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CAPITOLO TERZO.
La
storia.
3.1 Formazione della teocrazia
tibetana.
Dalla metà del secolo XV per circa 200 anni, la storia del Tibet fu
contrassegnata da un’accanita guerra religiosa tra la setta gialla,
i dGe lugs pa e le varie sette rosse (in
particolar modo i Karma pa) al fine di ottenere la
preminenza sul Paese. Lo scontro continuo, che vedeva in prima fila
i monasteri delle varie Sette, portò le rispettive guide a cercare
alleati oltre i confini tibetani.
L’anno 1578 rappresenta uno spartiacque storico nelle vicende del
Tibet; fu in quell’anno che il tredicesimo abate del monastero di Se
ra, bSod nams rgya mts’o (1543-1588), partì da Lhasa per recarsi in
visita al principe mongolo Altan Khan, presso il monastero di
Yanghua, nell’odierno Qinghai.
Questo incontro sancì la conversione del popolo mongolo al Lamaismo
(più precisamente alle dottrine dei dGe lugs pa),
che si compirà grazie al fervore apostolico dei missionari tibetani,
ma soprattutto un reciproco scambio di titoli onorifici, che portò i
principi mongoli a divenire i primi protettori della scuola dGe
lugs pa, il cui massimo rappresentante divenne Dalai
bLa ma, dove il termine mongolo “Dalai” significa “oceano” ed il
termine tibetano bLa ma vuol dire “maestro”,
per la prima volta vi fu una reale unione di un ruolo spirituale con
uno politico.
Nonostante la grande importanza storica attribuita a bSod nams rgya
mts’o, il reale fondatore della teocrazia tibetana è indubbiamente
il V Dalai bLa ma, Blo bzan rgya mts’o (1617-1682). Durante la sua
minore età, le redini della chiesa gialla vennero tenute dai
reggenti, i quali assunsero un ruolo di mediatori e fecero sì che i
rapporti con i mongoli divenissero sempre più stretti, tanto che i
loro capi si recavano in pellegrinaggio a Lhasa con sempre maggiore
assiduità.
Nel 1637, Guśri Khan, capo dei mongoli Qošot del Kukunor arrivò in
Tibet per ottenere un’istruzione religiosa, portando con sé numerosi
doni in segno di grande rispetto nei confronti del Dalai bLa ma e
del Pan c’en bLa ma, il quale divenne il suo maestro
religioso.
L’unione tra il Dalai bLa ma ed il principe mongolo si manifestò
anche allorché i Bon po tentarono di volgere a proprio favore la
situazione politica, con un sollevamento nella regione del Kham
guidati dal principe di Be ri. Questo accadimento fu utilizzato come
pretesto per condurre una sorta di guerra santa, che si concluse nel
1641 con la conquista del Tibet orientale. Fu poi la volta del Tsang,
dove dopo una strenua difesa, la capitale bSam grub rtse fu
conquistata ed il re messo a morte, nel 1642.
Negli anni seguenti
vi fu un’ultima disperata rivolta dei Karma pa, che
però venne ben presto resa inoffensiva. Guśri Khan divenne il
padrone del Tibet centrale ed orientale e decise di rimettere tutti
i poteri, politici e religiosi, nelle mani del V Dalai bLa ma,
rimpiazzando così il regime Karma pa che ebbe
l’opportunità di governare unicamente per 23 anni (1618-1641).
Le proprietà
fondiarie ed i servi, di proprietà delle Sette e degli aristocratici
che avevano perseguitato la setta gialla, furono confiscati e
successivamente suddivisi tra i monasteri dGe lugs
pa, gli aristocratici che gli avevano sostenuti ed il tesoro del
governo. La scuola dei berretti gialli arrivò così a contare circa
3.477 monasteri, 316.230 monaci e 640.000 servi.

Il V
Dalai bLa ma, Blo bzan rgya mts’o, in www.tibet-tour.com
Nacque così quella
particolare forma di teocrazia tibetana durata fino ad oggi, difatti
la donazione del 1642 rappresenta il fondamento del dominio
temporale del Dalai bLa ma, che fino ad allora era uno dei tanti
gerarchi religiosi tibetani.
Tuttavia si trattò di un atto prevalentemente formale, dato che Guśri
Khan riservò a sé ed ai suoi successori la protezione militare e
l’alta sorveglianza sull’amministrazione civile del Tibet, per mezzo
della nomina dei capi locali. Quest’ultima funzione veniva
esercitata da un funzionario chiamato sde srid,
nominato dal Khan. Allo stesso tempo il Dalai bLa ma, grato al
proprio antico maestro Blo bzan C’os kyi rgyal mts’an (1570-1662)
abate del monastero di bKra śis lhun po (carica fino ad allora
elettiva), lo riconobbe come incarnazione di ‘Od dpag med (dio della
luce infinita) e suo pari grado dal punto di vista religioso; anche
in questo caso alla teoria venne dato un valore retroattivo,
cosicché Blo bzan C’os kyi rgyal mts’an, pur essendo il primo
portatore del titolo, è considerato il IV Pan c’en bLa
ma.
Da quel momento in poi esso è considerato la seconda figura della
chiesa gialla anche se non è immischiato in affari politici e
mondani come il Dalai bLa ma, ma appunto per questo è venerato dal
popolo come altissima autorità spirituale.
Dopo la morte di Guśri Khan, il Dalai bLa ma ebbe l’opportunità di
raccogliere nelle proprie mani quasi tutto il potere, riorganizzando
il monachesimo tibetano e ponendo in essere nuove basi per
l’amministrazione. L’organizzazione interna venne nel 1663
sottoposta ad una revisione, mediante una specie di censimento dei
monasteri, ad ognuno dei quali venne assegnato un patrimonio
fondiario (gžis ka) destinato al suo mantenimento;
contemporaneamente venne eseguito un censimento della popolazione a
fini fiscali.
Rapidamente i sde srid divennero dei funzionari del
grande Dalai bLa ma (il Grande Quinto, come è ancora designato dalla
tradizione tibetana) mentre al principe mongolo rimase unicamente un
vuoto potere di conferma.
La figura del V Dalai bLa ma è importante perché unì le doti di un
grande uomo di Stato a quelle di un eccellente prelato religioso;
sotto il suo governo la nobiltà ebbe l’opportunità di partecipare
all’amministrazione governativa al fianco dei funzionari religiosi,
ed i grandi monasteri dGe lugs pa videro
crescere enormemente il numero dei propri effettivi ed il loro peso
politico.
Con Blo bzan rgya
mts’o si definì il vasto sistema istituzionale e culturale che
unificò il Tibet sotto l’autorità della scuola dGe lugs
pa, che divenne chiesa di Stato.
Se il potere affidato ad un dignitario religioso era un fattore
positivo, perché permise di dare al Tibet un governo autarchico ed
ispirato ai principi buddhisti, questo fatto era anche causa di
elementi negativi, perché la corsa al potere politico ebbe talvolta
il sopravvento sui buoni propositi ispirati dalla dottrina
religiosa, ma ciò non toglie che per secoli la chiesa gialla ha
rappresentato, e tuttora rappresenta, il maggiore elemento di
stabilità del Tibet, manifestato dalla detenzione delle redini del
governo e dello Stato da parte della sua più alta espressione, il
Dalai bLa ma. Tuttavia il potere non è esercitato solo dal Dalai bLa
ma, esso è goduto anche dagli abati dei grandi monasteri, i quali
detengono un ruolo politico anche in ragione dei possedimenti,
grazie ai quali hanno l’opportunità di avere un notevole peso nella
vita del popolo. Spesso, in assenza del Dalai bLa ma (perché in
attesa di individuare il sprul sku o perché esso era
troppo piccolo) il potere veniva esercitato provvisoriamente dai
reggenti, che sono proprio i capi dei grandi monasteri, e sovente
essi hanno ostacolato l’insediamento dei Dalai bLa ma per poter
conseguire facilmente i propri scopi politici, tanto che durante il
XIX secolo ben quattro Dalai bLa ma morirono giovani.
Questo periodo storico fu segnato dalla forte influenza esercitata
dalla Cina, che risaliva al 1720, allorché le truppe dell’imperatore
cinese Kang xi occuparono la capitale Lhasa;
per la prima volta nella sua storia il Tibet conobbe l’occupazione
militare cinese, il potere temporale del Dalai bLa ma venne abolito
e la guida del governo fu affidata a quattro ministri tibetani sotto
la sorveglianza del comandante della guarnigione cinese di Lhasa.
