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CAPITOLO TERZO.

La storia.

 

3.1 Formazione della teocrazia tibetana.

 

 Dalla metà del secolo XV per circa 200 anni, la storia del Tibet fu contrassegnata da un’accanita guerra religiosa tra la setta gialla, i dGe lugs pa e le varie sette rosse (in particolar modo i Karma pa) al fine di ottenere la preminenza sul Paese. Lo scontro continuo, che vedeva in prima fila i monasteri delle varie Sette, portò le rispettive guide a cercare alleati oltre i confini tibetani[1]. L’anno 1578 rappresenta uno spartiacque storico nelle vicende del Tibet; fu in quell’anno che il tredicesimo abate del monastero di Se ra, bSod nams rgya mts’o (1543-1588), partì da Lhasa per recarsi in visita al principe mongolo Altan Khan, presso il monastero di Yanghua, nell’odierno Qinghai[2]. Questo incontro sancì la conversione del popolo mongolo al Lamaismo (più precisamente alle dottrine dei dGe lugs pa), che si compirà grazie al fervore apostolico dei missionari tibetani, ma soprattutto un reciproco scambio di titoli onorifici, che portò i principi mongoli a divenire i primi protettori della scuola dGe lugs pa, il cui massimo rappresentante divenne Dalai bLa ma, dove il termine mongolo “Dalai” significa “oceano” ed il termine tibetano bLa ma vuol dire “maestro”[3], per la prima volta vi fu una reale unione di un ruolo spirituale con uno politico[4].  Nonostante la grande importanza storica attribuita a bSod nams rgya mts’o, il reale fondatore della teocrazia tibetana è indubbiamente il V Dalai bLa ma, Blo bzan rgya mts’o (1617-1682). Durante la sua minore età,  le redini della chiesa gialla vennero tenute dai reggenti, i quali assunsero un ruolo di mediatori e fecero sì che i rapporti con i mongoli divenissero sempre più stretti, tanto che i loro capi si recavano in pellegrinaggio a Lhasa con sempre maggiore assiduità[5]. Nel 1637, Guśri Khan, capo dei mongoli Qošot del Kukunor arrivò in Tibet per ottenere un’istruzione religiosa, portando con sé numerosi doni in segno di grande rispetto nei confronti del  Dalai bLa ma e del Pan c’en bLa ma, il quale divenne il suo maestro religioso[6]. L’unione tra il Dalai bLa ma ed il principe mongolo si manifestò anche allorché i Bon po tentarono di volgere a proprio favore la situazione politica, con un sollevamento nella regione del Kham guidati dal principe di Be ri. Questo accadimento fu utilizzato come pretesto per condurre una sorta di guerra santa, che si concluse nel 1641 con la conquista del Tibet orientale. Fu poi la volta del Tsang, dove dopo una strenua difesa, la capitale bSam grub rtse fu conquistata ed il re messo a morte, nel 1642[7].

Negli anni seguenti vi fu un’ultima disperata rivolta dei Karma pa, che però venne ben presto resa inoffensiva. Guśri Khan divenne il padrone del Tibet centrale ed orientale e decise di rimettere tutti i poteri, politici e religiosi, nelle mani del V Dalai bLa ma, rimpiazzando così il regime Karma pa che ebbe l’opportunità di governare unicamente per 23 anni (1618-1641)[8].

Le proprietà fondiarie ed i servi, di proprietà delle Sette e degli aristocratici che avevano perseguitato la setta gialla, furono confiscati e successivamente suddivisi tra i monasteri dGe lugs pa, gli aristocratici che gli avevano sostenuti ed il tesoro del governo. La scuola dei berretti gialli arrivò così a contare circa 3.477 monasteri, 316.230 monaci e 640.000 servi[9].

 

Il V Dalai bLa ma, Blo bzan rgya mts’o, in www.tibet-tour.com

Nacque così quella particolare forma di teocrazia tibetana durata fino ad oggi, difatti la donazione del 1642 rappresenta il fondamento del dominio temporale del Dalai bLa ma, che fino ad allora era uno dei tanti gerarchi religiosi tibetani[10]. Tuttavia si trattò di un atto prevalentemente formale, dato che Guśri Khan riservò a sé ed ai suoi successori la protezione militare e l’alta sorveglianza sull’amministrazione civile del Tibet, per mezzo della nomina dei capi locali. Quest’ultima funzione veniva esercitata da un funzionario chiamato sde srid, nominato dal Khan. Allo stesso tempo il Dalai bLa ma, grato al proprio antico maestro Blo bzan C’os kyi rgyal mts’an (1570-1662) abate del monastero di bKra śis lhun po (carica fino ad allora elettiva), lo riconobbe come incarnazione di ‘Od dpag med (dio della luce infinita) e suo pari grado dal punto di vista religioso; anche in questo caso alla teoria venne dato un valore retroattivo, cosicché Blo bzan C’os kyi rgyal mts’an, pur essendo il primo portatore del titolo, è considerato il IV Pan c’en bLa ma[11]. Da quel momento in poi esso è considerato la seconda figura della chiesa gialla anche se non è immischiato in affari politici e mondani come il Dalai bLa ma, ma appunto per questo è venerato dal popolo come altissima autorità spirituale[12]. Dopo la morte di Guśri Khan, il Dalai bLa ma ebbe l’opportunità di raccogliere nelle proprie mani quasi tutto il potere, riorganizzando il monachesimo tibetano e ponendo in essere nuove basi per l’amministrazione. L’organizzazione interna venne nel 1663 sottoposta ad una revisione, mediante una specie di censimento dei monasteri, ad ognuno dei quali venne assegnato un patrimonio fondiario (gžis ka) destinato al suo mantenimento; contemporaneamente venne eseguito un censimento della popolazione a fini fiscali[13]. Rapidamente i sde srid divennero dei funzionari del grande Dalai bLa ma (il Grande Quinto, come è ancora designato dalla tradizione tibetana) mentre al principe mongolo rimase unicamente un vuoto potere di conferma[14]. La figura del V Dalai bLa ma è importante perché unì le doti di un grande uomo di Stato a quelle di un eccellente prelato religioso; sotto il suo governo la nobiltà ebbe l’opportunità di partecipare all’amministrazione governativa al fianco dei funzionari religiosi, ed i grandi monasteri dGe lugs pa videro crescere enormemente il numero dei propri effettivi ed il loro peso politico[15].

Con Blo bzan rgya mts’o si definì il vasto sistema istituzionale e culturale che unificò il Tibet sotto l’autorità della scuola dGe lugs pa, che divenne chiesa di Stato[16]. Se il potere affidato ad un dignitario religioso era un fattore positivo, perché permise di dare al Tibet un governo autarchico ed ispirato ai principi buddhisti, questo fatto era anche causa di elementi negativi, perché la corsa al potere politico ebbe talvolta il sopravvento sui buoni propositi ispirati dalla dottrina religiosa, ma ciò non toglie che per secoli la chiesa gialla ha rappresentato, e tuttora rappresenta, il maggiore elemento di stabilità del Tibet, manifestato dalla detenzione delle redini del governo e dello Stato da parte della sua più alta espressione, il Dalai bLa ma. Tuttavia il potere non è esercitato solo dal Dalai bLa ma, esso è goduto anche dagli abati dei grandi monasteri, i quali detengono un ruolo politico anche in ragione dei possedimenti, grazie ai quali hanno l’opportunità di avere un notevole peso nella vita del popolo. Spesso, in assenza del Dalai bLa ma (perché in attesa di individuare il sprul sku o perché esso era troppo piccolo) il potere veniva esercitato provvisoriamente dai reggenti, che sono proprio i capi dei grandi monasteri, e sovente essi hanno ostacolato l’insediamento dei Dalai bLa ma per poter conseguire facilmente i propri scopi politici, tanto che durante il XIX secolo ben quattro Dalai bLa ma morirono giovani[17]. Questo periodo storico fu segnato dalla forte influenza esercitata dalla Cina, che risaliva al 1720, allorché le truppe dell’imperatore cinese Kang xi occuparono la capitale Lhasa[18]; per la prima volta nella sua storia il Tibet conobbe l’occupazione militare cinese, il potere temporale del Dalai bLa ma venne abolito e la guida del governo fu affidata a quattro ministri tibetani sotto la sorveglianza del comandante della guarnigione cinese di Lhasa[19]. Prese così avvio un periodo di stasi politica ed economica, di regresso culturale, durante il quale il Tibet divenne una nazione eremita segregata dal resto del mondo, con i cinesi che aumentarono sempre più la propria ingerenza negli affari interni del paese, aiutati in tal senso dai continui intrighi politici architettati dai burocrati e dagli abati dei monasteri. A tutto ciò si aggiunse la guerra con il Nepal (1854-1856) che terminò senza mutamenti territoriali ma con notevoli privilegi commerciali a vantaggio dei sudditi nepalesi del Tibet[20].

