dualità tra oggetto e soggetto.
Alla scuola Yogācārin
deve essere attribuita la formulazione della teoria dei tre corpi
del Buddha, il “corpo del Dharma” (Dharma-kāya),
dove esso è l’Assoluto, la Verità o la Realtà; il “corpo comune” o
“corpo di fruizione” (sāmbhoga-kāya), con cui si
rivela ai Bodhisattva esponendo loro il Dharma; ed
infine il “corpo apparizionale” (nirmāna-kāya), ovvero
un corpo fantasma mandato sulla Terra dal vero Buddha per compiere
la propria missione.
Il Mahāyāna,
riuscì ad estendersi oltre i confini del sub-continente indiano,
cosa che invece non riuscì alla dottrina Hīnayāna, e questo a
causa della rigidità applicata nell’interpretazione delle scritture
che fu propria della “Dottrina degli Anziani”.
Tale maggiore grado
di emancipazione nell’interpretazione, fu applicato sia ai codici
concernenti le regole monastiche, ovvero il Vinaya, sia alla
dottrina vera e propria. Ad esempio, il Vinaya affermava che
i monaci potessero indossare esclusivamente vesti di cotone, e
questo rappresentò un serio ostacolo per chi cercò di predicare la
Dottrina nelle regioni Himalayane, in Mongolia ed in Giappone.
Allo stesso modo, un altro grosso limite era rappresentato dal
divieto di cibarsi di carne, divieto che avrebbe escluso dalla
predicazione le popolazioni nomadi, dal momento che per loro non
sarebbe stato possibile attenersi a tale regola.
Altre norme che i
seguaci del Mahāyāna disattesero, furono quelle che
impedivano ai monaci l’esercizio dell’arte medica, applicando la
quale essi poterono entrare in contatto con numerose persone.
Il sentimento della
compassione andò oltre una mera osservanza delle regole, del resto
si è già osservato come il Mahāyāna si sforzi di essere una
dottrina aperta alle esigenze attuali della società.
La medesima ampiezza
di vedute, fu adottata anche in campo dottrinale. Si limarono le
differenze sussistenti tra le idee buddhiste e quelle non-buddhiste,
tentando di assimilare il più possibile le credenze professate dalle
popolazioni che si intendeva convertire.
Il Buddhismo
conobbe, in questa fase, quattro stadi:
1-
Consolidamento, attraverso la traduzione dei testi fondamentali.
2-
Adattamento, delle dottrine principali da parte degli elementi
locali, dal momento che si trattava di zone in cui erano presenti
altre tradizioni.
3-
Assimilazione, in maniera matura, della Dottrina, continuando a
seguire, generalmente, il modello indiano.
4-
Nascita, di “nuovi” buddhismi, non più in contrasto con le credenze
originarie. Questa fase si manifestò circa sei secoli dopo
l’introduzione della Dottrina nei vari paesi, e diede vita a forme
particolari come la setta Ch’an in Cina ed il Lamaismo in
Tibet.
Infine vi fu il
periodo della decadenza, che iniziò intorno all’anno 1000,
soprattutto a causa dell’invasione musulmana.
I conquistatori
rasero al suolo monasteri ed università, fecero stragi di monaci, i
quali, osservando i propri voti, non opposero resistenza.
Tuttavia, le
angherie perpetrate dai musulmani, non sono sufficienti a spiegare
la fortissima crisi del Buddhismo, le ragioni più forti vanno,
infatti, ricercate all’interno dello stesso Buddhismo.
Laddove la Dottrina
fece appoggio sui re, nel momento in cui questo venne a mancare,
essa si trovò in difficoltà, anche perché i laici rimasero sempre in
contatto con gli elementi brahmanici, seguendone i riti ed il
sistema sociale castale.
Perciò, allorché il prestigio dei monasteri buddhisti diminuì, la
componente laica venne assorbita dalla compagine sociale brahmanica.