Prese così avvio un periodo di stasi politica ed economica, di
regresso culturale, durante il quale il Tibet divenne una nazione
eremita segregata dal resto del mondo, con i cinesi che aumentarono
sempre più la propria ingerenza negli affari interni del paese,
aiutati in tal senso dai continui intrighi politici architettati dai
burocrati e dagli abati dei monasteri. A tutto ciò si aggiunse la
guerra con il Nepal (1854-1856) che terminò senza mutamenti
territoriali ma con notevoli privilegi commerciali a vantaggio dei
sudditi nepalesi del Tibet.
In questo contesto
politico si giunse al riconoscimento del XIII Dalai bLa ma, il quale
rappresenta, con il III ed il “Grande Quinto”, una delle maggiori
figure politiche della storia del Tibet. T’ub bstan rgya mts’o
nacque nel 1876 e, contrariamente ai suoi ultimi predecessori, non
solo vivrà a lungo ma riuscirà anche a governare il Paese con tale
intelligenza da essere ricordato come il “Grande Tredicesimo”. Nel
periodo in cui egli veniva educato, la Gran Bretagna, al culmine
della sua espansione coloniale, iniziava ad interessarsi seriamente
del Tibet. Questo perché temeva che esso potesse cadere sotto
l’influenza della Russia, dal momento che l’impero manciù andava
declinando inesorabilmente. Non si trattava di mire militari, bensì
economiche, poiché il governo di Londra era fermamente intenzionato
a concludere trattati commerciali con Lhasa.
In effetti, un primo trattato commerciale fu stipulato nel 1893,
con il governo cinese che lo negoziò in nome del Tibet.
Con esso i britannici ebbero la possibilità di affittare case e
negozi, di effettuare ogni tipo di trasporto e di condurre i propri
affari senza restrizioni di sorta a Yatung nella valle di Chumbi.
Tuttavia il popolo tibetano rese difficoltosa la pratica
realizzazione dei punti salienti del trattato, ribadendo che tale
accordo fosse stato stipulato dalla Gran Bretagna e dalla Cina, e
perciò essi non avevano nulla a che spartire con tale intesa.
La scarsa
collaborazione tibetana fece crescere negli inglesi il sospetto che
i tibetani si stessero accordando di nascosto con la Russia,
inoltre il colonnello inglese Younghusband temeva addirittura una
convergenza d’interessi ed intenti russo-francese nel nord e nel sud
dell’Asia.
Alla luce di tutti questi elementi e del rifiuto da parte del
governo tibetano di accogliere qualsiasi approccio da parte del
governo inglese, il viceré dell’India Lord Curzon decise di
ricorrere alla forza, inviando un corpo di spedizione guidato da
Younghusband avente l’incarico di stabilire degli accordi economici,
di aprire un nuovo mercato commerciale che scavalcasse i monopolisti
locali e di stabilire un agente britannico a Gyantse.
La spedizione militare incontrò ben pochi ostacoli lungo il suo
cammino, con i tibetani che avevano l’ordine di non sparare per
primi e che in ogni caso erano equipaggiati con armi archeologiche;
il giorno 11 Aprile 1904 Younghusband giunse a Gyantse, incontrando
una flebile resistenza, che si manifestò tramite saltuari attacchi,
tra cui quelli effettuati nel passo di Karo la, dove furono
recuperate armi di provenienza russa.
Sebbene l’avanzata inglese fosse motivata dalla volontà di
instaurare unicamente dei rapporti commerciali, il Dalai bLa ma si
rifiutò costantemente di negoziare, fatto che portò all’avanzata
delle truppe inglesi sino alla capitale Lhasa, dove giunsero la
mattina del 3 Agosto 1904.
Tuttavia, nemmeno a Lhasa, gli inglesi ebbero modo di incontrare e
trattare direttamente con il sovrano tibetano, il quale era fuggito
con Dordžejev in Mongolia nella città di Urga,
vicino al confine settentrionale con la Siberia.
Il Tibet fu
costretto a sottostare alle volontà del governo di Londra,
accettando le richieste contenute nel trattato stipulato nel palazzo
del Potala il 7 Settembre 1904, in presenza del colonnello
Younghusband e dell’ Amban
mentre in rappresentanza del governo tibetano presenziarono gli
abati dei monasteri di Se ra, dGa’ ldan ed aBras spuns, ed i
rappresentanti del consiglio dei ministri e dell’assemblea nazionale.
Il 22 Settembre 1904 l’armata guidata dal colonnello Younghusband
lasciò Lhasa, portando con sé grandi quantità di reliquie di
inestimabile valore.
Il raggiungimento
dell’accordo, e la presenza degli inglesi in territorio tibetano,
ebbero l’effetto di far chiudere ermeticamente il Tibet verso il
resto del mondo, causando il crollo dell’edificio politico creato
nel 1751.
La Cina ottenne la
possibilità di allargare sempre più i propri poteri sul Tibet,
tramite il trattato anglo-cinese del 27 Aprile 1906
ed in seguito a quello anglo-russo del 1907
che chiudeva la secolare rivalità tra le due nazioni e sanzionava il
loro disinteresse verso il Tibet, riconoscendo la sovranità cinese.
Tutto ciò avvenne in assenza del XIII Dalai bLa ma, il quale, dopo
aver delegato i suoi poteri all’abate di dGa’ ldan, Ti Rinpoche
fuggì scortato da sette attendenti e con una scorta di circa 70
buriati mongoli guidati da Dordžejev. La comitiva si diresse verso
la Mongolia, il Dalai bLa ma venne salutato ovunque con devozione ed
in suo onore vennero officiati cerimoniali dalla gente locale, dai
monaci lamaisti e dai principi mongoli, finché il gruppo giunse sino
ad Urga, il 20 Ottobre 1904.
In questa città T’ub bstan rgya mts’o stabilì la propria base ed
entrò in contatto con i diplomatici russi, il suo obiettivo era
quello di partire verso la Russia per incontrare lo Zar Nicola II,
ma esso si trovava in una situazione politicamente molto delicata,
dovendo fare fronte alla sconfitta conseguita nella guerra con il
Giappone (conclusasi con la pace di Portsmouth il 23 Agosto 1904) ed
al malcontento da essa suscitato che favoriva il movimento
rivoluzionario.
In alternativa alla propria partenza, decise di inviare un proprio
messaggio a San Pietroburgo tramite Dordžejev, con il quale chiedeva
la protezione russa per la sua persona al momento di rientrare a
Lhasa.
Questo progetto fu sostenuto con forza dai buriati russi, i quali si
proposero per formare una scorta di volontari a difesa del Dalai bLa
ma.
I russi videro queste richieste come qualcosa di innocuo, invece gli
inglesi sospettavano che dietro questi rapporti amichevoli, si
celassero le intenzioni della Russia di porre in essere una propria
versione della missione Younghusband.
L’insieme di questi avvenimenti portarono il Tibet in una posizione
di rilevante importanza nell’agenda delle negoziazioni
internazionali, e condussero al già citato accordo anglo-russo del
1907.
Nell’Aprile del 1906 il Dalai bLa ma decise di lasciare Urga, anche
in seguito alle pressioni ricevute dal bka’ śag (il Gabinetto
dei ministri del Tibet) e nell’Agosto del 1908 arrivò a Pechino.
Durante il suo soggiorno nella capitale dell’impero cinese, il Dalai
bLa ma fu ricevuto molte volte in udienza dall’imperatore cinese
Guanxu e dall’imperatrice Ci xi; in tali occasioni egli chiese la
protezione della setta Gialla in caso di attacco, adducendo al fatto
che, essendo le dottrine elaborate da bTson k’a pa condivise dai
tibetani, dai mongoli e dagli han, essi continuassero nella
politica di costante protezione seguita dai loro predecessori. Su
tale argomento gli imperatori si trovarono d’accordo con T’ub bstan
rgya mts’o, promettendo che avrebbero soddisfatto la sua richiesta.
La sua volontà non fu invece esaudita allorché egli chiese di poter
comunicare direttamente con l’imperatore invece che attraverso la
mediazione dell’amban, nel momento in cui sarebbe ritornato a
Lhasa.