In questo contesto politico si giunse al riconoscimento del XIII Dalai bLa ma, il quale rappresenta, con il III ed il “Grande Quinto”, una delle maggiori figure politiche della storia del Tibet. T’ub bstan rgya mts’o nacque nel 1876 e, contrariamente ai suoi ultimi predecessori, non solo vivrà a lungo ma riuscirà anche a governare il Paese con tale intelligenza da essere ricordato come il “Grande Tredicesimo”. Nel periodo in cui egli veniva educato, la Gran Bretagna, al culmine della sua espansione coloniale, iniziava ad interessarsi seriamente del Tibet. Questo perché temeva che esso potesse cadere sotto l’influenza della Russia, dal momento che l’impero manciù andava declinando inesorabilmente. Non si trattava di mire militari, bensì economiche, poiché il governo di Londra era fermamente intenzionato a concludere trattati commerciali con Lhasa[21].  In effetti, un primo trattato commerciale fu stipulato nel 1893, con il governo cinese che lo negoziò in nome del Tibet[22]. Con esso i britannici ebbero la possibilità di affittare case e negozi, di effettuare ogni tipo di trasporto e di condurre i propri affari senza restrizioni di sorta a Yatung nella valle di Chumbi. Tuttavia il popolo tibetano rese difficoltosa la pratica realizzazione dei punti salienti del trattato, ribadendo che tale accordo fosse stato stipulato dalla Gran Bretagna e dalla Cina, e perciò essi non avevano nulla a che spartire con tale intesa[23].

La scarsa collaborazione tibetana fece crescere negli inglesi il sospetto che i tibetani si stessero accordando di nascosto con la Russia[24], inoltre il colonnello inglese Younghusband temeva addirittura una convergenza d’interessi ed intenti russo-francese nel nord e nel sud dell’Asia[25]. Alla luce di tutti questi elementi e del rifiuto da parte del governo tibetano di accogliere qualsiasi approccio da parte del governo inglese, il viceré dell’India Lord Curzon decise di ricorrere alla forza, inviando un corpo di spedizione guidato da Younghusband avente l’incarico di stabilire degli accordi economici[26], di aprire un nuovo mercato commerciale che scavalcasse i monopolisti locali e di stabilire un agente britannico a Gyantse[27]. La spedizione militare incontrò ben pochi ostacoli lungo il suo cammino, con i tibetani che avevano l’ordine di non sparare per primi e che in ogni caso erano equipaggiati con armi archeologiche[28]; il giorno 11 Aprile 1904 Younghusband giunse a Gyantse, incontrando una flebile resistenza, che si manifestò tramite saltuari attacchi, tra cui quelli effettuati nel passo di Karo la, dove furono recuperate armi di provenienza russa[29]. Sebbene l’avanzata inglese fosse motivata dalla volontà di instaurare unicamente dei rapporti commerciali, il Dalai bLa ma si rifiutò costantemente di negoziare, fatto che portò all’avanzata delle truppe inglesi sino alla capitale Lhasa, dove giunsero la mattina del 3 Agosto 1904[30]. Tuttavia, nemmeno a Lhasa, gli inglesi ebbero modo di incontrare e trattare direttamente con il sovrano tibetano, il quale era fuggito con Dordžejev in Mongolia nella città di Urga[31], vicino al confine settentrionale con la Siberia[32].

Il Tibet fu costretto a sottostare alle volontà del governo di Londra, accettando le richieste contenute nel trattato stipulato nel palazzo del Potala il 7 Settembre 1904, in presenza del colonnello Younghusband e dell’ Amban[33] mentre in rappresentanza del governo tibetano presenziarono gli abati dei monasteri di Se ra, dGa’ ldan ed aBras spuns,  ed i rappresentanti del consiglio dei ministri e dell’assemblea nazionale[34]. Il 22 Settembre 1904 l’armata guidata dal colonnello Younghusband lasciò Lhasa, portando con sé grandi quantità di reliquie di inestimabile valore[35].

Il raggiungimento dell’accordo, e la presenza degli inglesi in territorio tibetano, ebbero l’effetto di far chiudere ermeticamente il Tibet verso il resto del mondo, causando il crollo dell’edificio politico creato nel 1751[36].

La Cina ottenne la possibilità di allargare sempre più i propri poteri sul Tibet, tramite il trattato anglo-cinese del 27 Aprile 1906[37] ed in seguito a quello anglo-russo del 1907[38] che chiudeva la secolare rivalità tra le due nazioni e sanzionava il loro disinteresse verso il Tibet, riconoscendo la sovranità cinese[39]. Tutto ciò avvenne in assenza del XIII Dalai bLa ma, il quale, dopo aver delegato i suoi poteri all’abate di dGa’ ldan, Ti Rinpoche[40] fuggì scortato da sette attendenti e con una scorta di circa 70 buriati mongoli guidati da Dordžejev. La comitiva si diresse verso la Mongolia, il Dalai bLa ma venne salutato ovunque con devozione ed in suo onore vennero officiati cerimoniali dalla gente locale, dai monaci lamaisti e dai principi mongoli, finché il gruppo giunse sino ad Urga, il 20 Ottobre 1904[41]. In questa città T’ub bstan rgya mts’o stabilì la propria base ed entrò in contatto con i diplomatici russi, il suo obiettivo era quello di partire verso la Russia per incontrare lo Zar Nicola II, ma esso si trovava in una situazione politicamente molto delicata, dovendo fare fronte alla sconfitta conseguita nella guerra con il Giappone (conclusasi con la pace di Portsmouth il 23 Agosto 1904) ed al malcontento da essa suscitato che favoriva il movimento rivoluzionario[42]. In alternativa alla propria partenza, decise di inviare un proprio messaggio a San Pietroburgo tramite Dordžejev, con il quale chiedeva la protezione russa per la sua persona al momento di rientrare a Lhasa[43]. Questo progetto fu sostenuto con forza dai buriati russi, i quali si proposero per formare una scorta di volontari a difesa del Dalai bLa ma[44]. I russi videro queste richieste come qualcosa di innocuo, invece gli inglesi sospettavano che dietro questi rapporti amichevoli, si celassero le intenzioni della Russia di porre in essere una propria versione della missione Younghusband[45]. L’insieme di questi avvenimenti portarono il Tibet in una posizione di rilevante importanza nell’agenda delle negoziazioni internazionali, e condussero al già citato accordo anglo-russo del 1907[46]. Nell’Aprile del 1906 il Dalai bLa ma decise di lasciare Urga, anche in seguito alle pressioni ricevute dal bka’ śag (il Gabinetto dei ministri del Tibet) e nell’Agosto del 1908 arrivò a Pechino[47]. Durante il suo soggiorno nella capitale dell’impero cinese, il Dalai bLa ma fu ricevuto molte volte in udienza dall’imperatore cinese Guanxu e dall’imperatrice Ci xi; in tali occasioni egli chiese la protezione della setta Gialla in caso di attacco, adducendo al fatto che, essendo le dottrine elaborate da bTson k’a pa condivise dai tibetani, dai  mongoli e dagli han, essi continuassero nella politica di costante protezione seguita dai loro predecessori. Su tale argomento gli imperatori si trovarono d’accordo con T’ub bstan rgya mts’o, promettendo che avrebbero soddisfatto la sua richiesta[48]. La sua volontà non fu invece esaudita allorché egli chiese di poter comunicare direttamente con l’imperatore invece che attraverso la mediazione dell’amban, nel momento in cui sarebbe ritornato a Lhasa[49].