Inoltre, i buddhisti
erano indifferenti a riguardo del paese nel quale vivevano,
cosicché, di fronte all’invasione musulmana, non esitarono a
trasferirsi in altri territori.
L’elemento che più di ogni altro può spiegare la decadenza, risiede
nel fatto che il Buddhismo aveva esaurito la propria carica
spirituale ed il suo impulso creativo, anche perché soggetto ad una
reciproca assimilazione con l’Induismo, fenomeno che fu lo sbocco
naturale di 17 secoli di convivenza tra le due dottrine.
Il periodo di
sviluppo del Mahāyāna, è accompagnato dall’apparire del
Ch’an e del Tantrismo, ovvero ciò che viene considerato il terzo
periodo di diffusione del Buddhismo, nel quale si formarono nuovi
centri creativi del pensiero buddhista, ed in special modo in Cina.
Il pensiero
buddhista si incentra ora su problemi di ordine cosmico; la via per
l’Illuminazione risiede nell’armonia con il cosmo, ed i mezzi per
conseguirla sono la magia ed i metodi occulti, spesso di
antichissima data. L’ideale di uomo è il Siddha, un uomo
talmente in sintonia con il cosmo da non conoscere alcuna sorta di
costrizione, ed in grado di manipolare a piacimento le forze
cosmiche.
Ognuno dei tre
periodi fece leva su una propria letteratura, che nel primo caso è
il canone Pāli, nel secondo sono i Sūtra mahāyānici e
nel terzo periodo sono i Tantra.
Le innovazioni, non
eliminano le precedenti dottrine, che, invece, continuano ad
esistere insieme alle nuove, pur venendo modificate al proprio
interno, dando ulteriore prova della malleabilità della Dottrina, la
quale trova, nell’organizzazione monastica, nelle pratiche
meditative tradizionali, nella “estinzione dell’io” quale fine
ultimo e nella continuità con le fasi precedenti, le proprie
costanti che permettono di definire quali buddhisti l’insieme di
tutti gli insegnamenti.
2.2 Il Lamaismo.
Per i tibetani, il Buddhismo non è solamente una religione, esso
pervade la loro cultura nella sua interezza, sia come nazione che
come singoli, e costituisce l’essenza stessa della vita di questo
popolo. Il Buddhismo ha pervaso la vita quotidiana delle genti
tibetane, formando il tessuto sociale che le lega alla terra.
Il XIV Dalai Lama parla del Buddhismo come “la metamorfosi che ha
cambiato l’intero corso della storia del Tibet”, alla luce di queste
parole è facile capire come l’identità nazionale tibetana sia
diventata, con il passare dei secoli, indistinguibile dalla
religione buddhista.
Per questo motivo
non è assolutamente possibile analizzare la storia del Tibet, se
prima non si analizza il Buddhismo nelle forme con cui si è diffuso
nell’altopiano.
Il primo contatto
del Tibet con la dottrina buddhista, avvenne presumibilmente sotto
il regno del re tibetano Lha t’o t’o ri, intorno al 173 d. C.,
tuttavia la sua prima diffusione, sebbene limitata al solo ambiente
della corte reale, si manifestò sotto il regno di colui il quale è
considerato il capostipite della dinastia reale tibetana di Yar
kluns, Sron btsan sgam po (620-649), il quale riuscì, nel VI secolo,
a creare un regno abbastanza esteso fra la Cina e l’India.
Il Lamaismo prende
il nome dal termine tibetano bLa-ma, che significa “superiore”,
termine con il quale ci si rivolge ai religiosi buddhisti. Questa
dottrina è dominante in Tibet ed in Mongolia, ed altro non è che la
continuazione del Mahāyāna, fortemente tantrico, tipico
dell’India settentrionale. In Tibet, ha accentuato i caratteri
magici propri del Tantrismo, ed ha assimilato alcuni elementi della
religione sciamanica presente in Tibet prima del suo arrivo, cioè il
Bön.