Durante la sua
permanenza a Pechino, morirono a distanza di un giorno l’uno
dall’altra sia l’imperatore che l’imperatrice. Il trono venne
occupato da un bambino di tre anni, Puyi, sotto la reggenza del
padre, il principe Chun, questa successione si rivelerà colma di
conseguenze per il Tibet e per la Cina.
Intanto il fiero atteggiamento anti-britannico del Dalai bLa ma andò
via via affievolendosi, poiché si disilluse relativamente alle
intenzioni cinesi in favore della causa tibetana ed in seguito alla
sconfitta russa contro il Giappone, anche la speranza di un concreto
sostegno militare dello Zar al fianco del Tibet, scemò.
Approfittando della confusione creata dal decesso dei due
imperatori, T’ub bstan rgya mts’o fece espressa richiesta al governo
cinese di poter tornare nel Tibet, la sua richiesta fu accolta e
nell’Agosto del 1909 fece finalmente ritorno a Lhasa.
Il Dalai bLa ma, durante la sua permanenza a Pechino si era reso
conto delle malevole intenzioni dei cinesi nei confronti del Tibet,
e questa impressione accrebbe non appena mise piede nel suo paese,
tanto che, giunto nella città di Nagchu, approfittò dell’ufficio
telegrafico della città per mandare un telegramma all’Agente
britannico di Gyantse, affinché esso venisse poi trasmesso ai Primi
Ministri europei, evidenziando come il generale Manciù, Zhao Erfeng
(responsabile della politica cinese nel Tibet orientale) stesse
adoperandosi per sopprimere il Lamaismo ed annientare il potere del
Dalai bLa ma,
introducendo in territorio tibetano numerose truppe; alla luce di
tali avvenimenti si chiedeva l’intervento di tutte le altre nazioni
al fine di far ritirare tali truppe.
Al rientro del Dalai
bLa ma a Lhasa, fece immediatamente seguito il passo decisivo
dell’avanzata di Zhao Erfeng. Dalla sua base nel Tibet orientale,
inviò una colonna di circa 2.000 soldati modernamente addestrati con
il compito di raggiungere Lhasa, dove giunsero il 12 Febbraio 1910.
Arrivati a Lhasa i cinesi inviarono 10 soldati nelle case di tre
ministri tibetani e li arrestarono, appena informato di tale
notizia, il Dalai bLa ma decise di prendere il volo insieme ai suoi
ministri, questa volta in direzione India
dove rimase per due anni ospite dei suoi antichi nemici inglesi.
Prima di partire nominò un Reggente ed un Ministro a Lhasa, ma sia
lui che i ministri che lo accompagnarono si portarono dietro i
propri sigilli. Ciò che il Dalai bLa ma auspicava era la protezione
da parte della Gran Bretagna, e credeva che i rapporti tra i due
paesi sarebbero potuti essere simili a quello tra padre e figlio.
Questa situazione preoccupò non poco il governo di Londra, che si
trovò la Cina alle porte dell’India.
In effetti, come sostenne T’ub bstan rgya mts’o, non era possibile
che 2.000 soldati fossero stati mandati a Lhasa unicamente per
controllare il Tibet, perciò tutti i paesi nelle vicinanze correvano
seri rischi.
Il monastero del Nor
bu glin k’a fu preso dai militari cinesi, i ministri che
accompagnarono il Dalai bLa ma furono spogliati del proprio
incarico, la polizia tibetana fu destituita, l’arsenale e la zecca
furono chiuse, i fucili vennero confiscati in tutto il territorio,
al Reggente fu proibito di assolvere alle proprie funzioni
religiose, le porte sigillate del Dalai bLa ma presso il Nor bu glin
k’a furono aperte.
Da un punto di vista
politico, i cinesi cercarono di porre l’accento sulla rivalità
esistente tra le due maggiori figure spirituali del Tibet, ovvero il
Dalai bLa ma ed il Pan c’en, arrivando a deporre il
Dalai bLa ma e proponendo al Pan c’en di prenderne il
posto a Lhasa, ma l’abate di bKra śis lhun po rifiutò tale
opportunità, anche alla luce delle perplessità suscitate nel popolo
durante il suo soggiorno a Lhasa, così per evitare che la sua
presenza fosse male interpretata dai tibetani, nel 1911 rientrò a
Shigatse.
Sotto il totale
controllo straniero e con il Dalai bLa ma in esilio, sembrava che
fosse giunta la fine della teocrazia tibetana, ma la caduta
dell’impero cinese cambiò totalmente la situazione.
Allorché la notizia del rivolgimento politico in Cina arrivò a
Lhasa, la guarnigione cinese si ammutinò e finì col dissolversi,
mentre i tibetani si sollevavano. Il grosso delle truppe cinesi
venne rimandato in Cina via India.
In realtà alcuni seguaci del Pan c’en presero le parti
dei cinesi durante la sollevazione tibetana, ma ben presto vennero
resi inoffensivi.
Il 16 Dicembre 1912 il Dalai bLa ma tornò trionfalmente a Lhasa e
questa volta il suo rientro era definitivo. Quasi a sottolineare la
fine del dominio cinese, il “monastero reale” di bsTan rgyas glin,
che aveva continuamente sostenuto i dominatori, venne distrutto ed i
monaci dispersi.
Da questo momento il Tibet godette di un quarantennio di effettiva
indipendenza, anche se non riconosciuta internazionalmente; il XIII
Dalai bLa ma fu padrone del Tibet come nessuno dei suoi predecessori
lo era mai stato. Sostenuto dalla venerazione del suo popolo, egli
lo resse con umanità, energia e saggezza, senza nulla innovare
all’interno, senza nulla concedere allo straniero, disinteressandosi
del fatto che la sovranità cinese venisse sempre riconosciuta de
jure da tutte le grandi potenze.
Il problema più grande che si presentava al Dalai bLa ma era la
definizione dei confini verso la Cina vera e propria, dove
l’attribuzione di vasti territori alla provincia del Szechwan
contrastava con l’autorità del Dalai bLa ma, che vi si andava
affermando. Per questo motivo vennero intavolati subito dei
negoziati, che si manifestarono nella conferenza che si aprì nella
città di Simla nell’Ottobre del 1913.
Dopo tale conferenza, il Tibet e la Gran Bretagna stipularono un
successivo accordo, con il quale venivano confermati i trattati
commerciali stipulati dai due paesi nel 1908.
Nonostante la mancata ratifica da parte cinese, Tibet e Gran
Bretagna considerarono l’accordo valido per quanto riguardava i loro
mutui rapporti. In ogni caso, l’anarchia verso cui stava scivolando
la nuova repubblica cinese, allontanò per il momento ogni pericolo
serio da quella parte. Soltanto il governatore militare del Szechwan
diede inizio ad ostilità nella fascia di frontiera, cercando di
approfittare del fatto che la Gran Bretagna fosse ormai coinvolta
nella prima guerra mondiale (1914-1918) ma fu respinto fino alle
basi di partenza dalle truppe tibetane.
Le schermaglie cinesi portarono T’ub bstan rgya mts’o ad avvicinarsi
ancora di più alla Gran Bretagna, il risultato di ciò fu l’invio di
Sir Charles Bell a Lhasa nel 1921. Il governo indiano fornì
materiale bellico antiquato, addestrò alcuni ufficiali tibetani,
costruì una linea telegrafica da Gyantse a Lhasa, aprì una scuola
con personale inglese a Gyantse. L’obiettivo principale del Dalai
bLa ma era la costituzione di un esercito semi moderno capace di
tenere i cinesi lontani dal confine orientale, ma anche di renderlo
indipendente dal volere dei grandi monasteri.
Per quanto riguardava gli affari interni, si acuì l’attrito con il
Pan c’en. Il Consiglio dei Ministri (bka’ śag)
iniziò ad imporre tributi in denaro, cereali e truppe,
prevalentemente per finanziare il nuovo esercito, ma il monastero di
bKra śis lhun po si rifiutò di pagare, chiedendo di essere esentato
dall’esazione. Tale richiesta fu respinta dal bka’ śag,
così il Pan c’en chiese agli inglesi di mediare, ma
essi avevano le mani legate, dal momento che era loro vietato di
intromettersi nelle questioni interne del Tibet. Dal momento che i
rapporti fra le due principali figure religiose non accennavano a
distendersi, il Pan c’en decise di fuggire da Shigatse,
accompagnato da quindici monaci, riparando in Cina, dove morì nel
1937.