Durante la sua permanenza a Pechino, morirono a distanza di un giorno  l’uno dall’altra sia l’imperatore che l’imperatrice. Il trono venne occupato da un bambino di tre anni, Puyi, sotto la reggenza del padre, il principe Chun, questa successione si rivelerà colma di conseguenze per il Tibet e per la Cina[50]. Intanto il fiero atteggiamento anti-britannico del Dalai bLa ma andò via via affievolendosi, poiché si disilluse relativamente alle intenzioni cinesi in favore della causa tibetana ed in seguito alla sconfitta russa contro il Giappone, anche la speranza di un concreto sostegno militare dello Zar al fianco del Tibet, scemò[51]. Approfittando della confusione creata dal decesso dei due imperatori, T’ub bstan rgya mts’o fece espressa richiesta al governo cinese di poter tornare nel Tibet, la sua richiesta fu accolta e nell’Agosto del 1909 fece finalmente ritorno a Lhasa[52]. Il Dalai bLa ma, durante la sua permanenza a Pechino si era reso conto delle malevole intenzioni dei cinesi nei confronti del Tibet, e questa impressione accrebbe non appena mise piede nel suo paese, tanto che, giunto nella città di Nagchu, approfittò dell’ufficio telegrafico della città per mandare un telegramma all’Agente britannico di Gyantse, affinché esso venisse poi trasmesso ai Primi Ministri europei, evidenziando come il generale Manciù, Zhao Erfeng (responsabile della politica cinese nel Tibet orientale) stesse adoperandosi per sopprimere il Lamaismo ed annientare il potere del Dalai bLa ma[53], introducendo in territorio tibetano numerose truppe; alla luce di tali avvenimenti si chiedeva l’intervento di tutte le altre nazioni al fine di far ritirare tali truppe[54].

Al rientro del Dalai bLa ma a Lhasa, fece immediatamente seguito il passo decisivo dell’avanzata di Zhao Erfeng. Dalla sua base nel Tibet orientale, inviò una colonna di circa 2.000 soldati modernamente addestrati con il compito di raggiungere Lhasa, dove giunsero il 12 Febbraio 1910[55]. Arrivati a Lhasa i cinesi inviarono 10 soldati nelle case di tre ministri tibetani e li arrestarono, appena informato di tale notizia, il Dalai bLa ma decise di prendere il volo insieme ai suoi ministri, questa volta in direzione India[56] dove rimase per due anni ospite dei suoi antichi nemici inglesi[57]. Prima di partire nominò un Reggente ed un Ministro a Lhasa, ma sia lui che i ministri che lo accompagnarono si portarono dietro i propri sigilli. Ciò che il Dalai bLa ma auspicava era la protezione da parte della Gran Bretagna, e credeva che i rapporti tra i due paesi sarebbero potuti essere simili a quello tra padre e figlio[58]. Questa situazione preoccupò non poco il governo di Londra, che si trovò la Cina alle porte dell’India[59]. In effetti, come sostenne T’ub bstan rgya mts’o, non era possibile che 2.000 soldati fossero stati mandati a Lhasa unicamente per controllare il Tibet, perciò tutti i paesi nelle vicinanze correvano seri rischi[60].

Il monastero del Nor bu glin k’a fu preso dai militari cinesi, i ministri che accompagnarono il Dalai bLa ma furono spogliati del proprio incarico, la polizia tibetana fu destituita, l’arsenale e la zecca furono chiuse, i fucili vennero confiscati in tutto il territorio, al Reggente fu proibito di assolvere alle proprie funzioni religiose, le porte sigillate del Dalai bLa ma presso il Nor bu glin k’a furono aperte[61].

Da un punto di vista politico, i cinesi cercarono di porre l’accento sulla rivalità esistente tra le due maggiori figure spirituali del Tibet, ovvero il Dalai bLa ma ed il Pan c’en, arrivando a deporre il Dalai bLa ma e proponendo al Pan c’en di prenderne il posto a Lhasa, ma l’abate di bKra śis lhun po rifiutò tale opportunità, anche alla luce delle perplessità suscitate nel popolo durante il suo soggiorno a Lhasa, così per evitare che la sua presenza fosse male interpretata dai tibetani, nel 1911 rientrò a Shigatse[62].

Sotto il totale controllo straniero e con il Dalai bLa ma in esilio, sembrava che fosse giunta la fine della teocrazia tibetana, ma la caduta dell’impero cinese cambiò totalmente la situazione[63]. Allorché la notizia del rivolgimento politico in Cina arrivò a Lhasa, la guarnigione cinese si ammutinò e finì col dissolversi, mentre i tibetani si sollevavano. Il grosso delle truppe cinesi venne rimandato in Cina via India[64]. In realtà alcuni seguaci del Pan c’en presero le parti dei cinesi durante la sollevazione tibetana, ma ben presto vennero resi inoffensivi[65]. Il 16 Dicembre 1912 il Dalai bLa ma tornò trionfalmente a Lhasa e questa volta il suo rientro era definitivo. Quasi a sottolineare la fine del dominio cinese, il “monastero reale” di bsTan rgyas glin, che aveva continuamente sostenuto i dominatori, venne distrutto ed i monaci dispersi[66]. Da questo momento il Tibet godette di un quarantennio di effettiva indipendenza, anche se non riconosciuta internazionalmente; il XIII Dalai bLa ma fu padrone del Tibet come nessuno dei suoi predecessori lo era mai stato. Sostenuto dalla venerazione del suo popolo, egli lo resse con umanità, energia e saggezza, senza nulla innovare all’interno, senza nulla concedere allo straniero, disinteressandosi del fatto che la sovranità cinese venisse sempre riconosciuta de jure da tutte le grandi potenze[67]. Il problema più grande che si presentava al Dalai bLa ma era la definizione dei confini verso la Cina vera e propria, dove l’attribuzione di vasti territori alla provincia del Szechwan contrastava con l’autorità del Dalai bLa ma, che vi si andava affermando. Per questo motivo vennero intavolati subito dei negoziati, che si manifestarono nella conferenza che si aprì nella città di Simla nell’Ottobre del 1913[68]. Dopo tale conferenza, il Tibet e la Gran Bretagna stipularono un successivo accordo, con il quale venivano confermati i trattati commerciali stipulati dai due paesi nel 1908[69]. Nonostante la mancata ratifica da parte cinese, Tibet e Gran Bretagna considerarono l’accordo valido per quanto riguardava i loro mutui rapporti. In ogni caso, l’anarchia verso cui stava scivolando la nuova repubblica cinese, allontanò per il momento ogni pericolo serio da quella parte. Soltanto il governatore militare del Szechwan diede inizio ad ostilità nella fascia di frontiera, cercando di approfittare del fatto che la Gran Bretagna fosse ormai coinvolta nella prima guerra mondiale (1914-1918) ma fu respinto fino alle basi di partenza dalle truppe tibetane[70]. Le schermaglie cinesi portarono T’ub bstan rgya mts’o ad avvicinarsi ancora di più alla Gran Bretagna, il risultato di ciò fu l’invio di Sir Charles Bell a Lhasa nel 1921. Il governo indiano fornì materiale bellico antiquato, addestrò alcuni ufficiali tibetani, costruì una linea telegrafica da Gyantse a Lhasa, aprì una scuola con personale inglese a Gyantse. L’obiettivo principale del Dalai bLa ma era la costituzione di un esercito semi moderno capace di tenere i cinesi lontani dal confine orientale, ma anche di renderlo indipendente dal volere dei grandi monasteri[71]. Per quanto riguardava gli affari interni, si acuì l’attrito con il Pan c’en. Il Consiglio dei Ministri (bka’ śag) iniziò ad imporre tributi in denaro, cereali e truppe, prevalentemente per finanziare il nuovo esercito, ma il monastero di bKra śis lhun po si rifiutò di pagare, chiedendo di essere esentato dall’esazione. Tale richiesta fu respinta dal bka’ śag, così il Pan c’en chiese agli inglesi di mediare, ma essi avevano le mani legate, dal momento che era loro vietato di intromettersi nelle questioni interne del Tibet. Dal momento che i rapporti fra le due principali figure religiose non accennavano a distendersi, il Pan c’en decise di fuggire da Shigatse, accompagnato da quindici monaci, riparando in Cina, dove morì nel 1937[72]. Nonostante questi conflitti interni, il Tibet ebbe l’opportunità, durante gli ultimi anni di governo di T’ub bstan rgya mts’o, di isolarsi dal resto del mondo, restando come un pezzo di medioevo fuori dal tempo e dallo spazio. Ma da un punto di vista politico, come era organizzato il Tibet? Si può realmente parlare di un’organizzazione statale teocratica?