Una delle innovazioni di maggiore portata, attuate dal re, fu
senz’altro l’imposizione al paese, fino ad allora analfabeta, di un
sistema di scrittura. Questo sistema fu inventato dal ministro
T’on-mi Sambhoţa, adattando una scrittura settentrionale indiana.
L’introduzione di un
sistema di scrittura, è un evento di portata incommensurabile,
questo perché i vari re che si succedettero, inviarono numerosi
studiosi in India, ed altrettanti ne ricevettero a corte. Così
facendo si ebbe la possibilità di operare la traduzione e la
diffusione di numerosi sūtra, tantra e commentari. A questo punto,
molti tibetani, che ormai erano profondi conoscitori della Dottrina,
iniziarono a scrivere gli innumerevoli commentari tibetani, tanto
che alcuni passi dottrinali particolarmente complessi, sono più
facilmente comprensibili se si studiano i secolari commentari
tibetani.
Inoltre, la traduzione preservò numerosi testi dalla distruzione
portata intorno all’anno 1000 dai musulmani, permettendo alla
dottrina Mahāyāna di sopravvivere e di non andare perduta per
sempre.
Le cronache, non
provano un’effettiva conversione del re Sron btsan sgam po al
Buddhismo, e nemmeno un attivo appoggio a tale religione, questi
fatti avvengono solo posteriormente, all’epoca del re K’ri sron lde
brtsan (755-797), che culmina con la fondazione del monastero di
bSam yas.
Si è già accennato
all’importanza dei testi Tantra (rgyud) nel Lamaismo,
questi vengono generalmente chiamati “la terza messa in moto della
Ruota della Legge”, ma questa grande trasformazione cammina di pari
passo con la “teoria del vuoto”; occorre quindi, conoscere in modo
più approfondito queste due componenti, che rappresentano il fulcro
del Lamaismo nella sua interezza.
La “teoria del
vuoto” (ston pa, o śūnya), sostiene che nulla
esiste in sé, tutto è, appunto, vuoto, tutto ciò che è immaginabile
nell’esperienza empirica è privo di essenza propria, la realtà nella
quale viviamo è una semplice proiezione del nostro spirito (sems),
il quale la crea ricavandola da se stesso.
E’ necessario
abbandonare i pensieri relativi ad oggetti minori, per concentrarsi
su oggetti sempre maggiori, ad esempio da uomo a villaggio, da
questo alla Terra; abbandonando anche l’oggetto Terra, ci si
concentra sullo spazio infinito. Lo stesso iter è poi percorribile
allorché ci si concentra sull’infinità della coscienza che
concepisce il pensiero stesso, giungendo ad afferrare con la mente
ciò che sta oltre ogni esistenza definibile, quindi si sospende il
limite fra distinzione e non distinzione, sino a rimanere
concentrato su qualcosa che è privo di carattere. Allorché si
riconosce che anche questo qualcosa è un quid immaginato, lo si
abbandona e, nel “vuoto”, su cui lo spirito è concentrato, si
consegue l’Illuminazione, ovvero la liberazione da limiti e concetti.
Questo procedimento
è una riduzione del pensiero a quella che è la sua vera essenza,
vale a dire luce immacolata di coscienza, priva di oggetto, perché
omnipervadente. Il “vuoto” è il luogo dove avviene l’Illuminazione,
ed è l’abbandono di ogni concezione relativa all’essere ed
all’esistere, ponendosi anche oltre le nozioni di samsāra e
nirvāna.
Volendo proporre un esempio semplificatore, si può dire che tutti i
fenomeni hanno due modi di essere, uno convenzionale, ed uno finale,
che sarebbe il suo vuoto di esistenza inerente. Considerando un
oggetto, l’occhio lo vede in modo ordinario, però può essere visto
anche per quello che in realtà è, ovvero una massa di atomi. Un
oggetto esaminato da un soggetto in grado di identificarne la natura
finale, è una verità ultima; viceversa un oggetto esaminato da chi
sa rilevarne la sola natura convenzionale, è una verità
convenzionale.