Nonostante questi conflitti interni, il Tibet ebbe l’opportunità,
durante gli ultimi anni di governo di T’ub bstan rgya mts’o, di
isolarsi dal resto del mondo, restando come un pezzo di medioevo
fuori dal tempo e dallo spazio. Ma da un punto di vista politico,
come era organizzato il Tibet? Si può realmente parlare di
un’organizzazione statale teocratica?
3.2 L’organizzazione istituzionale
del Tibet.
La
vita pubblica del Tibet del XX secolo era dominata dalla setta
dGe lugs pa, con i suoi enormi interessi
economici, la sua influenza spirituale, il gran numero di contadini
e di pastori che erano suoi dipendenti ereditari.
A capo di questa
struttura piramidale c’era il Dalai bLa ma e subito dopo di lui il
Pan c’en, il cui prestigio era pressoché uguale, ma la
sua influenza, come abbiamo visto, si limitava al campo religioso.
La terza figura per importanza della scuola dei “berretti gialli”
era il K’ri Rin po c’e, abate del monastero di dGa’ldan, il quale, a
differenza degli altri due, non era un incarnato, ma veniva scelto
personalmente dal Dalai bLa ma tra i monaci di tutto il Tibet più
rispettati e venerati per santità e soprattutto per dottrina e la
sua carica durava sette anni.
Per quanto attiene agli altri monasteri, i loro abati erano spesso
degli incarnati, come ad esempio il ́P̀ags pa Lha
di C’ab mdo, principale dignitario dGe lugs pa
nel Tibet orientale. Appare evidente che, essendo la più alta carica
politica attribuita al capo spirituale, anche l’influenza del clero
nella struttura sociale fosse ragguardevole, tanto da introdurre in
essa un elemento fortemente teocratico che alla fine divenne
dominante. I grandi monasteri disponevano di latifondi provenienti
da donazioni, e quindi di notevoli mezzi economici e finanziari;
questo elemento li metteva alla pari con la vecchia aristocrazia
feudale, con cui stringevano strette relazioni. Si trattava di un
rapporto quasi simbiotico, perché se da un lato la nobiltà prestava
alle sètte il proprio braccio secolare nelle loro dispute,
dall’altro i cadetti delle famiglie nobili entravano nei monasteri,
e talvolta ne diventavano abati, mentre eredità e donazioni
tendevano ad arricchire i conventi a scapito dell’aristocrazia.
In seno alla chiesa
gialla si decise di porre in essere un’assemblea (ts’ogs ‘dus)
comprendente i massimi dignitari di tale setta e qualche membro
laico del governo. Tale assemblea si riunì per la prima volta nel
1876 (poco dopo il decesso del XII Dalai bLa ma, ́Ṕ rin las rgya
mts’o) per scegliere il reggente, un diritto fino ad allora
esercitato dagli amban imperiali, fatto che pose in risalto
l’indebolimento del controllo cinese.
Questa assemblea non era però un organismo permanente, lo era invece
il più alto consesso ecclesiastico del governo centrale, si trattava
di un consiglio (yig ts’an) composto di quattro drun yig
c’en mo, i quali avevano il mandato di controllare la gestione
amministrativa dei monasteri.
Per quanto riguarda
l’aristocrazia, essa si divideva in tre classi:
1-
yab gži, comprendeva i discendenti dei Dalai bLa ma a partire
dal VII; oggi tali famiglie sono sei ed i loro fondatori, per lo più
il padre o un fratello del Dalai bLa ma, ricevevano grossi
possedimenti fondiari nonché il titolo cinese di duca (kung).
2-
sde pon, consisteva nelle cinque famiglie mDo mk’ar, rDo rin,
T’on, Lha rgya ri (discendenti degli antichi re; il loro feudo
godeva di vasta autonomia), P̀a lha; essi costituivano l’alta
aristocrazia.
3-
sger pa, classe costituita dalla piccola nobiltà i cui feudi,
pur essendo di solito ereditari, potevano essere confiscati in caso
di cattivo comportamento. I loro titolari pagavano allo Stato una
parte del proprio reddito ed inoltre avevano l’obbligo di fornire
personale all’amministrazione statale.
L’apparato
burocratico era diviso in due classi, ognuna delle quali constava di
175 membri: funzionari laici (drun ́k̀ or) e funzionari
ecclesiastici (rtse drun). Alla sommità della struttura
governativa tibetana (sde pa gžun) si trovava il Consiglio
dei Ministri (bka’ śag)composto
da quattro ministri (bka’ blon o, žabs pad); tre di
essi erano espressione della nobiltà
(e quindi laici) uno era invece ecclesiastico. Si trattava della
vera roccaforte del potere aristocratico, anche se nel 1879 si
decise di assegnare equamente le cariche tra i membri laici e quelli
appartenenti al clero. Sotto al bka’ śag operavano quattro
rtsis dpon (tutti laici), con funzione di tenuta dei registri
fiscali, accertamento ed imposizione delle tasse, e addestramento
della burocrazia laica.
Per quanto attiene
all’amministrazione locale, il Tibet era diviso in un centinaio di
distretti; nel Tibet centrale ce n’erano 52, più il principato
autonomo di Sa skya. A capo di ogni distretto erano due prefetti (rdzon
dpon), di solito laici. In alcune zone periferiche, come ad
esempio nel Tibet occidentale, i prefetti locali dipendevano da due
commissari governativi (sgar dpon).
La tassazione
diretta era parte in natura e parte in servizi. I contribuenti
consegnavano direttamente alle tesorerie locali una certa
percentuale del loro raccolto in orzo (per i coltivatori) e di
carcasse disseccate di ovini (per i pastori). L’orzo veniva venduto,
o utilizzato per il salario dei funzionari governativi, o stoccato
in rudimentali silos; si calcola che nel 1951 il Tibet avesse una
riserva di cereali sufficiente per tre anni. Le carcasse degli ovini
venivano impiegate più rapidamente, sebbene nel secco clima tibetano
si conservassero per un lungo periodo. Altre entrate nelle casse del
governo consistevano nelle dogane, nei diritti di mercato e nel
ricavato del lavaggio delle sabbie aurifere soprattutto nel Tibet
occidentale. L’oro, le gemme e le imposte in denaro confluivano
nella tesoreria centrale di Lhasa (bla bran p’yag mdzod).
Esisteva però anche un tesoro privato del Dalai bLa ma (́́́́́́́p̀
ral bde p̀ yag mdzod) per le spese del sovrano e della corte, ed
anche un tesoro di riserva (rnam sras gan mdzod). A Lhasa
c’era poi il magazzino centrale, sotto il controllo di due rtsam
bžer pa, dove veniva accumulata una parte dell’orzo ricevuto
come pagamento delle imposte.
La tassazione in
servizi (‘u lag) consisteva nell’obbligo per i contribuenti
di fornire un certo numero di giornate di lavoro allo Stato, di
solito per lavori pubblici, ed inoltre di fornire le cavalcature o
le bestie da soma o i portatori per una tappa ai funzionari del
Governo in viaggio, oppure alle persone che detenessero un documento
di autorizzazione in tal senso.
In sostanza si può
sostenere che fino al XX secolo il Tibet rimase una società di tipo
clericale-feudale, con una forte preminenza del primo elemento.
Anche il popolo finì con l’entrare nella clientela dei monasteri, o
col rimanere in quella dei nobili, in qualità di lavoratori
dipendenti, ma nonostante tale divario, la vita scorreva senza
differenze di rilievo tra aristocrazia e popolo; questo sistema
sociale si mantenne in piedi fino al 1951.
Più volte mi sono
riferito all’organizzazione statale del Tibet come ad una teocrazia,
resta ora da analizzare cosa è in realtà una teocrazia, onde
rilevare se questo è un sostantivo adatto a designare la forma di
governo tibetana.
Il significato
etimologico del termine teocrazia indica un potere esercitato da
Dio, ma per estensione significa il concreto ed immediato
conferimento della sovranità, fatto da Dio ad una determinata
persona, ad un determinato organo o ad un determinato collegio;
inoltre significa l’assunzione del supremo potere politico da parte
di un organo istituzionalmente destinato ad esercitare soltanto i
poteri e le funzioni che caratterizzano il sacerdozio: propiziazione
della divinità, amministrazione e direzione del culto collettivo,
magistero religioso, cioè tutta l’opera mediatrice tra l’uomo e Dio.