 

 

3.2 L’organizzazione istituzionale del Tibet.

 

La vita pubblica del Tibet del XX secolo era dominata dalla setta dGe lugs pa, con i suoi enormi interessi economici, la sua influenza spirituale, il gran numero di contadini e di pastori che erano suoi dipendenti ereditari.

A capo di questa struttura piramidale c’era il Dalai bLa ma e subito dopo di lui il Pan c’en, il cui prestigio era pressoché uguale, ma la sua influenza, come abbiamo visto, si limitava al campo religioso. La terza figura per importanza della scuola dei “berretti gialli” era il K’ri Rin po c’e, abate del monastero di dGa’ldan, il quale, a differenza degli altri due, non era un incarnato, ma veniva scelto personalmente dal Dalai bLa ma tra i monaci di tutto il Tibet più rispettati e venerati per santità e soprattutto per dottrina e la sua carica durava sette anni[73]. Per quanto attiene agli altri monasteri, i loro abati erano spesso degli incarnati, come ad esempio il ́P̀ags pa Lha di C’ab mdo, principale dignitario dGe lugs pa nel Tibet orientale. Appare evidente che, essendo la più alta carica politica attribuita al capo spirituale, anche l’influenza del clero nella struttura sociale fosse ragguardevole, tanto da introdurre in essa un elemento fortemente teocratico che alla fine divenne dominante. I grandi monasteri disponevano di latifondi provenienti da donazioni, e quindi di notevoli mezzi economici e finanziari; questo elemento li metteva alla pari con la vecchia aristocrazia feudale, con cui stringevano strette relazioni. Si trattava di un rapporto quasi simbiotico, perché se da un lato la nobiltà prestava alle sètte il proprio braccio secolare nelle loro dispute, dall’altro i cadetti delle famiglie nobili entravano nei monasteri, e talvolta ne diventavano abati, mentre eredità e donazioni tendevano ad arricchire i conventi a scapito dell’aristocrazia[74].

In seno alla chiesa gialla si decise di porre in essere un’assemblea (ts’ogs ‘dus) comprendente i massimi dignitari di tale setta e qualche membro laico del governo. Tale assemblea si riunì per la prima volta nel 1876 (poco dopo il decesso del XII Dalai bLa ma, ́Ṕ rin las rgya mts’o) per scegliere il reggente, un diritto fino ad allora esercitato dagli amban imperiali, fatto che pose in risalto l’indebolimento del controllo cinese[75]. Questa assemblea non era però un organismo permanente, lo era invece il più alto consesso ecclesiastico del governo centrale, si trattava di un consiglio (yig ts’an) composto di quattro drun yig c’en mo, i quali avevano il mandato di controllare la gestione amministrativa dei monasteri[76].

Per quanto riguarda l’aristocrazia, essa si divideva in tre classi:

1-     yab gži, comprendeva i discendenti dei Dalai bLa ma a partire dal VII; oggi tali famiglie sono sei ed i loro fondatori, per lo più il padre o un fratello del Dalai bLa ma, ricevevano grossi possedimenti fondiari nonché il titolo cinese di duca (kung).

2-     sde pon, consisteva nelle cinque famiglie mDo mk’ar, rDo rin, T’on, Lha rgya ri (discendenti degli antichi re; il loro feudo godeva di vasta autonomia), P̀a lha; essi costituivano l’alta aristocrazia.

3-     sger pa, classe costituita dalla piccola nobiltà i cui feudi, pur essendo di solito ereditari, potevano essere confiscati in caso di cattivo comportamento. I loro titolari pagavano allo Stato una parte del proprio reddito ed inoltre avevano l’obbligo di fornire personale all’amministrazione statale[77].

L’apparato burocratico era diviso in due classi, ognuna delle quali constava di 175 membri: funzionari laici (drun ́k̀ or) e funzionari ecclesiastici (rtse drun). Alla sommità della struttura governativa tibetana (sde pa gžun) si trovava il Consiglio dei Ministri (bka’ śag)[78]composto da quattro ministri (bka’ blon o, žabs pad); tre di essi erano espressione della nobiltà[79] (e quindi laici) uno era invece ecclesiastico. Si trattava della vera roccaforte del potere aristocratico, anche se nel 1879 si decise di assegnare equamente le cariche tra i membri laici e quelli appartenenti al clero. Sotto al bka’ śag operavano quattro rtsis dpon (tutti laici), con funzione di tenuta dei registri fiscali, accertamento ed imposizione delle tasse, e addestramento della burocrazia laica[80].

Per quanto attiene all’amministrazione locale, il Tibet era diviso in un centinaio di distretti; nel Tibet centrale ce n’erano 52, più il principato autonomo di Sa skya. A capo di ogni distretto erano due prefetti (rdzon dpon), di solito laici. In alcune zone periferiche, come ad esempio nel Tibet occidentale, i prefetti locali dipendevano da due commissari governativi (sgar dpon)[81].

La tassazione diretta era parte in natura e parte in servizi. I contribuenti consegnavano direttamente alle tesorerie locali una certa percentuale del loro raccolto in orzo (per i coltivatori) e di carcasse disseccate di ovini (per i pastori). L’orzo veniva venduto, o utilizzato per il salario dei funzionari governativi, o stoccato in rudimentali silos; si calcola che nel 1951 il Tibet avesse una riserva di cereali sufficiente per tre anni. Le carcasse degli ovini venivano impiegate più rapidamente, sebbene nel secco clima tibetano si conservassero per un lungo periodo. Altre entrate nelle casse del governo consistevano nelle dogane, nei diritti di mercato e nel ricavato del lavaggio delle sabbie aurifere soprattutto nel Tibet occidentale. L’oro, le gemme e le imposte in denaro confluivano nella tesoreria centrale di Lhasa (bla bran p’yag mdzod). Esisteva però anche un tesoro privato del Dalai bLa ma (́́́́́́́p̀ ral bde p̀ yag mdzod) per le spese del sovrano e della corte, ed anche un tesoro di riserva (rnam sras gan mdzod). A Lhasa c’era poi il magazzino centrale, sotto il controllo di due rtsam bžer pa, dove veniva accumulata una parte dell’orzo ricevuto come pagamento delle imposte[82].

La tassazione in servizi (‘u lag) consisteva nell’obbligo per i contribuenti di fornire un certo numero di giornate di lavoro allo Stato, di solito per lavori pubblici, ed inoltre di fornire le cavalcature o le bestie da soma o i portatori per una tappa ai funzionari del Governo in viaggio, oppure alle persone che detenessero un documento di autorizzazione in tal senso[83].

In sostanza si può sostenere che fino al XX secolo il Tibet rimase una società di tipo clericale-feudale, con una forte preminenza del primo elemento. Anche il popolo finì con l’entrare nella clientela dei monasteri, o col rimanere in quella dei nobili, in qualità di lavoratori dipendenti, ma nonostante tale divario, la vita scorreva senza differenze di rilievo tra aristocrazia e popolo; questo sistema sociale si mantenne in piedi fino al 1951[84].

Più volte mi sono riferito all’organizzazione statale del Tibet come ad una teocrazia, resta ora da analizzare cosa è in realtà una teocrazia, onde rilevare se questo è un sostantivo adatto a designare la forma di governo tibetana.