Tutti i fenomeni hanno una certa dipendenza da qualche causa,
indipendentemente dal tipo di fenomeno che si osserva; non ci sono
fenomeni capaci di sussistere da soli, perciò sono tutti vuoti,
privi di una propria esistenza inerente. Questo causa la
trasformazione dei fenomeni da una cosa ad un’altra e, giacché i
fenomeni esistono convenzionalmente, c’è il bene ed il male, ciò che
giova e ciò che nuoce.
Generalmente, tutti i fenomeni che appaiono alla mente, sembrano
esistere inerentemente, ed i soggetti li concepiscono come tali. In
base a ciò, il modo in cui i fenomeni appaiono alla mente, ed il
loro essere effettivo, sono opposti, perciò occorre convincersi che
l’oggetto che si pone di fronte alla nostra mente, è non esistente;
solo allora si può accertare il vuoto, ovvero il modo di essere di
tutti i fenomeni.
Per poter accertare il significato di “vuoto”, bisogna prima
rendersi conto di ciò di cui un fenomeno è vuoto, diversamente non è
possibile comprenderne la vacuità. Non è possibile, in questo caso,
fare degli esempi; anche considerando ciò che si ritiene vuoto per
eccellenza, ovvero lo “spazio vuoto”, questo non è un esempio
calzante, perché pur essendo privo di qualunque cosa fisica,
qualunque cosa fisica può esistere separata dallo “spazio vuoto”.
Invece, asserendo che un fenomeno è vuoto, si intende che è vuoto di
una propria esistenza inerente, che non esiste affatto e, quindi,
non esiste neppure separata dal fenomeno. Ciò che si nega, cioè
l’esistenza inerente, non è che un tempo esisteva e poi sia stata
eliminata, bensì non è mai stata riconosciuta come esistente da un
tempo senza principio.
Con l’oggetto della negazione, che è l’esistenza inerente, non si
nega una entità separata dalla base della negazione, che è il
fenomeno, ma si nega un modo di esistenza della base della negazione
stessa.
Come si è detto in precedenza, tutti i fenomeni hanno due entità,
una è il suo modo superficiale di apparire, e prende il nome di
verità convenzionale; l’altra è il suo modo profondo di essere, e si
chiama verità ultima. Se i due modi di essere fossero concordi, si
potrebbe ritenere che i modi in cui appaiono convenzionalmente siano
veri, e non si dovrebbero avere remore nel riporre fiducia in essi.
In realtà, sebbene i fenomeni appaiano veri, non lo sono, perciò i
fenomeni stanno nella via di mezzo, non veramente esistenti ed anche
non veramente non esistenti; questa concezione è detta concezione
della via di mezzo.
Come si è visto, il
vuoto è il modo di essere del fenomeno che è da esso qualificato,
perciò, se il fenomeno qualificato da un vuoto non esiste, non ne
esiste un vuoto. Così come la vuota natura di un fenomeno è
stabilita in relazione a quel fenomeno, il fenomeno è qualificato
dalla propria vuota natura. Ma quando un fenomeno qualificato da una
vuota natura viene analizzato, esso non si trova, allo stesso modo
non se ne trova nemmeno la vuota natura. Ma la vuota natura, anche
se non la si trova, esiste in forza di una designazione soggettiva
fatta senza analisi, e quindi non esiste inerentemente. Quando si
analizza un oggetto, esso non si trova, perché non esiste
inerentemente, ma si trova il suo modo di essere o vuoto. Ma se si
analizza quel vuoto, anche quel vuoto non si trova, e si giunge al
“vuoto di vuoto”.