In termini pratici, il potere è esercitato, in nome di un’autorità
divina, da uomini che si dichiarano suoi rappresentanti se non
addirittura una sua incarnazione.
L’elemento ricorrente di tale sistema è quindi la posizione
preminente riconosciuta in esso alla gerarchia sacerdotale, che
direttamente o indirettamente controlla l’intera vita sociale nei
suoi aspetti non solo sacri ma anche profani. La subordinazione
delle attività e degli interessi temporali a quelli spirituali,
giustificata dalla necessità di assicurare prima di qualsiasi altra
cosa la salus animarum dei fedeli, determina la
subordinazione del laicato al clero: in tale condizione la teocrazia
si traduce in “ierocrazia”, ovvero in un governo della casta
sacerdotale, a cui è affidato il compito di provvedere al benessere
spirituale e materiale della popolazione.
Più in generale si può intendere quale teocrazia qualsiasi dottrina
la quale ritenga che ogni autorità derivi da Dio.
L’elemento base che contraddistingue questo sistema è dunque
l’effettiva fusione della potestà in materia spirituale e di quella
in materia temporale. Ma anche laddove non si rinvenga tale forma di
unione e si distinguano i due poteri, come essenzialmente diversi
per la diversa sfera d’azione in cui operano e per la diversa
finalità a cui sono ordinati, un regime politico dovrà ugualmente
qualificarsi teocratico se il sovrano, pur senza attribuirsi poteri
e funzioni sacerdotali, si proclama direttamente ed immediatamente
investito da Dio della sua potestà temporale (principio che sta alla
base della monarchia di diritto divino, tramontato con l’avvento del
democraticismo).
Stabilita la
distinzione tra ordine spirituale ed ordine temporale, si
determinano inevitabilmente delle zone d’interferenza e, dalla
stessa separazione degli uffici sacri dagli uffici civili, sorgono
motivi di conflittualità con la conseguente ricerca di una via di
componimento, oppure con l’affermazione della supremazia degli uni o
degli altri. Allorché tale conflitto si traduce nella supremazia del
potere sacerdotale su quello civile, è possibile designare un
determinato regime politico come teocratico.
Perché avviene
questa trasposizione della religione sul piano politico? la
religione implica indubbiamente un discorso di fede personale, molto
intimo, che porta l’individuo a credere in alcuni valori che spesso
determinano il suo stile di vita. Le religioni però, sono seguite da
moltitudini di persone, perciò l’insieme dei loro stili di vita
determina un condizionamento sulle strutture sociali, assumendo
quindi una valenza politica osservabile e storicizzabile, al di là
del giudizio che si può dare sul significato del trascendente e
sulla sua esistenza, o sul fatto che il fenomeno religioso abbia un
suo fondamento oggettivo o sia semplicemente il frutto di una
proiezione di bisogni più o meno reali.
L’organizzazione religiosa elabora spesso una dottrina politica,
dando suggerimenti o norme per la vita dello Stato, mentre questo
tende ad emanciparsi dalla tutela dell’autorità religiosa. La
tipologia dei rapporti che si sono storicamente determinati fra i
due poteri, è piuttosto varia: in taluni casi essi hanno manifestato
la tendenza ad assorbirsi reciprocamente, in altri hanno cercato di
salvaguardare le proprie prerogative, con sistemi di separazione
consensuali o forzati; ma anche in questo caso i rapporti
intercorrenti tra le due sfere tendono a causare trasformazioni
profonde in esse.
Tutto ciò determina una sorta di “pluralismo di potere” all’interno
dello Stato, che fa a pugni con la tradizionale concezione
realistica della politica, che vede come una delle sue basi la
concezione di Max Weber
secondo la quale lo Stato è un “monopolio della forza legittima”,
perché solo in questo caso può esistere lo Stato nel senso moderno
della parola, anche se non ne è la condizione sufficiente.
Viene così a crearsi un problema di divisione del potere, perché
laddove il pensiero antico aveva di fronte a sé unicamente una
società “perfetta”, cioè la pólis, ovvero la società politica
propriamente detta, che abbraccia dentro di sé le società minori e
non ha alcun’altra società al di fuori di sé; con il sorgere del
cristianesimo, religione tendenzialmente universale, e con la
istituzionalizzazione della società religiosa che da essa promana,
le societates perfectae diventano due, la Chiesa e lo Stato.
Secondo il pensiero politico occidentale quindi, il potere politico
si trova a dover fare continuamente i conti con un potere diverso
che, oltretutto, afferma sin dall’inizio la propria supremazia sulle
potestà terrene col principio secondo il quale “l’imperatore è
dentro la Chiesa non sopra la Chiesa”. Diviene opinione comune la
distinzione tra il potere di dirigere, che è prerogativa della
Chiesa, ed il potere di costringere, che è prerogativa del potere
politico.
L’origine del potere e la sua giustificazione sono da sempre al
centro dell’attenzione della filosofia politica, tanto che le varie
teorie politiche potrebbero essere distinte in base al diverso
fondamento o “principio di legittimità” assunto, e addirittura si
potrebbero distinguere tre grandi concezioni corrispondenti alle tre
grandi epoche della storia del pensiero, la concezione naturalistica
greca, quella teologica medievale e quella contrattualistica
moderna, secondo che “le ragioni” del potere siano da cercarsi nella
stessa natura che crea alcuni uomini atti a comandare ed altri ad
ubbidire, nel volere di Dio oppure nell’accordo dei consociati.
La sperimentazione
di un sistema teocratico non è ovviamente una esclusiva prerogativa
del Tibet, anzi, il rapporto Stato-Chiesa è una costante delle varie
confessioni, e si possono prendere ad esempio anche le tre grandi
religioni monoteiste, il cristianesimo,
l’islamismo
e l’ebraismo.
Dal momento che il
fenomeno religioso è un qualcosa che da sempre coinvolge milioni di
individui in tutto il mondo, non può sorprendere il fatto che sui
rapporti tra essa e lo Stato abbiano scritto alcuni tra i più grandi
storici, filosofi e figure religiose come: Giovanni di Salisbury,
Eusebio di Cesarea, Marsilio da Padova, Bottero, Machiavelli,
Lutero, Bellarmino, Suarez, Hobbes, Locke ed altri ancora.
Se si dà della
teocrazia un’interpretazione restrittiva, allora probabilmente
questo termine non è adatto per designare il sistema politico del
Tibet, e nemmeno per definire l’origine del potere di questo paese.
Tuttavia non bisogna
mai perdere di vista la profonda diversità culturale sussistente tra
il mondo occidentale e quello tibetano. E’ ovvio, infatti, che le
interpretazioni su tale modello politico, risentano del clima
culturale entro il quale esse sono state elaborate, vale a dire una
cultura impregnata da considerazioni relative a religioni monoteiste
e che considerano l’esistenza di un Dio vero e proprio, oltre che
irraggiungibile. Come abbiamo visto, però, tutto questo nel
Buddhismo non esiste, perché manca la figura di un Dio “reale” e
colui il quale maggiormente può essere avvicinato ad una immagine di
questo genere, il Buddha, non ha per i buddhisti una importanza
basilare o comunque non riveste un ruolo paragonabile a quello del
Dio delle dottrine monoteiste. Abbiamo, infatti, già visto che il
Buddha è una sorta di “veicolo” del Dharma, e che tale
principio spirituale è l’unica cosa che ha davvero valore. Pertanto
non può esistere per i tibetani un potere esercitato o conferito da
Dio, semplicemente perché quell’archetipo di Dio non esiste. Se però
si analizza l’argomento in maniera più approfondita, non possono
passare inosservate altre peculiarità, che invece tendono ad
avvicinare il tradizionale sistema di governo tibetano al sistema
teocratico. Innanzitutto, a differenza del Buddhismo “in generale”,
il Lamaismo ha una figura paragonabile ad un Papa o ad un Califfo,si
tratta ovviamente del Dalai bLa ma, il quale è, da più di 350 anni,
investito del potere temporaleche
viene detenuto parallelamente a quello spirituale.