Il significato etimologico del termine teocrazia indica un potere esercitato da Dio, ma per estensione significa il concreto ed immediato conferimento della sovranità, fatto da Dio ad una determinata persona, ad un determinato organo o ad un determinato collegio; inoltre significa l’assunzione del supremo potere politico da parte di un organo istituzionalmente destinato ad esercitare soltanto i poteri e le funzioni che caratterizzano il sacerdozio: propiziazione della divinità, amministrazione e direzione del culto collettivo, magistero religioso, cioè tutta l’opera mediatrice tra l’uomo e Dio[85]. In termini pratici, il potere è esercitato, in nome di un’autorità divina, da uomini che si dichiarano suoi rappresentanti se non addirittura una sua incarnazione[86]. L’elemento ricorrente di tale sistema è quindi la posizione preminente riconosciuta in esso alla gerarchia sacerdotale, che direttamente o indirettamente controlla l’intera vita sociale nei suoi aspetti non solo sacri ma anche profani. La subordinazione delle attività e degli interessi temporali a quelli spirituali, giustificata dalla necessità di assicurare prima di qualsiasi altra cosa la salus animarum dei fedeli, determina la subordinazione del laicato al clero: in tale condizione la teocrazia si traduce in “ierocrazia”, ovvero in un governo della casta sacerdotale, a cui è affidato il compito di provvedere al benessere spirituale e materiale della popolazione[87]. Più in generale si può intendere quale teocrazia qualsiasi dottrina la quale ritenga che ogni autorità derivi da Dio[88]. L’elemento base che contraddistingue questo sistema è dunque l’effettiva fusione della potestà in materia spirituale e di quella in materia temporale. Ma anche laddove non si rinvenga tale forma di unione e si distinguano i due poteri, come essenzialmente diversi per la diversa sfera d’azione in cui operano e per la diversa finalità a cui sono ordinati, un regime politico dovrà ugualmente qualificarsi teocratico se il sovrano, pur senza attribuirsi poteri e funzioni sacerdotali, si proclama direttamente ed immediatamente investito da Dio della sua potestà temporale (principio che sta alla base della monarchia di diritto divino, tramontato con l’avvento del democraticismo)[89].

Stabilita la distinzione tra ordine spirituale ed ordine temporale, si determinano inevitabilmente delle zone d’interferenza e, dalla stessa separazione degli uffici sacri dagli uffici civili, sorgono motivi di conflittualità con la conseguente ricerca di una via di componimento, oppure con l’affermazione della supremazia degli uni o degli altri. Allorché tale conflitto si traduce nella supremazia del potere sacerdotale su quello civile, è possibile designare un determinato regime politico come teocratico[90].

Perché avviene questa trasposizione della religione sul piano politico? la religione implica indubbiamente un discorso di fede personale, molto intimo, che porta l’individuo a credere in alcuni valori che spesso determinano il suo stile di vita. Le religioni però, sono seguite da moltitudini di persone, perciò l’insieme dei loro stili di vita determina un condizionamento sulle strutture sociali, assumendo quindi una valenza politica osservabile e storicizzabile, al di là del giudizio che si può dare sul significato del trascendente e sulla sua esistenza, o sul fatto che il fenomeno religioso abbia un suo fondamento oggettivo o sia semplicemente il frutto di una proiezione di bisogni più o meno reali[91]. L’organizzazione religiosa elabora spesso una dottrina politica, dando suggerimenti o norme per la vita dello Stato, mentre questo tende ad emanciparsi dalla tutela dell’autorità religiosa. La tipologia dei rapporti che si sono storicamente determinati fra i due poteri, è piuttosto varia: in taluni casi essi hanno manifestato la tendenza ad assorbirsi reciprocamente, in altri hanno cercato di salvaguardare le proprie prerogative, con sistemi di separazione consensuali o forzati; ma anche in questo caso i rapporti intercorrenti tra le due sfere tendono a causare trasformazioni profonde in esse[92]. Tutto ciò determina una sorta di “pluralismo di potere” all’interno dello Stato, che fa a pugni con la tradizionale concezione realistica della politica, che vede come una delle sue basi la concezione di Max Weber[93] secondo la quale lo Stato è un “monopolio della forza legittima”, perché solo in questo caso può esistere lo Stato nel senso moderno della parola, anche se non ne è la condizione sufficiente[94]. Viene così a crearsi un problema di divisione del potere, perché laddove il pensiero antico aveva di fronte a sé unicamente una società “perfetta”, cioè la pólis, ovvero la società politica propriamente detta, che abbraccia dentro di sé le società minori e non ha alcun’altra società al di fuori di sé; con il sorgere del cristianesimo, religione tendenzialmente universale, e con la istituzionalizzazione della società religiosa che da essa promana, le societates perfectae diventano due, la Chiesa e lo Stato[95]. Secondo il pensiero politico occidentale quindi, il potere politico si trova a dover fare continuamente i conti con un potere diverso che, oltretutto, afferma sin dall’inizio la propria supremazia sulle potestà terrene col principio secondo il quale “l’imperatore è dentro la Chiesa non sopra la Chiesa”. Diviene opinione comune la distinzione tra il potere di dirigere, che è prerogativa della Chiesa, ed il potere di costringere, che è prerogativa del potere politico.[96] L’origine del potere e la sua giustificazione sono da sempre al centro dell’attenzione della filosofia politica, tanto che le varie teorie politiche potrebbero essere distinte in base al diverso fondamento o “principio di legittimità” assunto, e addirittura si potrebbero distinguere tre grandi concezioni corrispondenti alle tre grandi epoche della storia del pensiero, la concezione naturalistica greca, quella teologica medievale e quella contrattualistica moderna, secondo che “le ragioni” del potere siano da cercarsi nella stessa natura che crea alcuni uomini atti a comandare ed altri ad ubbidire, nel volere di Dio oppure nell’accordo dei consociati[97].

La sperimentazione di un sistema teocratico non è ovviamente una esclusiva prerogativa del Tibet, anzi, il rapporto Stato-Chiesa è una costante delle varie confessioni, e si possono prendere ad esempio anche le tre grandi religioni monoteiste, il cristianesimo[98], l’islamismo[99] e l’ebraismo[100].

Dal momento che il fenomeno religioso è un qualcosa che da sempre coinvolge milioni di individui in tutto il mondo, non può sorprendere il fatto che sui rapporti tra essa e lo Stato abbiano scritto alcuni tra i più grandi storici, filosofi e figure religiose come: Giovanni di Salisbury, Eusebio di Cesarea, Marsilio da Padova, Bottero, Machiavelli, Lutero, Bellarmino, Suarez, Hobbes, Locke ed altri ancora[101].

Se si dà della teocrazia un’interpretazione restrittiva, allora probabilmente questo termine non è adatto per designare il sistema politico del Tibet, e nemmeno per definire l’origine del potere di questo paese.

Tuttavia non bisogna mai perdere di vista la profonda diversità culturale sussistente tra il mondo occidentale e quello tibetano. E’ ovvio, infatti, che le interpretazioni su tale modello politico, risentano del clima culturale entro il quale esse sono state elaborate, vale a dire una cultura impregnata da considerazioni relative a religioni monoteiste e che considerano l’esistenza di un Dio vero e proprio, oltre che irraggiungibile. Come abbiamo visto, però, tutto questo nel Buddhismo non esiste, perché manca la figura di un Dio “reale” e colui il quale maggiormente può essere avvicinato ad una immagine di questo genere, il Buddha, non ha per i buddhisti una importanza basilare o comunque non riveste un ruolo paragonabile a quello del Dio delle dottrine monoteiste. Abbiamo, infatti, già visto che il Buddha è una sorta di “veicolo” del Dharma, e che tale principio spirituale è l’unica cosa che ha davvero valore. Pertanto non può esistere per i tibetani un potere esercitato o conferito da Dio, semplicemente perché quell’archetipo di Dio non esiste. Se però si analizza l’argomento in maniera più approfondita, non possono passare inosservate altre peculiarità, che invece tendono ad avvicinare il tradizionale sistema di governo tibetano al sistema teocratico. Innanzitutto, a differenza del Buddhismo “in generale”, il Lamaismo ha una figura paragonabile ad un Papa o ad un Califfo,[102]si tratta ovviamente del Dalai bLa ma, il quale è, da più di 350 anni, investito del potere temporale[103]che viene detenuto parallelamente a quello spirituale.