E’ facile cadere nell’errore di pensare al vuoto come ad un’assenza,
invece, se dopo aver accertato il significato di vuoto, appare nella
propria mente il pensiero “questo è un vuoto”, allora tale pensiero
diverrà un qualcosa di presente e non l’accertamento di un vuoto. In
questa situazione, non si fa altro che sostituire l’oggetto della
negazione con un altro fenomeno, mentre un vero vuoto si ha solo
quando non viene implicato nessun fenomeno al posto dell’oggetto
della negazione.
L’idea del vuoto
deve essere interiorizzata, al fine di abbandonare le ostruzioni; e
per fare questo è indispensabile accumulare una notevole quantità di
merito. L’accumulazione del merito è possibile con il rito dei
“sette rami”, che sono: prosternazione, offerte, confessione dei
propri difetti, ammirazione delle virtù proprie e altrui, umile
supplica ai Buddha affinché impartiscano gli insegnamenti,
implorazioni ai Buddha perché rimangano nel mondo ed infine, dedica
di questo merito a tutti gli esseri senzienti. Dopo di questo, si
chiede ai tre Rifugi (Buddha, Dharma e Sangha), un
aiuto a generare l’idea del vuoto, dopo questo passaggio è possibile
iniziare la meditazione, che in genere si apre concentrandosi sulla
mancanza di essenza della persona, o sulla non-essenza dell’io. In
seguito è necessario soffermarsi sulla mera assenza dell’oggetto
della negazione, senza alcuna analisi. Se con l’analisi dell’io,
nasce una piccola comprensione del vuoto, allora bisognerà
analizzare tutti gli aggregati mentali e fisici da cui si fa
dipendere l’io, e che danno un’idea della natura convenzionale della
mente. Solo a questo punto, una volta individuata la natura
convenzionale della mente, è possibile concentrarsi sulla sua verità
ultima. Nel momento in cui la comprensione del vuoto diventa più
forte, l’accertamento di tale visione arriva a permeare tutte le
attività della vita, sino a costituire un solido fondamento della
stessa.
Il “Veicolo dei
Tantra” (Tantrayana), prende il nome dai testi che lo
compongono, e, pur continuando ad utilizzare le basi filosofiche del
Grande Veicolo, offre una via più breve per giungere alla
liberazione, per mezzo di una pratica mistica ritualista.
Il Tantrismo è soprattutto una metodologia, che si avvale delle
tecniche meditative dello Yoga.
Un grosso contributo alla formazione ed allo sviluppo del Tantrismo,
fu dato dalle due scuole Mahāyāna alle quali si è già
accennato, ovvero quella Mādhyamika e quella Yogācārin.
Il veicolo dei Tantra è molto distante dalle teorie del primo
Buddhismo, lo Hīnayāna, perché non ne condivide la negatività
e lo sfrenato pessimismo, difatti questo mondo è si la sede del
dolore, ma lo è anche della Liberazione, nel momento in cui si
conosce il retto insegnamento.
L’Illuminazione viene considerata come la visione propria dei Buddha,
che, dando il giusto valore alle cose, cioè l’insussistenza, si pone
di là dal binomio costituito da samsāra e nirvāna.
La letteratura Tantra, non mira ad una conoscenza
intellettiva, bensì ad un’estatica coscienza beatificante, per
giungere alla quale si utilizzano delle pratiche liturgiche in grado
di scatenare impulsi emozionali, che portano alla “rinascita”
dell’individuo.
Sperimentando queste particolari tecniche, si raggiungono piani via
via superiori, e tale processo si compie all’interno dell’individuo
solo ed esclusivamente in virtù delle proprie forze e della propria
volontà, senza alcuna cooperazione divina.
I Tantra si dividono in quattro ordini:
1-
Azione (Kriyā, tib. bya).
2-
Adempimento (Caryā, tib. spyod).
3-
Yoga (tib. rnal abyor).
4-
Yoga supremo (Anuttara-yoga, tib. bla-na med).