Inoltre il Dalai bLa
ma non è un uomo, è un sprul sku, ovvero una emanazione di
figure quali i Bodhisattva, i quali sono in armonia con il
Dharma, fatto che permette loro di emanare questi corpi magici,
i quali sono quindi un’espressione del Dharma. Essendo il
Dharma la base del Buddhismo, è esso che si può paragonare al
Dio monoteista, e di conseguenza i sprul sku sono
paragonabili ad un’emanazione di Dio, e difatti sono delle santità.
Il Dalai bLa ma è il rappresentante del Dharma, ruolo che è
attribuito anche agli abati all’interno dei vari monasteri.
Pertanto si può con certezza affermare che le redini del potere
politico siano tenute da un’incarnazione di carattere “divino”,
rispondendo ad uno dei requisiti necessari per poter definire
teocratico un sistema politico.
Un ulteriore
elemento che avvicina il Tibet ad un sistema teocratico, è il ruolo
giocato dai monasteri nella sua vita sociale, politica ed economica.
Se una notevole influenza della gerarchia sacerdotale nella vita di
un paese è un elemento ricorrente nei sistemi teocratici, allora
questo è sicuramente valido per il Tibet. Come evidenziato più volte
in precedenza, il monastero gioca un ruolo a 360°, difatti, oltre al
ruolo prettamente religioso, esso è una vera e propria persona
giuridica titolare di beni mobili, immobili e fondiari, i loro abati
spesso si occupano in prima persona di faccende politiche e sono
responsabili dell’istruzione della popolazione. E’ quindi evidente
che la classe sacerdotale rivesta un ruolo predominante nella
società tibetana, tanto che si potrebbe considerare il Tibet una
ierocrazia; tuttavia ritengo che, dato il particolare status
del Dalai bLa ma, questo meriti di essere considerato preponderante
rispetto alle pur importanti mansioni svolte dal clero.
Oltre a queste
asserzioni di carattere più che altro politico, si deve anche
considerare la profondissima influenza che il Buddhismo esercita
nella vita di tutti i giorni del popolo tibetano. Come abbiamo visto
più volte in precedenza, ogni aspetto dell’esistenza del tibetano è
scandito dalla religione, e questo accade in ogni luogo,
dall’ambiente esterno fino all’interno della propria abitazione, di
conseguenza il suo ascendente non può che manifestarsi anche nei
comportamenti sociali che, quando sono comuni a milioni di persone,
acquisiscono una valenza politica.
Per questo motivo,
cercare di capire quale tra i due poteri, civile e religioso, sia
predominante rispetto all’altro, sembra un’operazione superflua,
perché la loro commistione nelle mani del Dalai bLa ma è pressoché
totale.
Un’altra
argomentazione relativa alla teocrazia, è quella secondo la quale
non esiste uno Stato perfetto solo perché fondato su premesse
religiose che si dicono rivelate, e la storicizzazione delle norme è
sempre e comunque una contaminazione. In tale caso la
storicizzazione delle norme è vista come un elemento fondamentale
per qualsiasi movimento religioso che voglia essere presente nella
società, cercando di rappresentare un momento di crescita della
stessa e non una mera legittimazione del potere.
Ma la storicizzazione, (ed un conseguente aggiornamento delle norme)
è un principio che si sposa perfettamente con la seconda “Nobile
Verità”, secondo la quale la sofferenza è generata
dall’attaccamento, e se questo è vero in ambito personale, lo è
anche in quello comune, pertanto il cambiamento delle norme è una
cosa assolutamente naturale; il non attaccamento alle cose è ancora
più evidente nel tibetano, il quale segue una dottrina imperniata
sul concetto di “vuoto”,
pertanto attaccarsi a delle leggi o a degli ideali politici sarebbe
un’assurdità.
Alla luce di tali
considerazioni, credo possano sussistere davvero pochi dubbi sul
fatto che, l’organizzazione statale, il ruolo esercitato dal clero,
l’origine del detentore del potere, la fusione delle due potestà e
l’influenza esercitata dalla religione nella vita del popolo, diano
vita ad un sistema teocratico che, tra l’altro, può vantare fra le
sue peculiarità anche una secolare continuità
del potere abbinata alla legittimità
dello stesso, elementi costitutivi di un ordinamento giuridico
effettivo. Si trattava dunque di uno Stato teocratico assolutamente
sovrano
entro il proprio territorio, situazione che era confermata dal fatto
che tutti i governi stranieri che mantennero dei rapporti con il
Tibet, riconoscevano il suo status di paese indipendente,
inoltre, come sancito nel trattato di Simla del 1914, la sovranità
cinese ed i benefici accordati alla Cina non sarebbero divenuti
operativi sino all’accettazione della convenzione da parte cinese,
evento che non si verificò, pertanto anche la Gran Bretagna
riconosceva un’indipendenza de facto del Tibet.
I riconoscimenti
internazionali non impedirono alla Cina di porre in essere una vera
e propria invasione armata, che ha posto fine ad una delle ultime
teocrazie del mondo moderno e rischia di cancellare per sempre una
cultura ed una civiltà secolare.
3.3 L’invasione cinese.
Il
17 Dicembre 1933, il XIII Dalai bLa ma T’ub bstan rgya mts’o, morì a
causa di una polmonite, e parve un sintomo grave il fatto che ai
funerali presenziasse una delegazione cinese accanto a quella
inglese; ma in realtà il conflitto con il Giappone
toglieva al governo cinese ogni possibilità di praticare una
politica attiva nel Tibet.
Nel gennaio del 1934, l’assemblea nazionale dei massimi dignitari
dGe lugs pa (ts̀ ogs ́dus) nominò reggente il giovane abate
del monastero di Rva sgren, confermando per mezzo del proprio voto
la volontà espressa in vita dal defunto sovrano. Il compito
principale del reggente era la ricerca del sprul sku, fatto
che richiese più tempo del solito.
Una volta individuato il sprul sku (nel 1937) fu necessario
convincere il governatore cinese della zona, Ma Pu-fang, a lasciarlo
partire alla volta di Lhasa, esigenza alla quale accondiscese solo
dopo aver ricevuto un ingente riscatto.
Nell’estate del 1939 una comitiva scortata da circa 20 soldati
cinesi accompagnava il nuovo Dalai bLa ma verso Lhasa, dove giunse
l’8 Ottobre del medesimo anno.
La cerimonia di intronizzazione fu fissata dal bka’ śag
per il 22 Febbraio 1940, nel palazzo del Potala;
il piccolo Lhamo Thondup divenne il XIV Dalai bLa ma assumendo il
nome di bsTan ‘dsin rgya mts’o, in presenza di missioni inglesi e
cinesi.
Verso l’estero il reggente (che avrebbe mantenuto la carica di capo
dello Stato sino alla maggiore età del Dalai bLa ma) continuò nella
politica tradizionale e durante la seconda guerra mondiale
(1939-1945) il Tibet ebbe una notevole fioritura economica, grazie
alle notevoli esportazioni di lana, da tempi immemorabili il
principale prodotto del paese, ma poi la situazione cominciò ad
oscurarsi, sia all’interno che all’esterno.
Il reggente di Rva sgren sembrava incline a porre in essere alcune
riforme, finendo per diventare meno popolare presso i monaci e gli
elementi più conservatori, finché fu costretto a rassegnare le
proprie dimissioni nel 1947; più tardi fu implicato in una congiura
ai danni del suo successore spalleggiato da alcuni monaci del
monastero di Se ra, venne arrestato e morì in carcere.
Al suo posto il Dalai bLa ma nominò come reggente uno dei suoi
tutori personali, l’anziano reggente del monastero di sTag brag, che
guidò il Tibet negli anni del secondo conflitto mondiale. Nel 1944
avvenne la scoperta in territorio cinese dell’incarnazione del
Pan c’en, con il totale appoggio del governo cinese, e sebbene
l’assemblea nazionale di Lhasa rifiutasse dapprima di riconoscerlo
senza averlo visto ed esaminato, alla fine fu costretta a concedere
tale riconoscimento, così, nel 1949, fu nominato il X Pan c’en,
C’os kyi rgyal mts’an (1938-1989) che si rivelerà una potente arma
in mano cinese.
Nel frattempo, nel 1947, la Gran Bretagna si era ritirata
dall’India, ed il Tibet rimase privo dell’unico appoggio contro
l’incombente minaccia cinese. Il 1° Ottobre 1949, dopo circa tre
anni di guerra civile tra i comunisti di Mao Zedong ed i
nazionalisti guidati da Chiang Kai shek, fu proclamata solennemente
a Pechino la Repubblica Popolare Cinese (Zhonghua Renmin
Gongheguo), Mao ne divenne il primo presidente.