Inoltre il Dalai bLa ma non è un uomo, è un sprul sku, ovvero una emanazione di figure quali i Bodhisattva, i quali sono in armonia con il Dharma, fatto che permette loro di emanare questi corpi magici, i quali sono quindi un’espressione del Dharma. Essendo il Dharma la base del Buddhismo, è esso che si può paragonare al Dio monoteista, e di conseguenza i sprul sku sono paragonabili ad un’emanazione di Dio, e difatti sono delle santità. Il Dalai bLa ma è il rappresentante del Dharma, ruolo che è attribuito anche agli abati all’interno dei vari monasteri. Pertanto si può con certezza affermare che le redini del potere politico siano tenute da un’incarnazione di carattere “divino”, rispondendo ad uno dei requisiti necessari per poter definire teocratico un sistema politico.

Un ulteriore elemento che avvicina il Tibet ad un sistema teocratico, è il ruolo giocato dai monasteri nella sua vita sociale, politica ed economica. Se una notevole influenza della gerarchia sacerdotale nella vita di un paese è un elemento ricorrente nei sistemi teocratici, allora questo è sicuramente valido per il Tibet. Come evidenziato più volte in precedenza, il monastero gioca un ruolo a 360°, difatti, oltre al ruolo prettamente religioso, esso è una vera e propria persona giuridica titolare di beni mobili, immobili e fondiari, i loro abati spesso si occupano in prima persona di faccende politiche e sono responsabili dell’istruzione della popolazione. E’ quindi evidente che la classe sacerdotale rivesta un ruolo predominante nella società tibetana, tanto che si potrebbe considerare il Tibet una ierocrazia; tuttavia ritengo che, dato il particolare status del Dalai bLa ma, questo meriti di essere considerato preponderante rispetto alle pur importanti mansioni svolte dal clero.

Oltre a queste asserzioni di carattere più che altro politico, si deve anche considerare la profondissima influenza che il Buddhismo esercita nella vita di tutti i giorni del popolo tibetano. Come abbiamo visto più volte in precedenza, ogni aspetto dell’esistenza del tibetano è scandito dalla religione, e questo accade in ogni luogo, dall’ambiente esterno fino all’interno della propria abitazione, di conseguenza il suo ascendente non può che manifestarsi anche nei comportamenti sociali che, quando sono comuni a milioni di persone, acquisiscono una valenza politica.

Per questo motivo, cercare di capire quale tra i due poteri, civile e religioso, sia predominante rispetto all’altro, sembra un’operazione superflua, perché la loro commistione nelle mani del Dalai bLa ma è pressoché totale.

Un’altra argomentazione relativa alla teocrazia, è quella secondo la quale non esiste uno Stato perfetto solo perché fondato su premesse religiose che si dicono rivelate, e la storicizzazione delle norme è sempre e comunque una contaminazione. In tale caso la storicizzazione delle norme è vista come un elemento fondamentale per qualsiasi movimento religioso che voglia essere presente nella società, cercando di rappresentare un momento di crescita della stessa e non una mera legittimazione del potere[104]. Ma la storicizzazione, (ed un conseguente aggiornamento delle norme) è un principio che si sposa perfettamente con la seconda “Nobile Verità”, secondo la quale la sofferenza è generata dall’attaccamento, e se questo è vero in ambito personale, lo è anche in quello comune, pertanto il cambiamento delle norme è una cosa assolutamente naturale; il non attaccamento alle cose è ancora più evidente nel tibetano, il quale segue una dottrina imperniata sul concetto di “vuoto”[105], pertanto attaccarsi a delle leggi o a degli ideali politici sarebbe un’assurdità.

Alla luce di tali considerazioni, credo possano sussistere davvero pochi dubbi sul fatto che, l’organizzazione statale, il ruolo esercitato dal clero, l’origine del detentore del potere, la fusione delle due potestà e l’influenza esercitata dalla religione nella vita del popolo, diano vita ad un sistema teocratico che, tra l’altro, può vantare fra le sue peculiarità anche una secolare continuità[106] del potere abbinata alla legittimità[107] dello stesso, elementi costitutivi di un ordinamento giuridico effettivo. Si trattava dunque di uno Stato teocratico assolutamente sovrano[108] entro il proprio territorio, situazione che era confermata dal fatto che tutti i governi stranieri che mantennero dei rapporti con il Tibet, riconoscevano il suo status di paese indipendente[109], inoltre, come sancito nel trattato di Simla del 1914, la sovranità cinese ed i benefici accordati alla Cina non sarebbero divenuti operativi sino all’accettazione della convenzione da parte cinese, evento che non si verificò, pertanto anche la Gran Bretagna riconosceva un’indipendenza de facto del Tibet[110].

I riconoscimenti internazionali non impedirono alla Cina di porre in essere una vera e propria invasione armata, che ha posto fine ad una delle ultime teocrazie del mondo moderno e rischia di cancellare per sempre una cultura ed una civiltà secolare.

 

3.3 L’invasione cinese.

 