L’ordine di
Tantra dello Yoga supremo, è superiore a tutti gli altri.
I primi due gruppi,
sono basati sulla presa di possesso della “via”, ma poiché nei
Tantra del primo gruppo l’atto rituale esteriore (doni
sacrificali, recitazione, bagni purificatori ed altri ancora),
prevale sullo yoga compiuto interiormente, in essi la
liturgia, le offerte, la recitazione delle formule, prevalgono sulla
meditazione (sgom). Invece, nei Tantra del secondo
gruppo, gli spyod rgyud, l’atto esteriore e lo yoga
interiore sono in equilibrio. I Tantra yoga mirano
all’attuazione della “via” ed al suo esercizio, in base alla non
dualità tra beatitudine e “vuoto”, dando maggiore importanza allo
yoga interiore rispetto all’atto esteriore. I Tantra
dell’ultimo gruppo, si propongono di indicare un metodo che permetta
di tenere sotto controllo il sems, ovvero la luce, intesa sia
come principio generatore che come simbolo della suprema
essenzialità.
Lo stato di non-dualità che si arriva a sperimentare, trascende ogni
appropriazione, ogni presa di possesso e così il piano samsārico e
quello della calma serenità si dissolvono, instaurando lo stato di
Buddha.
I bla na med, danno una particolare rilevanza alla dottrina secondo
cui l’alito (o capacità di vibrazione [rlun e sems])
può essere controllato appena viene interrotta la circolazione nei
due “canali”
principali, situati nei due lati del corpo, a destra, romā,
omologo all’odio, a sinistra, rkyan ma, omologo
all’amore, i quali causano le contaminazioni che originano il
samsāra.
Attraverso l’inspirazione, il trattenimento del respiro e
l’espirazione, il sems crea i presupposti necessari
all’attuazione di quel particolare stato che prepara l’attuazione
dello stato di Buddha.
I Tantra del quarto ordine, sono solitamente suddivisi in
Tantra “Padre” (p’a), e Tantra “Madre” (ma),
anche se le suddivisioni sono soggette a differenze in base alle
scuole che si considerano. La differenza tra questi due tipi di
Tantra, risiede nei contenuti dottrinali e cultuali.
Un Tantra buddhistico consiste essenzialmente in un dramma
mistico in cui un Buddha primordiale (Ādi-Buddha), simbolo
della Luce Cosciente Incolore, emana, in seguito ad una vibrazione,
alcuni Tathāgata
ai quali rivela una particolare dottrina, che è simboleggiata
dall’emanazione o dal riassorbimento in lui di creature
sovrannaturali, dalle loro sfere di influenza e dalle loro funzioni
cosmico-spirituali.
Questi elementi sono riconducibili all’aspetto esteriore, mentre,
per quanto attiene all’esperienza interiore, occorre considerare due
principi; il primo, è che i cinque Tathāgata simboleggiano
cinque tipi di esseri umani, suddivisi in base alle proprie
costituzioni psichiche e fisiche, che possono seguire una via verso
la Liberazione che si adatti a tali peculiarità. I cinque tipi di
esseri umani, simboleggiano i maggiori ostacoli interiori, come
odio, offuscamento, brama, vanità eccetera, noti come kleśa,
che impediscono di liberarsi dal samsāra. Questi cinque ostacoli
sono concepiti dai Tantra come energie cosmiche, la cui
negatività è frutto dell’errata interpretazione della realtà, mentre
invece, esse sono le energie creatrici del mondo. Per questo motivo,
la via dei Tantra non insegue la loro eliminazione, procedura
che otterrebbe il solo risultato di spingerli negli angoli più
reconditi dell’animo umano, rinforzandoli, ma tende a sublimarli ed
a trasformarli in forze ausiliatrici sulla via della Liberazione.
Il secondo principio
riguardante l’esperienza interiore, risiede nel cosiddetto principio
del Bodhicitta.