Il governo di Lhasa, preoccupato dall’evolversi della situazione in
Cina, decise di intavolare rapporti ancora più stretti con l’India e
con le potenze occidentali, che non potevano rimanere estranee al
pericolo che si profilava anche per la stessa India. Si decise di
inviare una missione a Washington, al fine di negoziare accordi
economici e finanziari e per ottenere dal governo statunitense un
pieno riconoscimento giuridico della propria indipendenza. Oltre a
ciò, si cercò di ottenere dal governo degli Stati Uniti, aiuti
militari per il piccolo esercito tibetano, costituito da appena
10.000 uomini. Questa attività diplomatica era un chiaro segnale
dell’apprensione provocata dal minaccioso atteggiamento di Mao
Zedong, il quale il 23 Novembre 1949, a radio Pechino sentenziò:
“l’esercito popolare cinese libererà il popolo tibetano e non
tollererà alcun intervento straniero”.
Il governo di Pechino dichiarò immediatamente che il Tibet non aveva
alcun diritto di inviare missioni diplomatiche indipendenti,
aggiungendo che il ricevimento di tali delegazioni rappresentava un
atto ostile nei confronti della Cina.
Il presidente Mao Zedong cercò altresì di guadagnare prestigio e
credito nei confronti di parte della popolazione tibetana,
appellandosi al sentimento religioso e facendo leva sul contrasto
tra il Dalai bLa ma ed il Pan c’en, attorno al quale si
raggruppavano le forze filo-cinesi.
L’abate di bKra śis lhun po era totalmente nelle mani dei cinesi, e
sin dall’inizio palesò le proprie opinioni riguardo alla situazione
politica in Tibet; in relazione alla missione tibetana negli Stati
Uniti, sostenne che si trattava di un’azione illegale delle autorità
reazionarie di Lhasa, colluse con i governi imperialisti, nel
criminale tentativo di separare il Tibet dalla madrepatria (la
Cina). Secondo il Pan c’en, era universalmente riconosciuta
l’appartenenza del Tibet al territorio cinese, ed il popolo tibetano
si considerava membro della nazione cinese, perciò l’attività delle
autorità di Lhasa violava l’integrità territoriale del Paese ed
andava contro i desideri della popolazione. Alla luce di ciò, nel
nome del popolo tibetano, il Pan c’en richiedeva al governo
di Pechino l’urgente invio di un esercito, con il compito di
liberare il Tibet ed eliminare le forze reazionarie ed imperialiste.
Secondo l’interpretazione cinese, il popolo tibetano aspirava a
divenire membro delle grande famiglia democratica della Repubblica
popolare cinese ed a conservare la propria idonea autonomia
regionale sotto la guida del governo centrale, mentre invece il
Dalai bLa ma era d’accordo con il governo imperialista americano ed
i paesi con esso alleati.
Nel Febbraio del 1950 il governo tibetano inviò una missione
diplomatica, con il compito di aprire delle trattative con il
governo cinese nel territorio neutro di Hong Kong, e ribadire che il
Tibet intendeva mantenere rapporti amichevoli con tutti i paesi, per
cui non era necessario l’invio di un esercito cinese in territorio
tibetano.
Si cercò anche la collaborazione inglese, ma il governo di Londra si
tirò fuori dai giochi, sostenendo che la materia non lo riguardava
più da quando non era più in una condizione di diretto contatto
territoriale con il Tibet (riferendosi alla ritirata dall’India)
per cui la questione passava nelle mani del governo indiano, il
quale riteneva di non essere in grado di sostenere militarmente in
maniera diretta la causa tibetana che, perciò, veniva considerata
persa in partenza.
Inoltre il governo inglese non voleva che la delicata questione
relativa alla colonia di Hong Kong, fosse mischiata a quella
tibetana permettendo ai tibetani muniti del solo passaporto emesso
dal governo di Lhasa, di entrare nella colonia; perciò un incontro
con la Cina poteva verificarsi solo con l’ambasciatore cinese in
India.
Alla fine si decise di porre in essere l’incontro a Nuova Delhi, con
il nuovo ambasciatore del governo comunista cinese che entrò in
carica nel settembre 1950; tuttavia egli mostrò sin dall’inizio la
mancanza di volontà di fare qualcosa di più che ascoltare le
rimostranze tibetane, ed infatti nessun passo avanti fu compiuto, ma
a negoziazioni appena iniziate, il 7 Ottobre 1950 l’esercito cinese
(circa 80.000 uomini) invase il Tibet,
distruggendo le guarnigioni tibetane di frontiera nel Kham e
puntando con decisione verso Ch’amdo, capitale di quella regione;
il compito era quello di liberare tre milioni di tibetani
dall’aggressione imperialista.
Evidentemente il governo cinese aveva già deciso di “liberare” il
Tibet con le armi, nonostante avesse l’opportunità di ottenere il
medesimo risultato con dei negoziati,
oltre a ciò, la notizia dell’aggressione non venne comunicata dal
governo cinese se non il 25 Ottobre.
Il governo tibetano decise di appellarsi all’O.N.U.
dichiarando che l’invasione cinese del Tibet era un lampante caso di
aggressione, e perciò richiedeva alle nazioni mondiali di
intercedere in loro favore per reprimere tale aggressione.
L’appello fu raccolto unicamente da El Salvador (stato con il quale
il Tibet non aveva avuto, sino a quel momento, alcun rapporto
diplomatico) che fece inserire nell’agenda dell’Assemblea Generale
dell’O.N.U. del 24 Novembre una bozza di risoluzione.
Tuttavia tale risoluzione fu soppressa da India, Gran Bretagna e
Stati Uniti e l’esame della questione tibetana all’O.N.U. venne
rinviata sine die dall’ufficio di presidenza dell’Assemblea
Generale.
In realtà il governo indiano ebbe uno scambio di note con quello
cinese, e palesò il proprio totale disappunto relativamente al
comportamento del governo di Pechino, il quale accusò quello indiano
di essere influenzato da forze straniere contrarie agli interessi
cinesi nel Tibet, ribadendo che quello tibetano era un problema
interno che riguardava unicamente la Cina, la quale doveva liberare
il Tibet e difendere le proprie frontiere.
Contemporaneamente a
tutto ciò, il Dalai bLa ma veniva proclamato maggiorenne (nonostante
avesse solo 15 anni) ed acquisì i poteri sovrani ponendo fine alla
reggenza, onde dissipare i dubbi circa la sua legittima autorità,
inoltre fu inviato al sicuro a Yatung in prossimità del confine
indiano.
In tale situazione, con il Tibet abbandonato al proprio destino, si
giunse al trattato del 23 Maggio 1951, il cosiddetto “accordo in 17
punti”
stipulato a Pechino dalla delegazione della Repubblica Popolare
Cinese, guidata da Li Wei-Han e da quella tibetana diretta dal
bka’blon Ngabo.
In realtà Ngabo non era autorizzato a firmare alcunché a nome del
Dalai bLa ma, ma solo a trattare, tanto è vero che non era fornito
dei sigilli di Stato, i quali erano stati tenuti dal Dalai bLa ma in
via precauzionale; ciononostante il bka’blon fu obbligato a
firmare l’accordo ed i sigilli di Stato furono contraffatti.
Il preambolo del
trattato accusava le forze imperialiste ed il Kuomintang (cioè i
nazionalisti cinesi) di essere la causa dell’atteggiamento
antipatriottico del governo del Tibet, il quale sotto tali influssi
cadde nella schiavitù e nella sofferenza. I punti salienti
dell’accordo sino-tibetano sancivano che: il popolo tibetano doveva
scacciare le forze imperialiste e tornare nella “grande famiglia
comune”; il governo tibetano doveva favorire l’ingresso
dell’esercito di liberazione; il popolo aveva diritto all’autonomia
locale sotto la direzione del governo centrale; l’esercito tibetano
entrava a far parte di quello cinese; le autorità centrali non
avrebbero modificato le funzioni ed i poteri del Dalai bLa ma;
veniva assicurata la libertà religiosa; l’educazione scolastica
sarebbe stata sviluppata;il governo locale del Tibet avrebbe avuto
piena libertà in materia di riforme; il governo centrale acquisiva
la responsabilità dei rapporti con l’estero del Tibet; ed altri
punti ancora.