Il 17 Dicembre 1933, il XIII Dalai bLa ma T’ub bstan rgya mts’o, morì a causa di una polmonite, e parve un sintomo grave il fatto che ai funerali presenziasse una delegazione cinese accanto a quella inglese; ma in realtà il conflitto con il Giappone[111] toglieva al governo cinese ogni possibilità di praticare una politica attiva nel Tibet[112]. Nel gennaio del 1934, l’assemblea nazionale dei massimi dignitari dGe lugs pa (ts̀ ogs ́dus) nominò reggente il giovane abate del monastero di Rva sgren, confermando per mezzo del proprio voto la volontà espressa in vita dal defunto sovrano. Il compito principale del reggente era la ricerca del sprul sku, fatto che richiese più tempo del solito[113]. Una volta  individuato il sprul sku (nel 1937) fu necessario convincere il governatore cinese della zona, Ma Pu-fang, a lasciarlo partire alla volta di Lhasa, esigenza alla quale accondiscese solo dopo aver ricevuto un ingente riscatto[114]. Nell’estate del 1939 una comitiva scortata da circa 20 soldati cinesi accompagnava il nuovo Dalai bLa ma verso Lhasa, dove giunse l’8 Ottobre del medesimo anno[115]. La cerimonia di intronizzazione fu fissata dal bka’ śag per il 22 Febbraio 1940, nel palazzo del Potala[116]; il piccolo Lhamo Thondup divenne il XIV Dalai bLa ma assumendo il nome di bsTan ‘dsin rgya mts’o, in presenza di missioni inglesi e cinesi[117]. Verso l’estero il reggente (che avrebbe mantenuto la carica di capo dello Stato sino alla maggiore età del Dalai bLa ma) continuò nella politica tradizionale e durante la seconda guerra mondiale (1939-1945) il Tibet ebbe una notevole fioritura economica, grazie alle notevoli esportazioni di lana, da tempi immemorabili il principale prodotto del paese, ma poi la situazione cominciò ad oscurarsi, sia all’interno che all’esterno[118]. Il reggente di Rva sgren sembrava incline a porre in essere alcune riforme, finendo per diventare meno popolare presso i monaci e gli elementi più conservatori, finché fu costretto a rassegnare le proprie dimissioni nel 1947; più tardi fu implicato in una congiura ai danni del suo successore spalleggiato da alcuni monaci del monastero di Se ra, venne arrestato e morì in carcere[119]. Al suo posto il Dalai bLa ma nominò come reggente uno dei suoi tutori personali, l’anziano reggente del monastero di sTag brag, che guidò il Tibet negli anni del secondo conflitto mondiale. Nel 1944 avvenne la scoperta in territorio cinese dell’incarnazione del Pan c’en, con il totale appoggio del governo cinese, e sebbene l’assemblea nazionale di Lhasa rifiutasse dapprima di riconoscerlo senza averlo visto ed esaminato, alla fine fu costretta a concedere tale riconoscimento, così, nel 1949, fu nominato il X Pan c’en, C’os kyi rgyal mts’an (1938-1989) che si rivelerà una potente arma in mano cinese[120]. Nel frattempo, nel 1947, la Gran Bretagna si era ritirata dall’India, ed il Tibet rimase privo dell’unico appoggio contro l’incombente minaccia cinese. Il 1° Ottobre 1949, dopo circa tre anni di guerra civile tra i comunisti di Mao Zedong ed i nazionalisti guidati da Chiang Kai shek, fu proclamata solennemente a Pechino la Repubblica Popolare Cinese (Zhonghua Renmin Gongheguo), Mao ne divenne il primo presidente[121]. Il governo di Lhasa, preoccupato dall’evolversi della situazione in Cina, decise di intavolare rapporti ancora più stretti con l’India e con le potenze occidentali, che non potevano rimanere estranee al pericolo che si profilava anche per la stessa India. Si decise di inviare una missione a Washington, al fine di negoziare accordi economici e finanziari e per ottenere dal governo statunitense un pieno riconoscimento giuridico della propria indipendenza. Oltre a ciò, si cercò di ottenere dal governo degli Stati Uniti, aiuti militari per il piccolo esercito tibetano, costituito da appena 10.000 uomini. Questa attività diplomatica era un chiaro segnale dell’apprensione provocata dal minaccioso atteggiamento di Mao Zedong, il quale il 23 Novembre 1949, a radio Pechino sentenziò: “l’esercito popolare cinese libererà il popolo tibetano e non tollererà alcun intervento straniero”[122]. Il governo di Pechino dichiarò immediatamente che il Tibet non aveva alcun diritto di inviare missioni diplomatiche indipendenti, aggiungendo che il ricevimento di tali delegazioni rappresentava un atto ostile nei confronti della Cina[123]. Il presidente Mao Zedong cercò altresì di guadagnare prestigio e credito nei confronti di parte della popolazione tibetana, appellandosi al sentimento religioso e facendo leva sul contrasto tra il Dalai bLa ma ed il Pan c’en, attorno al quale si raggruppavano le forze filo-cinesi[124]. L’abate di bKra śis lhun po era totalmente nelle mani dei cinesi, e sin dall’inizio palesò le proprie opinioni riguardo alla situazione politica in Tibet; in relazione alla missione tibetana negli Stati Uniti, sostenne che si trattava di un’azione illegale delle autorità reazionarie di Lhasa, colluse con i governi imperialisti, nel criminale tentativo di separare il Tibet dalla madrepatria (la Cina). Secondo il Pan c’en, era universalmente riconosciuta l’appartenenza del Tibet al territorio cinese, ed il popolo tibetano si considerava membro della nazione cinese, perciò l’attività delle autorità di Lhasa violava l’integrità territoriale del Paese ed andava contro i desideri della popolazione. Alla luce di ciò, nel nome del popolo tibetano, il Pan c’en richiedeva al governo di Pechino l’urgente invio di un esercito, con il compito di liberare il Tibet ed eliminare le forze reazionarie ed imperialiste[125]. Secondo l’interpretazione cinese, il popolo tibetano aspirava a divenire membro delle grande famiglia democratica della Repubblica popolare cinese ed a conservare la propria idonea autonomia regionale sotto la guida del governo centrale, mentre invece il Dalai bLa ma era d’accordo con il governo imperialista americano ed i paesi con esso alleati[126]. Nel Febbraio del 1950 il governo tibetano inviò una missione diplomatica, con il compito di aprire delle trattative con il governo cinese nel territorio neutro di Hong Kong, e ribadire che il Tibet intendeva mantenere rapporti amichevoli con tutti i paesi, per cui non era necessario l’invio di un esercito cinese in territorio tibetano[127]. Si cercò anche la collaborazione inglese, ma il governo di Londra si tirò fuori dai giochi, sostenendo che la materia non lo riguardava più da quando non era più in una condizione di diretto contatto territoriale con il Tibet (riferendosi alla ritirata dall’India)[128] per cui la questione passava nelle mani del governo indiano, il quale riteneva di non essere in grado di sostenere militarmente in maniera diretta la causa tibetana che, perciò, veniva considerata persa in partenza[129]. Inoltre il governo inglese non voleva che la delicata questione relativa alla colonia di Hong Kong, fosse mischiata a quella tibetana permettendo ai tibetani muniti del solo passaporto emesso dal governo di Lhasa, di entrare nella colonia; perciò un incontro con la Cina poteva verificarsi solo con l’ambasciatore cinese in India[130]. Alla fine si decise di porre in essere l’incontro a Nuova Delhi, con il nuovo ambasciatore del governo comunista cinese che entrò in carica nel settembre 1950; tuttavia egli mostrò sin dall’inizio la mancanza di volontà di fare qualcosa di più che ascoltare le rimostranze tibetane, ed infatti nessun passo avanti fu compiuto, ma a negoziazioni appena iniziate, il 7 Ottobre 1950 l’esercito cinese (circa 80.000 uomini) invase il Tibet[131], distruggendo le guarnigioni tibetane di frontiera nel Kham e puntando con decisione verso Ch’amdo, capitale di quella regione;[132] il compito era quello di liberare tre milioni di tibetani dall’aggressione imperialista[133]. Evidentemente il governo cinese aveva già deciso di “liberare” il Tibet con le armi, nonostante avesse l’opportunità di ottenere il medesimo risultato con dei negoziati[134], oltre a ciò, la notizia dell’aggressione non venne comunicata dal governo cinese se non il 25 Ottobre[135]. Il governo tibetano decise di appellarsi all’O.N.U.[136] dichiarando che l’invasione cinese del Tibet era un lampante caso di aggressione, e perciò richiedeva alle nazioni mondiali di intercedere in loro favore per reprimere tale aggressione[137]. L’appello fu raccolto unicamente da El Salvador (stato con il quale il Tibet non aveva avuto, sino a quel momento, alcun rapporto diplomatico) che fece inserire nell’agenda dell’Assemblea Generale dell’O.N.U. del 24 Novembre una bozza di risoluzione[138]. Tuttavia tale risoluzione fu soppressa da India, Gran Bretagna e Stati Uniti e l’esame della questione tibetana all’O.N.U. venne rinviata sine die dall’ufficio di presidenza dell’Assemblea Generale[139]. In realtà il governo indiano ebbe uno scambio di note con quello cinese, e palesò il proprio totale disappunto relativamente al comportamento del governo di Pechino, il quale accusò quello indiano di essere influenzato da forze straniere contrarie agli interessi cinesi nel Tibet, ribadendo che  quello tibetano era un problema interno che riguardava unicamente la Cina, la quale doveva liberare il Tibet e difendere le proprie frontiere[140].

Contemporaneamente a tutto ciò, il Dalai bLa ma veniva proclamato maggiorenne (nonostante avesse solo 15 anni) ed acquisì i poteri sovrani ponendo fine alla reggenza, onde dissipare i dubbi circa la sua legittima autorità, inoltre fu inviato al sicuro a Yatung in prossimità del confine indiano[141]. In tale situazione, con il Tibet abbandonato al proprio destino, si giunse al trattato del 23 Maggio 1951, il cosiddetto “accordo in 17 punti”[142] stipulato a Pechino dalla delegazione della Repubblica Popolare Cinese, guidata da Li Wei-Han e da quella tibetana diretta dal bka’blon Ngabo[143]. In realtà Ngabo non era autorizzato a firmare alcunché a nome del Dalai bLa ma, ma solo a trattare, tanto è vero che non era fornito dei sigilli di Stato, i quali erano stati tenuti dal Dalai bLa ma in via precauzionale; ciononostante il bka’blon fu obbligato a firmare l’accordo ed i sigilli di Stato furono contraffatti[144].

 Il preambolo del trattato accusava le forze imperialiste ed il Kuomintang (cioè i nazionalisti cinesi) di essere la causa dell’atteggiamento antipatriottico del governo del Tibet, il quale sotto tali influssi cadde nella schiavitù e nella sofferenza. I punti salienti dell’accordo sino-tibetano sancivano che: il popolo tibetano doveva scacciare le forze imperialiste e tornare nella “grande famiglia comune”; il governo tibetano doveva favorire l’ingresso dell’esercito di liberazione; il popolo aveva diritto all’autonomia locale sotto la direzione del governo centrale; l’esercito tibetano entrava a far parte di quello cinese; le autorità centrali non avrebbero modificato le funzioni ed i poteri del Dalai bLa ma; veniva assicurata la libertà religiosa; l’educazione scolastica sarebbe stata sviluppata;il governo locale del Tibet avrebbe avuto piena libertà in materia di riforme; il governo centrale acquisiva la responsabilità dei rapporti con l’estero del Tibet; ed altri punti ancora[145]. Con questo trattato in pratica, il vecchio Tibet non esisteva più e con esso spariva anche la sua secolare teocrazia, il Tibet entrava a far parte della Repubblica Popolare Cinese. Questo trattato, che ribadiva la storica appartenenza del Tibet alla Cina, celava in sé una forte contraddizione; infatti, dal momento che nessuno Stato stipula un accordo con sé stesso, la ratifica dello stesso evidenziava apertamente che si trattava di due Stati ben distinti.