Esso è contemporaneamente la trasparenza assoluta durante
l’emanazione dei Tathāgata, nonché il procedimento con il
quale, attraverso l’estasi meditativa, il Bodhicitta si
manifesta nello spirito del meditante.
Chiarito in che cosa
consiste la “teoria del vuoto”, ed analizzato che cosa sono i
Tantra, è possibile esaminare il Lamaismo nella sua globalità.
Questa dottrina è contraddistinta dall’avere accolto numerosi
elementi rituali, propensioni magiche ed una lunga serie di numina
che venivano venerati in Tibet prima della penetrazione del
Buddhismo.
Sebbene i tradizionali concetti indiani, relativi al rapporto tra
mondo apparente e mondo reale, siano alla base dell’interpretazione
lamaista, non è possibile considerare questa forma di pensiero come
una semplice appendice del Buddhismo indiano, dato che la religione
tibetana vanta una propria originalità, soprattutto grazie alla sua
articolazione in numerose scuole.
Il periodo di prima
diffusione del Buddhismo in Tibet (sna dar), fu
soltanto un periodo di ricezione, e furono introdotti unicamente
quattro sistemi:
1-
Dalla valle dello Swat, in occidente, giunsero le dottrine tantriche
dell’esorcista Padmasambhava, che soggiornò in Tibet per breve
tempo. La sua mentalità ebbe molto successo, anche perché aveva
spiccate analogie con quella dei Bon-po, soprattutto riguardo alle
arti taumaturgiche. Una delle maggiori scuole, quella dei rÑin
ma pa (Scuola degli antichi), esistente ai giorni
nostri, si fa risalire ad esso.
2-
Da Sud, ricevette le dottrine della Prajñāpāramitā,
che si combinarono con il Tantrismo, diventando la tradizione
centrale del Buddhismo tibetano. Un’importanza particolare fu
attribuita all’Abhisamayālankāra, un’opera indiana del IV
secolo, che ordinò il contenuto della Prajñāpāramitā con
precisi indici numerati, in modo da poter imparare il testo a
memoria e poi meditarlo, assumendo una importanza tale da divenire
l’elemento base dell’addestramento non tantrico più avanzato.
3-
Da sud-ovest arrivarono anche i Sarvāstivādinma
i loro centri decaddero velocemente, anche perché i loro
insegnamenti erano poveri di pratiche magiche. Tuttavia esercitarono
una notevole influenza nel pensiero tibetano, perché i loro testi,
nell’insieme del Canone delle scritture tradotte, rappresentavano
l’unica versione del Buddhismo antico.
4-
Dall’oriente arrivarono molti cinesi della corrente Ch’anche
cercarono di convertire gli abitanti ai loro dogmi.
Si
scontrarono con i maestri indiani durante il concilio di bSam Yas
nel 793-794 dal quale uscirono sconfitti. La loro influenza nella
storia successiva del Tibet è trascurabile.
La
prima fase di diffusione si conclude sotto il regno di Glan dar ma
(838-842), che si fece promotore di una violenta persecuzione ai
danni dei seguaci della Dottrina.
Nella seconda metà del X secolo, inizia la seconda diffusione del
Buddhismo in Tibet, questa fase prende il nome di p’yi dar,
ed è da essa che deriva la dottrina seguita ancora oggi.
Nella sua penetrazione in Tibet, il Buddhismo portò con sé
impostazioni dommatiche divergenti, nonché idee di diverso genere ed
una complessa liturgia interpretata con un sottile simbolismo,
pratiche mistiche e pratiche yoga per il più facile
raggiungimento di esperienze straordinarie. Molto importante fu
anche l’eredità di magia, proveniente da sorgenti molto lontane nel
tempo, introdotta dal Buddhismo e che non poteva che soddisfare le
aspettative di un popolo così incline a questo tipo di pratiche |