Con questo trattato in pratica, il vecchio Tibet non esisteva più e
con esso spariva anche la sua secolare teocrazia, il Tibet entrava a
far parte della Repubblica Popolare Cinese. Questo trattato, che
ribadiva la storica appartenenza del Tibet alla Cina, celava in sé
una forte contraddizione; infatti, dal momento che nessuno Stato
stipula un accordo con sé stesso, la ratifica dello stesso
evidenziava apertamente che si trattava di due Stati ben distinti.
Il primo atto
compiuto dall’amministrazione cinese immediatamente dopo la
stipulazione del trattato, fu quello di inviare i propri
amministratori a Lhasa il prima possibile. La scelta ricadde su un
generale quarantacinquenne, Zhang Jing Wu.
La situazione era resa politicamente ancora più instabile dal fatto
che il Dalai bLa ma non si trovava a Lhasa, e questo rappresentava
indubbiamente un’anomalia, così il generale Zhang Jing Wu si diresse
verso Yatung al fine di persuadere il Dalai bLa ma a fare ritorno a
Lhasa.
Il 17 Agosto, bsTan ‘dsin rgya mts’o fece il proprio ritorno nella
capitale tibetana.
Nel mese di Settembre, con la scusa di mettere in pratica il
trattato, le forze comuniste iniziarono a marciare ulteriormente
entro il territorio tibetano per entrare in possesso di zone
strategiche.
La “pacifica
liberazione” del Tibet fu seguita da un altro avvenimento
importante, vale a dire il rientro in Tibet del X Pan c’en,
nell’Aprile del 1952, accompagnato da una nutrita scorta cinese,
facente parte del comitato militare ed amministrativo della Cina del
nord-ovest.
Dopo essere rimasto a Lhasa per circa un mese, ed avere incontrato
il Dalai bLa ma, il Pan c’en arrivò per la prima volta a
Shigatse facendo così ritorno alla propria sede di competenza,
ovvero il monastero di bKra śis lhun po, dopo più di 13 anni di
assenza.
In questo periodo
iniziale, le autorità cinesi si avvalsero della vecchia burocrazia,
cercando però di diminuire l’autorità del Dalai bLa ma insistendo
sull’equiparazione del Pan c’en ed esercitando una certa
pressione contro i monasteri e la loro posizione dominante
nell’economia del paese. Ovviamente una riforma agraria era
inevitabile, anzi le prime proposte arrivarono dallo stesso Dalai
bLa ma, il quale abolì il servizio di lavoro non retribuito (́u
lag) ed i debiti agrari ereditari, proponendo una graduale
ridistribuzione delle terre.
I cinesi dal canto loro aprirono il primo ospedale e le prime scuole
elementari, mentre per quanto riguardava l’agricoltura si cercò di
razionalizzarla e si diede il via alla collettivizzazione delle
terre, che pian piano venne estesa a tutto il Tibet, inoltre fu
avviato anche un programma di costruzioni stradali.
Nonostante queste innovazioni i rapporti politici tra le due parti
non accennavano a migliorare, tanto che due ministri del bka’ śag,
Lobsang Tashi e Lukhang Wa, furono costretti a dimettersi dal
proprio incarico al fine di mettere al sicuro le proprie vite,
minacciate dai pessimi rapporti con Zhang Jing Wu.
Le autorità cinesi
escogitarono un disegno politico per togliere potere al Dalai bLa
ma, e questo si basava sul decentramento amministrativo, che
permetteva di raggiungere il proprio scopo senza però intaccare il
prestigio religioso del sovrano. Come se non bastasse, fu attribuito
al Pan c’en il potere politico de facto sul Tibet
sud-occidentale, l’area strategica chiave. Inoltre, attraverso
scuole locali e l’Istituto per le minoranze nazionali di Pechino, i
cinesi iniziarono a formare quadri tibetani laici per il lavoro
amministrativo, mentre la costituzione di amministrazioni tibetane
autonome nelle regioni della Cina di Nord-Ovest, dove esistono
minoranze di tibetani, non permetteva al governo di Lhasa di vantare
la propria autorità su tutto il popolo tibetano.
L’influenza cinese si manifestò subito anche nella vita sociale dei
tibetani, ad esempio proibendo il tradizionale sistema commerciale
basato sul baratto, oltre a ciò fu bandito il libero commercio di
sale, lana e grano, acquisendone il monopolio.
L’opera di
assimilazione ottenne una sanzione internazionale de jure con
l’accordo firmato il 29 Aprile 1954 tra l’India e la Cina, con il
quale il governo di Nuova Delhi si assicurò la possibilità di
mantenere le proprie agenzie commerciali a Yatung, Gyantse e Gartok,
garantendosi altresì il libero accesso per i suoi cittadini a zone
determinate del Tibet (come il lago Manasarowar, per i kora)
impegnandosi a garantire uguali privilegi ai cinesi in India, a
vendere la sua rete telegrafica e stradale nel Tibet e, soprattutto,
a ritirare le guarnigioni militari rimaste presso le tre agenzie
commerciali. Con questo atto internazionale il Tibet cessò
definitivamente di avere personalità giuridica come Stato, entrando
a tutti gli effetti nella Repubblica Popolare Cinese.
Nel Settembre del 1954 ci fu la visita del Dalai bLa ma e del Pan
c’en a Pechino, durante la quale Mao Zedong propose di non
attuare immediatamente tutti i 17 punti dell’accordo del 1951,
perché il Tibet non era pronto ad affrontare delle modifiche
strutturali in poco tempo, inoltre annunciò al Dalai bLa ma di
volere istituire una Commissione preparatoria per la Regione
Autonoma del Tibet, in modo che il ritmo delle riforme potesse
essere decretato dal popolo tibetano.
Nel mese di Marzo del 1955 la delegazione tibetana fece ritorno a
Lhasa.
Nel frattempo le
autorità cinesi decisero di imporre nuove tasse sulle case, il
bestiame, i terreni, furono confiscate grandi proprietà terriere ed
i latifondisti furono giudicati pubblicamente e condannati per
“crimini contro il popolo”; alcuni di essi furono messi a morte.
Iniziarono a prendere corpo anche le interferenze nei confronti dei
monasteri mentre si cercava d’instillare nella popolazione la
dottrina antireligiosa. Monaci e monache vennero sottoposti a
pesanti soprusi ed umiliati in pubblico; addirittura vennero
coercitivamente impiegati nelle campagne di sterminio di alcuni
animali, pur sapendo che tale attività è fortemente contraria
all’etica buddhista. Anche i Khampa
subirono alcune intromissioni, ad esempio vennero sequestrate loro
le armi, che rappresentavano i loro averi più preziosi, così
reagirono con violenza, alla quale a loro volta i cinesi risposero
con punizioni corporali ed esecuzioni in pubblico, delle quali erano
spesso incaricati i figli delle stesse vittime.
In questo clima di
tensione si giunse all’inaugurazione del Comitato preparatore per la
Regione Autonoma del Tibet, che avvenne a Lhasa il 22 Aprile 1956.
La delegazione cinese era guidata dal vice primo ministro e
ministro degli esteri della R.P.C.
Zhen Yi, ed era complessivamente costituita da circa 800 persone.
Il Comitato invece era composto da 51 membri: 15 del governo
tibetano, 10 dall’ufficio del Pan c’en, 10 dal Ch’amdo, 5
dagli ufficiali del governo Centrale di stanza in Tibet e 11 scelti
tra gli aristocratici tibetani, presidente dell’assemblea fu
nominato il Dalai bLa ma.
Quest’organo aveva il compito di porre in essere i preparativi per
la successiva instaurazione della Regione Autonoma del Tibet ed era
collocato sotto la guida del Consiglio di Stato.
Per fare ciò doveva fortificare l’unità nazionale, istruire i quadri
amministrativi e pianificare il lavoro in relazione alle imprese che
dovevano essere intraprese in Tibet. La costituzione del Comitato
implicava l’istituzione di nuovi ministeri (tra cui quelli
concernenti le finanze, il culto, la cultura e l’educazione, la
sanità, l’agricoltura ed altri ancora) gestiti da tibetani.
Una clausola significativa stabil |