Il primo atto compiuto dall’amministrazione cinese immediatamente dopo la stipulazione del trattato, fu quello di inviare i propri amministratori a Lhasa il prima possibile. La scelta ricadde su un generale quarantacinquenne, Zhang Jing Wu[146]. La situazione era resa politicamente ancora più instabile dal fatto che il Dalai bLa ma non si trovava a Lhasa, e questo rappresentava indubbiamente un’anomalia, così il generale Zhang Jing Wu si diresse verso Yatung al fine di persuadere il Dalai bLa ma a fare ritorno a Lhasa[147]. Il 17 Agosto, bsTan ‘dsin rgya mts’o fece il proprio ritorno nella capitale tibetana[148]. Nel mese di Settembre, con la scusa di mettere in pratica il trattato, le forze comuniste iniziarono a marciare ulteriormente entro il territorio tibetano per entrare in possesso di zone strategiche[149].

La “pacifica liberazione” del Tibet fu seguita da un altro avvenimento importante, vale a dire il rientro in Tibet del X Pan c’en, nell’Aprile del 1952, accompagnato da una nutrita scorta cinese, facente parte del comitato militare ed amministrativo della Cina del nord-ovest[150]. Dopo essere rimasto a Lhasa per circa un mese, ed avere incontrato il Dalai bLa ma, il Pan c’en arrivò per la prima volta a Shigatse facendo così ritorno alla propria sede di competenza, ovvero il monastero di bKra śis lhun po, dopo più di 13 anni di assenza[151].

In questo periodo iniziale, le autorità cinesi si avvalsero della vecchia burocrazia, cercando però di diminuire l’autorità del Dalai bLa ma insistendo sull’equiparazione del Pan c’en ed esercitando una certa pressione contro i monasteri e la loro posizione dominante nell’economia del paese. Ovviamente una riforma agraria era inevitabile, anzi le prime proposte arrivarono dallo stesso Dalai bLa ma, il quale abolì il servizio di lavoro non retribuito (́u lag) ed i debiti agrari ereditari, proponendo una graduale ridistribuzione delle terre[152]. I cinesi dal canto loro aprirono il primo ospedale e le prime scuole elementari, mentre per quanto riguardava l’agricoltura si cercò di razionalizzarla e si diede il via alla collettivizzazione delle terre, che pian piano venne estesa a tutto il Tibet, inoltre fu avviato anche un programma di costruzioni stradali[153]. Nonostante queste innovazioni i rapporti politici tra le due parti non accennavano a migliorare, tanto che due ministri del bka’ śag, Lobsang Tashi e Lukhang Wa, furono costretti a dimettersi dal proprio incarico al fine di mettere al sicuro le proprie vite, minacciate dai pessimi rapporti con Zhang Jing Wu[154].

Le autorità cinesi escogitarono un disegno politico per togliere potere al Dalai bLa ma, e questo si basava sul decentramento amministrativo, che permetteva di raggiungere il proprio scopo senza però intaccare il prestigio religioso del sovrano. Come se non bastasse, fu attribuito al Pan c’en il potere politico de facto sul Tibet sud-occidentale, l’area strategica chiave. Inoltre, attraverso scuole locali e l’Istituto per le minoranze nazionali di Pechino, i cinesi iniziarono a formare quadri tibetani laici per il lavoro amministrativo, mentre la costituzione di amministrazioni tibetane autonome nelle regioni della Cina di Nord-Ovest, dove esistono minoranze di tibetani, non permetteva al governo di Lhasa di vantare la propria autorità su tutto il popolo tibetano[155]. L’influenza cinese si manifestò subito anche nella vita sociale dei tibetani, ad esempio proibendo il tradizionale sistema commerciale basato sul baratto, oltre a ciò fu bandito il libero commercio di sale, lana e grano, acquisendone il monopolio[156].

L’opera di assimilazione ottenne una sanzione internazionale de jure con l’accordo firmato il 29 Aprile 1954 tra l’India e la Cina, con il quale il governo di Nuova Delhi si assicurò la possibilità di mantenere le proprie agenzie commerciali a Yatung, Gyantse e Gartok, garantendosi altresì il libero accesso per i suoi cittadini a zone determinate del Tibet (come il lago Manasarowar, per i kora) impegnandosi a garantire uguali privilegi ai cinesi in India, a vendere la sua rete telegrafica e stradale nel Tibet e, soprattutto, a ritirare le guarnigioni militari rimaste presso le tre agenzie commerciali. Con questo atto internazionale il Tibet cessò definitivamente di avere personalità giuridica come Stato, entrando a tutti gli effetti nella Repubblica Popolare Cinese[157]. Nel Settembre del 1954 ci fu la visita del Dalai bLa ma e del Pan c’en a Pechino, durante la quale Mao Zedong propose di non attuare immediatamente tutti i 17 punti dell’accordo del 1951, perché il Tibet non era pronto ad affrontare delle modifiche strutturali in poco tempo, inoltre annunciò al Dalai bLa ma di volere istituire una Commissione preparatoria per la Regione Autonoma del Tibet, in modo che il ritmo delle riforme potesse essere decretato dal popolo tibetano[158]. Nel mese di Marzo del 1955 la delegazione tibetana fece ritorno a Lhasa[159].

Nel frattempo le autorità cinesi decisero di imporre nuove tasse sulle case, il bestiame, i terreni, furono confiscate grandi proprietà terriere ed i latifondisti furono giudicati pubblicamente e condannati per “crimini contro il popolo”; alcuni di essi furono messi a morte. Iniziarono a prendere corpo anche le interferenze nei confronti dei monasteri mentre si cercava d’instillare nella popolazione la dottrina antireligiosa. Monaci e monache vennero sottoposti a pesanti soprusi ed umiliati in pubblico; addirittura vennero coercitivamente impiegati nelle campagne di sterminio di alcuni animali, pur sapendo che tale attività è fortemente contraria all’etica buddhista. Anche i Khampa[160] subirono alcune intromissioni, ad esempio vennero sequestrate loro le armi, che rappresentavano i loro averi più preziosi, così reagirono con violenza, alla quale a loro volta i cinesi risposero con punizioni corporali ed esecuzioni in pubblico, delle quali erano spesso incaricati i figli delle stesse vittime[161].

In questo clima di tensione si giunse all’inaugurazione del Comitato preparatore per la Regione Autonoma del Tibet, che avvenne a Lhasa il 22 Aprile 1956[162].  La delegazione cinese era guidata dal vice primo ministro e ministro degli esteri della R.P.C.[163] Zhen Yi, ed era complessivamente costituita da circa 800 persone[164]. Il Comitato invece era composto da 51 membri: 15 del governo tibetano, 10 dall’ufficio del Pan c’en, 10 dal Ch’amdo, 5 dagli ufficiali del governo Centrale di stanza in Tibet e 11 scelti tra gli aristocratici tibetani, presidente dell’assemblea fu nominato il Dalai bLa ma[165]. Quest’organo aveva il compito di porre in essere i preparativi per la successiva instaurazione della Regione Autonoma del Tibet ed era collocato sotto la guida del Consiglio di Stato[166]. Per fare ciò doveva fortificare l’unità nazionale, istruire i quadri amministrativi e pianificare il lavoro in relazione alle imprese che dovevano essere intraprese in Tibet. La costituzione del Comitato implicava l’istituzione di nuovi ministeri (tra cui quelli concernenti le finanze, il culto, la cultura e l’educazione, la sanità, l’agricoltura ed altri ancora) gestiti da tibetani[167]. Una clausola significativa stabil